Tie an men: la Cina vent’anni dopo

23 giugno, Partecipa Harry Wu, Laogai Research Foundation Founder and Executive Director. Introduce John Waters, Columnist The Irish Times.

JOHN WATERS:
Mi chiamo John Waters e sono qui oggi per intervistare per voi Harry Wu. Viviamo nell’epoca dei mass media, in collegamento con gli eventi mondiali tramite i media e la tv. Però ci potrebbe essere anche un senso di distacco, di lontananza di questi eventi. Possiamo diventare spettatori ma non per forza diventiamo protagonisti coinvolti.
Il 1989 è stato un anno molto drammatico a livello di politica mondiale. Tutti ricorderanno che verso la fine di quell’anno c’è stato il crollo del comunismo nell’Europa dell’est, il crollo del Muro di Berlino. Avete visto tutti la scena del balcone a Praga, la piazza. Ricorderete che prima di allora, all’inizio dell’anno, c’erano stati altri eventi importanti. Per me, un giorno molto significativo è stato il cinque di giugno, perché è stato il giorno in cui è morto mio padre, il giorno del suo funerale. Non avevo seguito le notizie e l’attualità, ma in quel giorno mi hanno colpito tantissimo due cose. Perché quando dopo il funerale ho potuto guardare la tv e ho visto il funerale dell’ayatollah Khomeini che era morto il giorno prima, potete immaginare che effetto ha avuto su di me, che avevo appena seppellito mio padre, vedere centinaia di migliaia di persone una sopra all’altra per assistere all’altro funerale: non volevano che l’ayatollah venisse sepolto. Sempre in quel giorno è successa un’altra cosa di cui conservo un ricordo molto intenso. Un’immagine che durerà fintanto che ci sarà memoria umana: un uomo che cercava di arrestare l’avanzare di un carro armato su piazza Tien An Men. Una persona che da sola, con le sue energie, cercava di contrastare l’avanzata di questa potentissima macchina, il carro armato, cercava di parlare con colui che conduceva il carro armato. E gli chiedeva: perché sei qui? Questa è la domanda che noi tutti dobbiamo porre a noi stessi. Un momento intenso anche per altri motivi, perché per vent’anni abbiamo pensato che fossero stati risolti, che la Cina lentamente andasse verso la libertà e la democrazia. E invece queste immagini che abbiamo visto nel 1989 ci hanno ben presto fatto cambiare idea. Purtroppo la realtà della Cina si è mostrata in tutta la sua crudezza. E quella è una storia che era cominciata moltissimo tempo prima di quest’uomo, Harry Wu, che è stato uno dei protagonisti della lunga storia cinese. Perché anche lui, come quel pover’uomo che cercava di arrestare il carro armato, ha cercato di contrastare questa struttura cinese e ciò che gli è successo lo ha ovviamente segnato per sempre, per tutta la vita. Benvenuti alla vita di quest’uomo! E’ nato a Shanghai nel ’47 da una famiglia abbastanza ricca. Il padre era banchiere, la madre discendeva da grandi proprietari terrieri. Dopo l’avanzata del potere comunista nel ’49 in Cina, la sua famiglia è stata privata di tutte le proprietà. Il padre ha perso il lavoro ed è diventato un’insegnante, perché si riteneva che fino ad allora i ricchi erano stati tra gli sfruttatori, per cui dovevano essere resi poveri. Nel ’57, poi, Mao Tse-tung ha lanciato la campagna dei cento fiori, che avrebbe dovuto consentire alle persone di dire qualcosa contro il comunismo e contro lo Stato. E forse qualcuno ci ha creduto, in questa speranza, e ha preso alla lettera l’invito di Mao. Forse uno di questi è stato Harry Wu che, in base alla sua conoscenza, al suo background, per motivi che adesso capiremo, ha deciso di parlare ed è stato immediatamente arrestato e marchiato come controrivoluzionario. E’ stato condannato alla rieducazione tramite il lavoro e rinchiuso nei campi di lavoro, i laogai, che in Cina sono tantissimi e in occidente assai meno conosciuti di quanto non siano, per esempio, i gulag sovietici o i campi di concentramento nazisti. E come ci dirà Harry Wu, in questi campi di lavoro cinesi moltissime persone hanno lavorato, sofferto e sono morte, probabilmente più di quelli che sono morti nei campi nazisti e sovietici insieme. Nel ’79 è stato finalmente rilasciato. Si è poi trasferito negli Stati Uniti dove ha potuto cominciare a lavorare, soprattutto a fare opera di sensibilizzazione per informare la gente della situazione. E questa è veramente una cosa che mi colpisce moltissimo. Esattamente come quando ho visto in televisione le scene di piazza Tien An Men, che mi avevano toccato nel profondo. Ci sono eventi che ovviamente mi toccano nel profondo delle mie responsabilità, e mi chiedono cosa posso fare io. Voglio stare solo a guardare o voglio essere partecipe? Qual è la responsabilità della mia coscienza in una questione internazionale così importante? Quindi, prima di tutto vorrei chiedere ad Harry Wu di raccontarci veramente l’inizio della storia, della sua famiglia e del momento in cui le cose hanno cominciato a cambiare. Lui ha avuto un’infanzia abbastanza felice, poi, mi pare verso gli anni dell’adolescenza, sono cominciati i primi cambiamenti.

