Troppi migranti nella capitale Pechino si protegge con un muro

La Cina dei record, fondata sullo sfruttamento dei migranti dalle campagne, chiude i suoi operai fuori dalle nuove metropoli del boom economico. La costruzione del “Muro di Pechino”, annunciata la scorsa settimana dalle autorità, è iniziata ieri e anticipa lo sconvolgente profilo di un Paese segnato dalla più grande migrazione interna della storia. Sconfinati quartieri, alla periferia della capitale, saranno trasformati in una via di mezzo tra un carcere e un ghetto. Quasi due milioni di persone, attirate nelle fabbriche della regione, saranno costrette a vivere recluse, separate dai residenti con recinti di ferro e muri alti due metri.
La “gestione sigillata” prevede posti di guardia e pattuglie militari ai cancelli di accesso alle aree riservate ai migranti. I nuovi ghetti cinesi saranno chiusi tra le 23 e le 6, mentre di giorno gli abitanti potranno entrare e uscire solo con un pass che certifichi generalità, appartenenza etnica, luogo di nascita, occupazione, numero di carta d´identità e di telefono. Permessi temporanei saranno concessi ad amici e parenti in visita, purché si registrino ai cancelli esibendo i documenti e sottoponendosi ad un interrogatorio. I “campi chiusi per lavoratori” verranno controllati da centinaia di sentinelle e telecamere a circuito chiuso. Ronde di volontari batteranno le strade giorno e notte, con il potere di fermare le “persone sospette”.
La muraglia cinese anti-migranti è in corso di costruzione in diverse periferie della capitale. In sedici distretti, un tempo villaggi di contadini, sono già stati alzati recinti, sbarre, cancelli e posti di guardia. Il segretario della sezione di Pechino del partito comunista, Liu Qi, ha spiegato che «il sistema sarà esteso a tutta la città» dopo l´approvazione del capo della polizia e del governo. Entro l´autunno altre megalopoli cinesi, a partire da Shanghai e Shenzhen, dovranno dotarsi di «quartieri recintati». I funzionari che hanno visitato il primo ghetto per non residenti, hanno definito «senza senso» le critiche di alcuni sociologi e le proteste di migliaia di persone che hanno scoperto di aver perduto parte della propria libertà.
Come campo-pilota è stato scelto Laosanyu, nella periferia sud della capitale. Ex paese nel distretto di Daxing, in pochi anni è stato stravolto dall´urbanizzazione, innescata dal miraggio dei giovani di salire sul treno che consente di uscire dalla condizione di braccianti e di entrare nel nuovo “ceto medio” più forte del pianeta. Il 96% dei residenti di Daxing è composto oggi da migranti. Attorno a Pechino esistono però novantadue sobborghi dove il rapporto tra nativi e «lavoratori fluttuanti» è di uno a nove. Secondo le stime ufficiali, a Pechino i migranti sono 4 milioni, su un totale nazionale di 250 milioni. Il capo della polizia del distretto, Chen Debao, ha detto che la maggior parte di essi è rappresentata da «ragazzi con il diploma di scuola media, violenti e molto pericolosi». E´ la tesi che per il governo giustifica la costruzione del “Muro di Pechino”, esperimento senza precedenti nella storia dell´Asia. Gli ex villaggi agricoli, ridotti a dormitori, sarebbero scossi da violenze e vandalismi. A Xihongmen, tra novembre e dicembre, i morti sono stati undici, migliaia le denunce di furti e rapine. Le autorità cinesi, spaventate dalle ondate migratorie in corso da Vietnam e Cambogia, avrebbero deciso di trasformare i quartieri caldi in campi di semi-prigionia sotto la pressione dei residenti che invocano sicurezza.
Dove muri e recinti sono stati eretti, emergono però i primi malumori. Commercio e affitti crollano e ai cancelli d´accesso regna il caos. A Laosanyu vivono 7 mila persone. Solo 612 posseggono il certificato di residenza. Gestire il flusso di oltre 6 mila migranti, schedare i loro amici e parenti, sta paralizzando anche i quartieri vicini. Le immagini delle file di operai, trattati come detenuti e rinchiusi nel recinto che isola un´area di sette ettari, sta poi scuotendo la nazione. Anche per i giuristi cinesi le recinzioni sono una discriminazione razziale, una violazione dei diritti civili e il fallimento dell´hukou, la legge che nega tutele e servizi a chi non è nato in città. Il segretario dell´Accademia di scienze sociali, Tang Jun, ha chiesto una nuova legislazione «in grado di gestire non solo militarmente l´epocale passaggio della Cina dai villaggi alle megalopoli». Il ministro della pubblica sicurezza, Meng Jianzhu, ha difeso i “campi per lavoratori” dando le prime cifre sul “crollo dei reati” e assicurando che la «chiusura è una libera scelta di ogni distretto». Le periferie cinesi rischiano però di trasformarsi in uno sconfinato ghetto di Stato. L´opposto della civiltà, per la potenza del secolo.

Fonte: La Repubblica, 16 luglio 2010

Condividi:

print print
Condizioni di utilizzo - Terms of use
Potete liberamente stampare e far circolare tutti gli articoli pubblicati su LAOGAI RESEARCH FOUNDATION, ma per favore citate la fonte.
Feel free to copy and share all article on LAOGAI RESEARCH FOUNDATION, but please quote the source.
Licenza Creative Commons
Quest'opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale 3.0 Internazionale.