Stop alle esecuzioni in Cina!2 tibetani messi a morte dalla giustizia cinese

2 tibetani “colpevoli” per la rivolta dell’anno scorso sono stati condannati a morte dalla giustizia cinese

E’ la sentenza più dura emessa finora dai tribunali di Pechino, dopo le sommosse anti-cinesi che nel marzo 2008 sconvolsero Lhasa e tutta la regione. Altri due sono stati condannati a morte ma l’esecuzione è stata sospesa, e tre imputati hanno ricevuto l’ergastolo. L’annuncio è stato dato dall’agenzia stampa governativa, Nuova Cina. I condannati sono stati riconosciuti colpevoli di aver partecipato ad assalti e violenze nel corso delle quali sono morti dei cinesi Han, il ceppo etnico maggioritario nella Repubblica Popolare.

monaci tibetani in rivolta contro la Cina

L’apice degli scontri fu nelle giornate del 14 e 15 marzo, quando a Lhasa furono dati alle fiamme diversi negozi gestiti da immigrati Han.

E’ con quegli episodi che viene giustificato il ricorso alla pena capitale. Di uno solo dei condannati è stato annunciato il nome: si tratta di Losang Gyaltse, accusato di avere incendiato un negozio di abbigliamento provocando la morte del proprietario Zuo Rencun. Il 14 e 15 marzo 2008 il governo fu colto alla sprovvista dalla virulenza e dalla rapida diffusione delle proteste che dilagarono in tutto il Tibet. Le autorità ripresero il controllo inviando colonne dell’esercito e reparti speciali anti-sommossa da tutta la Cina. Ma il danno d’immagine era fatto e la questione tibetana fu una spina nel fianco durante tutti i preparativi dei Giochi di Pechino: il viaggio della fiaccola olimpica in Europa e negli Stati Uniti venne turbato da manifestazioni pro-Tibet.

Il governo cinese reagì accusando il Dalai Lama di avere incitato le violenze con un disegno secessionista. Da allora l’offensiva per la normalizzazione del Tibet è andata avanti in due direzioni. All’interno, la polizia cinese ha compiuto migliaia di arresti, ivi compreso nei monasteri buddisti dove molti religiosi sono stati deportati in campi di lavoro e soggetti alla “rieducazione ideologica”. A febbraio 76 prigionieri hanno già ricevuto sentenze definitive, da tre anni di carcere all’ergastolo: i processi si sono sempre svolti a porte chiuse, e gli imputati non hanno diritto alla difesa.

La segretezza caratteristica del sistema giudiziario cinese è stata rafforzata dall’isolamento del Tibet, chiuso per un anno agli osservatori stranieri. Altrettanto implacabile è stata la diplomazia di Pechino nell’isolare il Dalai Lama nel mondo. Ogni paese che ha osato dare udienza al leader tibetano in esilio è stato oggetto di dure condanne e minacciato con pesanti ritorsioni. Molti si sono piegati, vista la potenza economica della Repubblica Popolare. L’ultimo caso è stato quello del presidente francese Nicolas Sarkozy. L’anno scorso i cinesi fecero saltare un vertice bilaterale con l’Unione europea per “castigare” Sarkozy dopo la visita del Dalai Lama in Francia. Al vertice del G-20 a Londra il presidente francese ha incontrato il suo omologo cinese Hu Jintao e ha sottoscritto una dichiarazione sull’appartenenza del Tibet alla Repubblica Popolare, un gesto che la stampa di Parigi interpreta come una umiliante sottomissione.

Fonte: rampini.blogautore.repubblica.it, 8 aprile 2009

voti

Condividi:

Stampa questo articolo Stampa questo articolo
Condizioni di utilizzo - Terms of use
Potete liberamente stampare e far circolare tutti gli articoli pubblicati su LAOGAI RESEARCH FOUNDATION, ma per favore citate la fonte.
Feel free to copy and share all article on LAOGAI RESEARCH FOUNDATION, but please quote the source.
Licenza Creative Commons
Quest'opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale 3.0 Internazionale.