HARRY WU:
Mi chiamo Harry Wu, sono nato nel ’37, quindi oggi ho settantadue anni. Prima del ’49, cioè dell’inizio del comunismo in Cina, mio padre faceva il banchiere e stavamo bene. A dodici anni sono anche diventato cattolico. Non mi ero reso conto che diventare cattolico sarebbe stato un problema: il regime comunista ovviamente ha cominciato a lottare contro il cattolicesimo e ha dato il via ad una campagna di riforma per togliere di mezzo la borghesia, la proprietà e tutti i proprietari terrieri. I proprietari terrieri, soprattutto, sono stati spazzati via, in parte anche uccisi dai contadini: la classe borghese è stata veramente annientata. Mio padre, che aveva un ruolo dirigenziale in una banca, ha visto sparire tutte le proprietà che gli servivano per mantenere la famiglia. Nel ’57 è diventato un attivista controrivoluzionario. All’epoca io avevo vent’anni, non mi rendevo ancora conto di avere due problemi: in primis ero cattolico, in secondo luogo facevo parte della classe borghese. A quell’epoca Mao Tse Tung aveva lanciato la campagna conosciuta come “movimento dei cento fiori”, incoraggiando le persone a parlare anche contro il regime. A vent’anni avevo una ragazza, giocavo a baseball, anzi, ero il capitano della mia squadra, avevo una vita normale e non praticavo nessun tipo di attività politica. Ero appassionato alla materia che studiavo, la geologia. Nel ’56 c’è stata l’invasione sovietica dell’Ungheria e per la prima volta si è vista l’insorgenza contro il comunismo. Io veramente non ne sapevo molto, ho cominciato ad informarmi, ho chiesto ai miei superiori cosa stava succedendo in Ungheria, se non si trattasse, come mi sembrava, di una violazione dei diritti dell’uomo. Era solo una domanda, un interrogativo che avevo sollevato, ma mi è costato molto caro. Quella domanda sui fatti dell’Ungheria è diventato il mio peso. L’altro onere era costituito dal fatti che in Cina, negli anni ’50, ’60, ’70, non si poteva chiamare nessuno signore: eravamo tutti compagni e basta. Nella mia classe di trenta studenti, ventitré erano membri del partito comunista o comunque membri della gioventù comunista, gli altri sette non erano affiliati al partito, quindi abbiamo proposto una conferenza tra compagni e studenti. Qualcuno mi ha detto: non siamo membri del partito, non vogliamo essere compagni. E io ho risposto: mah, vediamo. Queste sono state le colpe che mi sono costate care. Poi il movimento è diventato controrivoluzionario, di destra, ovviamente. Mao Tse Tung all’epoca voleva perseguire tutti gli intellettuali e in Cina gli intellettuali erano circa cinque milioni. Almeno un milione di questi sono stati subito etichettati come controrivoluzionari di destra. Quindi, il mio non è un caso isolato. All’epoca non me ne rendevo conto, avevo detto semplicemente di non essere un controrivoluzionario. Ma loro mi avevano risposto: ti comporti molto male, hai un atteggiamento sbagliato e per questo sarai punito. Nel ’60, quando mi sono poi laureato, aspettavo ovviamente che mi arrivasse un posto di lavoro. Un giorno venne nella mia scuola la polizia, convocò tutti gli studenti. Mi mostrarono una carta e coprirono la parte alta del foglio. Mi dissero: firma qui sotto. Fino a quel momento, e anche fino ad oggi, io non so cosa veramente ci fosse scritto su quel foglio di carta, però ho firmato perché mi hanno arrestato, non so ancora con quali motivi a mio carico. Mi hanno portato immediatamente nel campo di lavoro e di detenzione. La prima sera mi hanno interrogato a lungo. Conosci la tua sentenza e la tua condanna?, mi hanno chiesto. No, ho risposto, nessuno me le ha spiegate. Vanno a vedere il mio dossier e dicono: qui c’è scritto che la tua è una condanna a vita, all’ergastolo. Quindi la porta venne chiusa alle mie spalle per sempre. Ero condannato ai lavori forzati, senza sentenza, ovviamente, senza l’opportunità di replicare, di rispondere, di fare appello. Nessuna possibilità di essere libero, mi avevano tolto tutto. E’ durato fino al ’79, anno in cui sono stato finalmente rilasciato. Nel ’76 Mao Tse Tung era morto e si era scatenata una fortissima lotta di potere nelle sfere più alte della lega. Prese il potere Deng Xiaoping che disse: non importa qual è il colore del gatto, purché il gatto possa prendere il topo. In base a questa decisione, hanno rilasciato alcuni di noi. Dopo vent’anni molti di noi stavano morendo malamente: io sono stato molto fortunato a sopravvivere per tanti anni. Quando mi hanno rilasciato dal campo di prigionia, non sapevo neanche più come camminare normalmente per strada, come comportarmi nella vita normale. Se fisicamente riuscivo a camminare, però mi sentivo strano, frastornato. Non credevo di essere un uomo libero, uno che liberamente poteva vivere con gli altri.
