Tornano i campi di rieducazione in Cina

Come durante la Rivoluzione culturale, gli artisti della tv di Stato saranno obbligati a visitare ogni tre mesi i campi, i villaggi agricoli e le miniere più remote del Paese.

Mezzo secolo dopo la Rivoluzione culturale (1966-1976), durante la quale decine di migliaia di intellettuali e studenti cinesi furono obbligati dalle guardie rosse a partecipare al lavoro nei campi di rieducazione per disfarsi dei loro vizi borghesi, torna in Cina, prepotente, la vecchia pedagogia maoista, questa volta al servizio del turbo-capitalismo cinese: l’obbligo in questo caso, per tutti gli artisti, gli attori, i presentatori, i montatori della televisione pubblica, a partecipare ogni tre mesi ai viaggi organizzati dalla tv di Stato«nelle aree remote montane, nei campi agricoli, nelle scuole di comunità, nelle miniere».

Il tutto, recita il comunicato dell’organismo preposto alla censura nei mezzi di comunicazione di massa, «al fine di aiutare gli artisti a formarsi un punto di vista corretto della realtà che li possa aiutare anche nel loro lavoro creativo». Questi viaggi avranno la durata di un mese e si svolgeranno trimestralmente.

Questa decisione ricorda i tempi in cui tutti coloro che portavano gli occhiali o semplicemente vivevano in città erano obbligati a rieducarsi nei campi di rieducazione maoisti. Ma non è un fulmine a ciel sereno:  il mese scorso, durante una riunione a Pechino sull’arte alla presenza delle massime autorità dello Stato, era stato lo stesso presidente Xi a invitare gli artisti, in un discorso durato due ore, a «non essere schiavi del mercato» e a realizzare opere d’arte che rispecchiassero i valori socialisti fondanti della Nazione.


Panorama.it, 3 dicembre 2014

 

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