Tessile: il cavallo di Troia della mafia cinese in Italia

Prato, 6 ott – In principio fu il tessile. Ci troviamo in Toscana, e più precisamente nella città di Prato. Qui a partire dagli anni novanta si comincia ad insediare una delle più forti comunità cinesi in Italia. In uno dei distretti più importanti del tessile italiano, tanti imprenditori provenienti dall’Estremo Oriente cominciavano a sostituire alla guida d queste aziende i loro omologhi italiani.

Oggi, nella città toscana, tre quarti delle imprese manifatturiere – e poco meno del 95% di quelle che si occupano della confezione di articoli di abbigliamento – hanno titolare cinese: il pronto moda cinese sviluppatosi a partire dagli anni Duemila ha nettamente soppiantato la manifattura tessile tradizionale. In questo contesto si sviluppa una perversa sinergia tra immigrazione clandestina, sfruttamento dei lavoratori e riciclaggio di denaro. Andiamo con ordine. Gran parte dei dipendenti di queste fabbriche era ed è composta da persone che non sanno una parola d’italiano e che vivono perennemente sotto ricatto. L’immigrato cinese per giungere in Italia, è disposto a fare la fame pur di non fare ritorno al loro paese natio.  Ecco il segreto degli affaristi asiatici. Inoltre, in questo contesto economico c’è un elevato turnover di queste imprese, motivato essenzialmente dall’evasione fiscale.

Per non parlare poi del riciclaggio di denaro derivante da attività illecite che viene sistematicamente ripulito investendo in ogni settore produttivo. Ricordiamo che un anno fa la Procura di Milano ha aperto un’inchiesta su un presunto maxi-riciclaggio da circa 2,7 miliardi di euro, derivati da attività illecite interne alla comunità cinese in Italia. Il meccanismo era semplice: i clienti arrivavano col “sacco dei contanti” nel “negozio di money transfer”. Poi se ne potevano anche andare via perché a frazionare la somma – per eludere la normativa antiriciclaggio – da mandare in Cina ci pensavano i gestori dell’agenzia (sotto i 2.000 euro nella precedente normativa; 1.000 euro adesso) addestrati all’enorme attività di trasferimento. La Bank of China non avrebbe segnalato un ingente numero di operazioni sospette.

Ovviamente il fenomeno ha oggi una dimensione tale che non si può far finta di non vedere come accaduto in questi anni. E così veniamo alla cronaca di questi giorni. Un imprenditore tessile cinese ma residente in quel di Carmignano (Prato) si è visto sequestrare beni per un valore complessivo di 1,5 milioni (una villa, tre auto, quote societarie e conti correnti). Per la Direzione investigativa antimafia (Dia) c’è una notevole sproporzione tra i redditi dichiarati da lui e dal suo nucleo familiare (per alcune annualità anche pari a zero) e il suo tenore di vita. Non è, però, solo una storia di evasione fiscale. Guardando la fedina penale del signor C.Y. (così è stato ribattezzato dagli inquirenti) scopriamo alcuni particolari interessanti. Nel 2004 la condanna della Corte d’appello di per aver favorito l’immigrazione illegale di numerosi cittadini cinesi attraverso meccanismi fraudolenti, poi la condanna del Tribunale di Prato del 2012 per aver gestito giochi d’azzardo all’interno di vari capannoni industriali, nonché il coinvolgimento e il relativo arresto (anno 2012) in un’indagine relativa all’importazione di merce di contrabbando, mediante l’interposizione fittizia di imprese commerciali “cartiere”. Nella vicenda appena raccontata ciò che stupisce è l’intervento della Dia. Cosa c’entra la direzione distrettuale antimafia? Questa domanda trova risposta in uno studio pubblicato da Transcrime, il centro di ricerca di criminologia dell’Università Cattolica di Milano.

In questo rapporto, pubblicato nel 2013, si evidenziava come: “In Italia la mafia cinese investa nel commercio, nel tessile, nella ristorazione e nei numerosi punti di money service. Attività (non tutte ovviamente) che vengono sovvenzionate da soldi sporchi, provenienti dalla gestione illegale dei flussi migratori, dal traffico e spaccio di droga, dallo sfruttamento del lavoro e della prostituzione e nell’usura a danno degli stessi connazionali.  Non solo, fra i vari “affari” della mafia cinese c’è anche il traffico illecito di rifiuti e a seguire il riciclaggio di denaro, la contraffazione e il contrabbando di merci”. Secondo i rapporti della Dia (Direzione investigativa antimafia, e della Scico (Servizio centrale di investigazione sulla criminalità organizzata) che l’ha definita la “quinta mafia” italiana, è particolarmente radicata a Roma, Napoli, Firenze, Prato, Milano e Padova.

In sintesi la “Piovra asiatica” si espande a macchia d’olio con il silenzio complice della nostra classe dirigente. Non basterà, certo, la chiusura di qualche capannone abusivo, per combattere questa nuova forma di crimine organizzato.

Salvatore Recupero, Il Primato Nazionale 6 ottobre 2017

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