Posso avere i lucidi per cortesia? Allora, vi racconto un po’ la mia vita in un campo di prigionia. Questa è una miniera di carbone: ho fatto questa fotografia nel ’91. Vedete? C’è un grande numero e tre domande. La prima dice: chi sei? La seconda dice: che cosa è questo luogo? La terza domanda è: cosa stai facendo qui? Ogni giorno, quando ci portavano a lavorare nel campo o nella miniera di carbone, dovevo fermarmi di fronte a queste tre domande e dare le risposte giuste. Dovevo dire: sono un prigioniero, questo è un campo di lavoro, sono qui condannato ai lavori forzati. Erano le tre risposte giuste. Lì dentro, in miniera, ho quasi perso la vita, ovviamente, perché ci sono stati dei crolli, degli incidenti. Sono stato in dodici campi diversi nel corso degli anni di prigionia: ho dovuto raccogliere l’uva e fare tanti lavori. Però nei campi di prigionia non sono sempre stato bravo. Non ero considerato un bravo prigioniero perché all’inizio altri mi rubavano le cose da mangiare, mi colpivano, mi sbattevano per terra. Così ho dovuto imparare a difendermi e a proteggermi, ho dovuto anch’io imparare a rubare il cibo degli altri per sopravvivere. In questi anni non sapevo nemmeno io cosa pensare, pensavo solo al fatto che dovevo vivere, sopravvivere.
Nel ’79 sono stato liberato, sono rimasto in Cina per sei anni e poi sono stato invitato negli Stati Uniti. Sono andato come studente all’università di Berkeley: a quel punto avevo ormai cinquant’anni, mi hanno invitato anche ad insegnare. Sapevo che andare in America era per me l’unica vera opportunità per diventare un uomo libero. Però non ho mai detto a nessuno che ero stato in un campo di prigionia, condannato all’ergastolo. Volevo veramente girare pagina e non parlarne mai più, volevo che nessuno sapesse, volevo dire basta, volevo dimenticare e cominciare una vita nuova, guadagnare dei soldi, mettere su famiglia, cominciare a studiare, insomma, una vita nuova. Mio padre nel frattempo era morto, era stato un controrivoluzionario come me. Mio fratello minore era stato controrivoluzionario anche lui e nel frattempo era morto. E’ una storia molto triste, quella di mio fratello. Quando nel ’68 si laureò in medicina e andò in campagna a lavorare per i contadini, voleva separarsi dalla sua famiglia perché era la famiglia di un controrivoluzionario. Però mio padre gli disse molto chiaramente in faccia: puoi occuparti dei lavoratori, dei contadini, però non occuparti mai di ceramica. Mio fratello si arrabbiò tantissimo. Successivamente furono centomila le persone uccise in Cina semplicemente perché avevano lavorato con questa ceramica. Mio fratello si staccò dalla famiglia, doveva diventare addirittura una guardia rivoluzionaria cinese, seguire il regime. Purtroppo in campagna trovò che le ceramiche erano state danneggiate. All’epoca c’era così tanto rispetto per queste ceramiche che lui segnalò che qualcuno le aveva danneggiate. Le guardie rosse sospettarono che fosse stato lui stesso, intenzionalmente, a danneggiarle. Avevano saputo che io ero stato in un campo di prigionia, che suo padre era stato un controrivoluzionario di destra e l’hanno accusato di aver danneggiato queste ceramiche. Mio fratello minore è stato torturato al punto da diventare un invalido mentale, è stato poi arrestato dalla polizia di Pechino e condannato a morte. Ma durante i diciannove anni che sono stato nei campi, nessuno è mai venuto a trovarmi, nessuno mi ha mai parlato della mia famiglia. Mi sono sentito veramente l’uomo più solo del mondo. Quando poi mi sono trovato negli Stati Uniti, e dicevo a me stesso che dovevo dimenticare e cominciare una