Un altro suicidio alla Foxconn

Un altro giovane operaio si è suicidato alla Foxconn di Shenzhen, proprio poche ore dopo che il padrone della ditta, Terry Guo, aveva condotto 200 giornalisti a visitare gli ambienti di lavoro, di riposo e di svago della compagnia. In un anno vi sono stati 10 suicidi nella ditta, tre in questa settimana. Notizie non ancora confermate parlano di un tentato suicidio da parte di una ragazza questa mattina. La fabbrica – una piccola città che racchiude anche dormitori, mense e impianti sportivi – dà lavoro a oltre 400 mila persone e serve marchi famosi come Apple, Dell e Hewlett-Packard. Proprio qui si producono i tanto famosi iPhone e iPad della Apple.

Le famiglie dei giovani suicidi – tutti giovani intorno ai 20 anni – accusano le condizioni di lavoro della fabbrica: lunghi orari di lavoro, straordinario obbligatorio, quasi obbligo del silenzio fra i colleghi, controllo militaresco della produzione.

Per frenare le critiche – che stanno anche avendo conseguenze economiche – Guo, un taiwanese miliardario, ha portato 200 giornalisti in visita allo stabilimento di Longhua (Shenzhen), mostrando loro le sale di lavoro, le piscine olimpioniche, i punti di svago. Ma gli operai affermano che le ore di lavoro sono così grandi e la pressione così tanta che nessuno ha tempo di andare a fare una nuotata. Inoltre, i giovani che vi lavorano, cercano di guadagnare il più possibile per mandare soldi alle loro famiglie e accettano la paga di 900 yuan al mese (circa 90 euro), la minima stabilita dalle autorità a Shenzhen.

Parlando con i giornalisti, Guo ha fatto notare che le cause più profonde dei suicidi sono i problemi sociali della Cina e qualche problema personale. Egli ha varato una linea di “telefono amico”, un centro anti-stress, ha impiegato psichiatri e monaci buddisti e steso reti di protezione attorno agli edifici per evitare che la gente si suicidi. Ha anche promesso di ritirare una lettera di accordo che gli impiegati devono firmare in cui accettano di farsi del male fuori della fabbrica e permettono alla ditta di rinchiudere in case di cura (psichiatriche) chi dà segni di instabilità.

Chang Ping, un giornalista del Guangdong, ha fatto notare che i possibili disordini mentali degli operai sono legati al fatto che “i diritti civili di un’intera classe [i lavoratori migranti-ndr] sono stati dimenticati dalla nostra società ed essi non sanno dove andare per esprimere i loro problemi quando questi insorgono”.

In effetti la situazione della Foxconn non sembra peggiore delle altre ditte cinesi. Il problema è la struttura del lavoro nelle fabbriche della Cina, che sfrutta i migranti – senza dare loro la residenza nelle città – e li costringe a lunghe ore di lavoro con un salario minimo. In più, i sindacati statali sono spesso impegnati a spegnere le problematiche dei lavoratori, difendendo i datori di lavoro. Anche le amministrazioni pubbliche preferiscono chiudere un occhio sullo sfruttamento, desiderose di accrescere la ricchezza della città.  Secondo dati pubblicati da giornali locali, la Foxconn paga ogni anno all’erario di Shenzhen almeno 10 miliardi di yuan (1,1 miliardi di euro).

Fonte: Asianews, 27 maggio 2010

Condividi:

print print
Condizioni di utilizzo - Terms of use
Potete liberamente stampare e far circolare tutti gli articoli pubblicati su LAOGAI RESEARCH FOUNDATION, ma per favore citate la fonte.
Feel free to copy and share all article on LAOGAI RESEARCH FOUNDATION, but please quote the source.
Licenza Creative Commons
Quest'opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale 3.0 Internazionale.