vita nuova, un senatore americano mi invitò a raccontare la mia storia davanti al Senato americano. Poi, dato che io non avevo nessuna idea su quanti campi e quanti prigionieri ci fossero in Cina, anche oggi, il Senato mi chiese se volessi darmi da fare per scoprirlo: quanti campi, quanti prigionieri ci sono e ci sono stati, quanti sono morti. Nel ’91, quindi, sono tornato in Cina su incarico del Senato per fare questa indagine. Trovai che c’erano almeno cinquanta milioni di prigionieri e più di mille campi di prigionia. Fui ovviamente messo subito nella lista dei ricercati e non riuscii mai più ad entrare in Cina. Nel ’94 sono diventato cittadino americano a tutti gli effetti: come tale ho potuto tornare in Cina dove sono rimasto per più di cinque settimane. Ho lavorato insieme al corrispondente della BBC, cercando di fare indagini su questi campi di prigionia cinesi, e ho scoperto un nuovo problema: quello del trapianto di organi.
In Cina vengono uccisi moltissimi prigionieri, più che in qualunque altro paese del mondo, da ottomila a diecimila persone l’anno. Nel 2006 il governo cinese dichiarò con orgoglio che gli Stati Uniti sono il primo paese al mondo per numero di organi trapiantati, con quindicimila, ma in Cina ne facevano trentamila. E’ chiaro che in America non si prendono gli organi dei prigionieri uccisi: in Cina, il 95% degli organi che vengono trapiantati arrivano dai prigionieri uccisi.
Com’era la mia vita nel campo di prigionia? Se ad esempio lavoravo in un campo di tipo agricolo, dal momento del sorgere del sole dovevamo metterci in fila e, accompagnati dalla polizia, andavamo nelle coltivazioni. La polizia metteva le bandiere rosse per segnalare la zona all’interno della quale ci potevamo muovere. Se invece lavoravamo in una miniera di carbone, c’erano due turni al giorno, dalle dodici a mezzanotte. Questa era la vita, dodici ore di lavoro in miniera erano normali. Il lavoro era veramente tanto intenso, ovviamente senza nessuna libertà. Però la polizia diceva: buon lavoro buon cibo, poco lavoro poco cibo, nessun lavoro niente cibo. E poi eravamo sottoposti al lavaggio del cervello, alla riforma del pensiero. Una volta sono stato intervistato da un prete cattolico. Tutti i preti cattolici, compresi gli stranieri, venivano mandati nei campi di prigionia. Ne sono sopravvissuti pochissimi. Qualcuno è rimasto trentadue, trentaquattro anni prigioniero. Pochissimi sono riusciti poi ad andare in America, in California. Un prete mi aveva raccontato che era stato addirittura rinchiuso in isolamento, confinato così tutto solo. Gli ho detto che anch’io ero stato messo in isolamento, in una cella di due metri per due di cemento, un loculo con una sbarra di ferro davanti. Ero rimasto chiuso lì dentro per undici giorni in isolamento assoluto. Il prete mi ha raccontato che il suo isolamento forse era stato migliore del mio, nel senso che aveva un po’ di spazio in più. A malapena riuscivo a mettermi in piedi, mi disse questo prete. La cella era alta appena per consentire di stare in piedi, però sul fondo c’era una pozzanghera bella profonda di acqua. Gli ho chiesto: perché ti avevano messo in isolamento? E lui: perché ogni giorno il prigioniero diventa oggetto di studio politico. Ognuno di noi doveva rinunciare al pensiero per essere rieducato al comunismo. Ovviamente il peccato peggiore era credere in Dio. Non si poteva credere in Dio, non si poteva fare professione di nessun tipo di fede. Il prete aveva detto loro: non posso rinunciare a Dio. E ancora: ho bisogno di un posto dove coltivare la mia fede. Per tutta risposta lo avevano rinchiuso tutto solo in cella.
L’ultimo vescovo è stato arrestato nel ’56, da allora non ci sono più stati cattolici in Cina, che si sappia. Nel ’95, quando sono tornato per cinque settimane, avevo pensato di visitare i campi e forse comprare i prodotti dei campi. Pensavo di parlare con la gente e verificare di prima mano anche questa storia del traffico di organi. Ma poi sono nuovamente stato arrestato dalle autorità cinesi. Non ero nemmeno entrato in territorio cinese, ero alla frontiera, avevo un passaporto assolutamente valido, americano, per di più, e un visto concesso dalle autorità cinesi. Però la polizia cinese mi arrestò, mi portò in Cina e mi condannò ad altri quindici anni, dal ’95 al 2010. Dicevano che avevo tentato di rubare dei segreti di Stato. Volevo dire al giudice che la sua sentenza era forse giusta, però non erano segreti di Stato, perché il governo cinese aveva fatto un Libro bianco a Ginevra che parlava dei campi di prigionia cinesi come il miglior sistema di rieducazione del mondo. Nel libro, le autorità cinesi dicevano che i prigionieri potevano godere di una vita normale, che lavoravano otto ore in buone condizioni, che avevano aria fresca e cibo sufficiente, addirittura la previdenza sociale, e che potevano anche iscriversi all’università. Allora, che cosa mi condannate a fare, quali segreti ho rubato? Volevo solo vedere i posti dove sono stato di persona. Sappiamo che negli anni ’50 erano stati invitati in Cina esperti dei gulag di Stalin per creare questi campi e ancora oggi chiunque dica qualcosa contro il comunismo viene condannato al campo di lavoro.
Ma naturalmente oggi le persone hanno opinioni diverse. Nei vostri mercati vedete tanti prodotti made in China, in America vengono conclusi molti affari e contratti con i cinesi: l’IBM, la General Motors, Yahoo, Cisco, tantissime aziende fanno affari con i cinesi, le multinazionali vanno in Cina ad acquistare prodotti e guadagnano un sacco di soldi con i cinesi. Poi gli esperti dicono: beh, è così che probabilmente si esporta il capitalismo in Cina. Ci sono un sacco di articoli che parlano di come la Cina stia cambiando. Ma il sistema che vige oggi in Cina è ancora un sistema comunista. La Cina a tutt’oggi è un paese con un unico partito, un unico governo: un paese comunista, senza libere elezioni. Si possono fare tutti gli affari, in Cina, comprare, vendere, far soldi, mettere in piedi un’azienda o una banca, si può creare una compagnia di assicurazioni. Però non si può aprire un’azienda di pubblicità, un canale televisivo e radio, nemmeno una scuola privata, un’università: tutto è ancora sotto il controllo dei comunisti. Va anche detto che oggi gran parte dei cinesi, dei membri del partito comunista, sono in realtà dei borghesi, hanno un livello di vita alto, molto diverso da quello dei comunisti proletari di una volta. Oggi i membri del partito comunista non sono né proletari né poveri, appartengono alla classe borghese. Anche i capitalisti si possono iscrivere al partito comunista, ormai. Lo scorso luglio ho avuto l’opportunità di incontrare il presidente Bush alla Casa Bianca. Mi ha chiesto: qual è il problema in Cina? Ho pensato che fosse una domanda strana. Prima che rispondessi, infatti, lui stesso ha dato la risposta. Ha detto: il problema saranno i diritti dell’uomo. Non aveva mai avuto risposta da nessun politico cinese e nemmeno dall’ambasciatore. Io gli ho detto che sì, c’è un problema di diritti dell’uomo. Poi ho tirato fuori un pezzo di carta, la relazione di una legge varata dal Congresso americano nel dicembre 2005 per condannare il sistema dei campi di prigionia cinesi, dei laogai. I nazisti di Hitler avevano messo in piedi l’orrore che tutti conosciamo dell’olocausto in Europa: 12 milioni di ebrei torturati, condannati e fatti morire. E in Germania e in altri paesi, tutti dovevano ammettere questa realtà straziante. 12 milioni di ebrei, 6 milioni dei quali morti nei campi di concentramento. I sovietici, in base alla loro ideologia, hanno perseguitato più o meno 25 milioni di persone. I cinesi hanno ucciso all’incirca 50 milioni di persone nei campi di prigionia fino a che le due classi, quella dei proprietari terrieri e quella dei borghesi, hanno finito con lo scomparire completamente dal tessuto sociale cinese. Purtroppo a tutt’oggi poche persone si sono rese conto di questo.
Nel ’93 ho parlato con il corrispondente del Washington Post: spero che la parola laogai diventi di moda, una parola presente in tutti i dizionari, perché tutti sappiano cosa vuol dire campo di prigionia. La parola gulag era stata inventata da Alexander Solzenicyn e tutti oggi sanno che cosa vuol dire gulag: campo di concentramento di lavoro sovietico. Dieci anni dopo, nel 2003, il dizionario Oxford per primo ha inserito la parola laogai. Poi è stata la volta dei dizionari tedeschi, italiani, francesi, giapponesi. Poi tutti i dizionari del mondo hanno aggiunto la parola laogai, in modo che tutti sappiano che sono esistiti. Io sono molto orgoglioso che sia avvenuto questo: il laogai finalmente è diventato una parola conosciuta. Però non abbiamo ancora un museo, solo poche persone che testimoniano, che raccontano, poca documentazione governativa. Servono persone che ne parlino e soprattutto che vengano commemorati quelli che sono morti. Io nel mio piccolo ho fatto quello che potevo per sensibilizzare su questa parola, perché entrasse nei dizionari: l’ho fatto per me e per voi, per alcuni di voi. Io spero che continuerete su questa strada, che approfondirete quello che sta dietro questa parola, che andrete a vedere quanti erano questi campi di prigionia e quanti milioni di persone vi sono state perseguitate. Oggi la Cina è un paese senza democrazia, dove i diritti dell’uomo non vengono rispettati. A novembre Obama visiterà la Cina, io vorrei incontrarlo personalmente. Spero che cambierà l’atteggiamento delle due amministrazioni precedenti, l’amministrazione Clinton e l’amministrazione Bush. Spero che cambierà radicalmente l’atteggiamento dell’America, perché i programmi precedenti hanno completamente ignorato il problema dei diritti. Si sono riempiti la bocca degli omicidi, hanno parlato delle violazioni, però non hanno fatto nulla di concreto per contrastarle. Ad esempio, la Cina è l’unico paese al mondo ad avere una pianificazione delle nascite programmata, un controllo della popolazione. Questa politica vige in Cina da più di trent’anni e prevede che ogni donna, sposata o non, senza il premesso del governo non possa rimanere incinta. Con il permesso del governo, può partorire un bambino. Mai, per nessun motivo, una donna può avere un secondo figlio. Diventa un atto illegale che viene trattato con l’aborto forzato. Se una donna scappa e partorisce di nascosto, vengono ad arrestarla e la sottopongono a sterilizzazione forzata. E’ questa la politica cinese. Nel 2005 il governo aveva detto che occorreva tenere la popolazione sui 1,3 miliardi: significa che negli ultimi due decenni abbiamo ridotto notevolmente la popolazione. Possiamo chiedere al governo cinese come ha operato questa riduzione della popolazione? Qualcuno lo dovrà chiedere! Quest’anno il governo cinese ha annunciato che ci sono stati 30 milioni di aborti forzati. Sappiamo che in America ci sono tante donne che portano avanti le loro gravidanze, ma che se vogliono possono abortire. E allora il controllo della popolazione oggi sta cambiando il rapporto tra i generi, tra maschi e femmine. Il rapporto maschi e femmine é di 135 a 140: è un problema, e lo sarà sempre di più in futuro, questa preponderanza delle femmine. Secondo il governo cinese non abbiamo abbastanza terreni agricoli per dare da mangiare queste persone che dovessero nascere. Ma come forse sapete, il Giappone, l’India, la Svizzera, qualunque altro paese non ha abbastanza terreno agricolo per dare da mangiare a tutti ma ugualmente ha una popolazione bella cospicua. Oggi, se un persona non è d’accordo con il governo sulla tutela dei diritti dell’uomo, finisce ancora in carcere, in campo di prigionia. Coloro che commettono reati politici vengono trattati come prima, in modo terribile, e sono tantissimi che si macchiano di reati politici o che, semplicemente, dicono qualcosa contro il governo. Il governo oggi fa tutto quello che vuole con i soldi: ha bombe americane del valore di miliardi di dollari. Ho chiesto al governo cinese: se spendeste il 10% di quello che spendete per un armamento, 70 miliardi, per i contadini o per dare assicurazioni, pensioni, trattamenti sanitari, contro la povertà o per risolvere il problema degli alloggi, sarebbero un sacco di soldi. Ma il denaro serve per comperare le armi americane.
Non sappiamo cosa possa succedere in futuro: forse un giorno questo partito comunista tracollerà, sparirà, ma in Unione Sovietica il sistema comunista non è sparito. Non sappiamo se in Cina ci sarà questo tracollo. Lo scorso marzo c’è stato il massacro da parte dei cinesi di moltissimi tibetani. Si è trattato di un massacro su larghissima scala. Il giornalista Waters ha parlato del movimento di piazza Tien An Men, che è di 20 anni fa. Lì almeno 300, 400 persone sono state uccise, un massacro. Negli ultimi anni hanno ucciso centinaia di tibetani e un mese fa sono andati avanti ancora. E’ un governo che fa un uso massiccio dei massacri, delle violenze, del sistema dei laogai, dei lavori forzati. Io non dico che l’Europa, l’Occidente debba applicare sanzioni economiche. Non dico che dovete smetterla di comperare prodotti fatti nei campi di prigionia cinese. Non voglio dire che si deve promuovere la chiesa cattolica in Cina, che i tibetani hanno per forza diritto all’indipendenza. Pero c’è una cosa che devo dirvi: quando siete liberi e avete il piatto pieno, ogni tanto, pensate anche ai cinesi, a chi non può andare in chiesa perché le chiese non ci sono, alle donne che non possono partorire un figlio se lo desiderano, a tutti coloro che non possono dire nulla contro il governo e non sono liberi di scrivere quello che vogliono. Questo è il messaggio che volevo darvi oggi. Grazie di cuore.

JOHN WATERS:
Grazie Wu, un’ultima domanda sulla natura umana nel suo profondo. Abbiamo parlato del 1989, vent’anni fa. Sembra tantissimo tempo, sono successe tantissime cose nelle vite di ognuno di noi. Vent’anni è il periodo che lei ha passato nei campi, senza sapere quello che sarebbe stato il suo futuro, per non parlare delle privazioni, della fame, ecc. Dove ha trovato la forza per sopravvivere, a cosa si è aggrappato dentro di lei, dove ha trovato la speranza per farcela?

HARRY WU:
La domanda che lei mi fa è una domanda che faccio per primo a me stesso tutti i giorni. Non riesco a spiegarmelo e non so darmi una risposta. Io sono diventato cattolico e all’inizio, i primi due anni dei campi, pregavo Dio. Una volta ho visto un sacco di persone morire malamente nel mio dormitorio: mi sono detto che forse avevo fatto qualcosa di male, per meritare questo. Però tutte quelle persone sono morte e non erano cattive persone, non tutte, almeno. Perché Dio non ha aiutato quelle persone? Un’altra volta che ho visto di nuovo delle persone morire, ho pensato che forse dovevo chiedere a Dio di aiutarle, però questo aiuto non c’è stato. Io che ero sempre stato in pace con Dio e che lo avevo perdonato per queste cose che vedevo, sono diventato una bestia in cerca di cibo. Mi è capitato persino di mangiare dei topi, se avevo fame. Ma questo non importa, non è questo che conta. Conta che mi sentivo senza speranza, senza futuro, senza alcun appiglio: nessuno mi veniva trovare, ero solo e completamente abbandonato, al di fuori della società umana. Francamente, non so come sono sopravvissuto, non me lo spiego. Quando mi hanno rilasciato mi sono sentito stranissimo a camminare di nuovo per strada. Quando sono arrivato negli Stati Uniti, non avevo pensieri di vendetta, di rivalsa, di riscatto. Non pensavo a niente, solo: adesso voglio una vita normale, voglio i soldi, una famiglia. Ho anche smesso di andare in chiesa. Ma a Pechino sono stato due ore in chiesa e non riuscivo più a uscire. Ho sentito che Dio era ed era stato con me. Alla sua domanda su come ho fatto a sopravvive non so rispondere.

JOHN WATERS:
Un’ultima domanda: i carcerieri, quelli che vi hanno imprigionato, erano esseri umani, uomini cinesi come voi. Guardando queste persone, vedendo quello che riuscivano a fare, lei ha più saputo guardare al genere umano con un senso di redenzione, di speranza?

HARRY WU:
Mi ricordo una cosa. Una volta ero in un dormitorio. Questo campo di concentrazione 5A6 è un campo dove si muore di fame e la polizia vi rinchiude solo persone già molto deboli, vicine alla morte. Io ci sono stato, lì non si lavora, si sta seduti ad aspettare la morte. Nel mio dormitorio eravamo una ventina sotto una coperta con due ciotole, una per gli escrementi e una per la colla. Due volte al giorno ti portavano un po’ di cibo, alle 10 del mattino e alle 4 del pomeriggio. Stavamo lì sotto la coperta, e io dicevo a tutti: tappatevi gli occhi, non guardate niente, non pensate a niente. Quando venivano a portare il cibo chiamavano, se qualcuno non rispondeva voleva dire che era morto. Uno accanto a me si chiamava Sem Li di nome, un amico. Non si è presentato per prendere il pasto. Ho detto al cuoco: sarà morto. Ogni giorno una o due persone morivano e li sostituivano con nuovi moribondi. Era ormai una prassi. Nessuno piangeva, non c’era una lacrima, nessuno si lamentava, nessuno diceva niente. Era gente che si stava addormentando in pace. Morivano e dopo cena i morti venivano arrotolati in una coperta. Li portavano via, in una stanza vicina, facevano cataste di corpi. Durante la notte il mio amico che era morto è rientrato nel dormitorio camminando, era sveglio, era vivo. Cosa ti è successo, non eri morto?, gli ho chiesto. Non era morto, lo sembrava solo, ed era stato riportato dalla stanza dei morti al dormitorio dei vivi. E’ ritornato ad essere il mio vicino di letto e io mi sono detto che lo dovevo aiutare anche perché, dato che stava nella stanza dei morti, non aveva ricevuto la cena. Ho chiamato la guardia e ho detto che dovevano dargli la cena che non aveva avuto. La polizia mi ha risposto di no: gliela diamo domani. E io insistevo: no, dovete dargliela oggi perché se no muore. A forza di insistere, gli hanno portato qualcosa, un po’ di mais lesso, un po’ di granoturco. Questo mio amico ha mangiato tutto e immediatamente è morto. L’avevo aiutato come avevo potuto.

JOHN WATERS:
Questa storia tocca veramente le nostre coscienze, la nostra ambivalenza. Ci sono cose alle quali dobbiamo guardare. E’ chiaro che talvolta non ci rendiamo conto che le cose non sempre sono come sembrano. La questione del controllo delle nascite di cui ha parlato Harry Wu è un altro esempio: parliamo di libertà, dei diritti degli uomini, in modo sempre un po’ limitato. C’è un problema che interpella la coscienza di tutto l’Occidente, a questo proposito: come si fa a parlare dell’aborto in Cina quando qui, in Occidente, l’aborto è considerato una grande libertà, una conquista?

HARRY WU:
Io ho parlato del controllo delle nascite in Cina perché gli uomini e le donne si possono amare a vicenda, possono fare l’amore come una cosa istintiva, naturale, normale. Nemmeno i genitori possono dire di non fare l’amore, mentre le autorità cinesi ti dicono che non sei libero di farlo: che liberta è questa?

JOHN WATERS:
Infatti, Signor Wu, io ho detto che c’è una grande ipocrisia in Occidente perché a livello politico sempre di più cerchiamo di spingere l’aborto come una libertà, una conquista. Per me non è una grande libertà poter abortire. Ma dico che c’è una sorta di ipocrisia, di ambivalenza nei confronti della Cina. E’ chiaro che quello che lei ha detto ci tocca al fondo del cuore, nella necessità di essere onesti, di fare chiarezza, di guardare in faccia alla realtà. Questa politica è senz’altro una grave aggressioni alle libertà fondamentali, soprattutto di quelli che non sono mai nati e che non nasceranno mai perché c’è questa legge. Penso anche che in Cina questa politica tocchi veramente l’essere umano nel suo profondo e che il nostro atteggiamento rispetto all’aborto tocchi nel profondo l’essere umano in un modo simile. E’ uno dei punti chiave per comprendere l’ambivalenza dell’Occidente a riguardo della Cina.

HARRY WU:
Ci sono interessi economici. A prescindere dal desiderio di creare un’armonia nel mondo, dobbiamo mettere in discussione i nostri atteggiamenti, noi stessi, e dire come possiamo contrastare la politica portata avanti dal governo cinese, fare chiarezza dentro di noi su quelli che sono i diritti dell’uomo. Ma chiaro che c’è il diritto di voto. Anche gli afghani sono appena andati alle urne. In Cina non si vota, se si vota è tutto finto. Nelle vostre Tv si parla di economia cinese, del boom. Ma la Cina non é solo questo. Due anni fa l’ex presidente Carter parlava delle elezioni nei villaggi, ma di che cosa parlava? Non aveva senso, non ci sono mai state elezioni in Cina. Ecco perché dico che Hu Jintao non è stato eletto dalla gente ma è stato nominato dal partito.

JOHN WATERS:
Dopo questa conferenza, Harry Wu firmerà questo libro che è uscito in italiano, Strage degli innocenti, che si occupa delle violenze correlata al controllo delle nascite in Cina. Chiunque voglia acquistarlo, potrà poi averlo autografato da Harry Wu dopo la conferenza. Ringrazio tantissimo Harry Wu di essere stato con noi oggi e di averci raccontato la sua esperienza.

Fonte: Redazione, 1 settembre 2009

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