Stampa e regime in Cina: propaganda e ricatti

L. Ya, F. Fang, L. Ong, Epoch Times | 29/05/2016
SYDNEY-Secondo una giornalista di People’s Net (versione online del quotidiano People’s Daily) che ha presentato le dimissioni all’inizio del mese, le indagini sulla corruzione condotte dai media statali, non vengono pubblicate ma vengono usate per ricattare gli indagati stessi.

L’ex reporter Wu Junmei, quando a febbraio è andata in vacanza in Australia, ha realizzato quanto aveva già deciso in Cina: una settimana dopo il suo arrivo si è dimessa dal Partito Comunista Cinese, un mese dopo ha rassegnato le dimissioni dal lavoro e non ha nessuna intenzione di ritornare in patria.

In un’intervista esclusiva per Epoch Times la giornalista ha raccontato il percorso della sua carriera e descritto gli illeciti affari del People’s Net, spiegando le ragioni della sua decisione e gli stretti legami tra i suoi ex colleghi giornalisti di regime e il regime stesso.

AFFARI LOSCHI

I giornalisti dei media portavoce del Partito Comunista Cinese sono stati a lungo obbligati, oltre che a diffondere la consueta propaganda, anche a indagare sui casi di malversazione e abusi di potere nelle industrie, nel governo e nella società. Ma a differenza degli altri organi di stampa, i risultati di queste indagini non venivano mai pubblicati.

Per anni queste inchieste sono state conservate come ‘informazioni riservate interne’, che potevano essere distribuite solo agli appartenenti all’élite del Partito. Tuttavia recentemente sono state usate tra i funzionari per un’altra delle loro attività favorite: fare soldi.

Sono queste le pratiche che Wu Junmei ha definito ingiuste e frustranti: la redattrice aveva lavorato per un canale televisivo provinciale, prima di andare nel 2012 nella redazione provinciale del People’s Net di Hebei. Aveva lavorato per la maggior parte del tempo investigando sulle denunce della popolazione che vive lungo il fiume Yangtze, indagando sui casi delle industrie che inquinano il corso d’acqua più lungo della Cina.
Ma Junmei la imparato presto che i portavoce del regime non erano dalla parte del popolo: «Un normale giornale avrebbe riportato i fatti, criticando e condannando il fenomeno; o sarebbe andato dalle autorità competenti per esercitare pressione affinché agissero nell’interesse del popolo. Ma il People’s Net non fa così».

Anzi: il People’s Net usava le interviste e le fotografie fatte dalla Wu che fornivano prova delle illegalità commesse dalle fabbriche inquinanti, come arma per ricattare queste ultime: «Si ‘mettono d’accordo’ con le industrie e accumulano guadagani illeciti».

Assistere a questi loschi traffici negli ultimi due anni ha messo la giornalista in una «situazione di profondo disagio e dolore».
Disgustata da quello che stava facendo, ha cercato conforto nella religione, ma quando il suo capo è venuto a saperlo, l’ha criticata aspramente perché nutriva una fede diversa dal marxismo.

LA FEDE

Depressa per la sua situazione professionale, Wu ha cercato un dialogo con una chiesa locale alla fine del 2014 e per un po’ ha trovato conforto spirituale nel Cristianesimo. Ma un paio di agenti del partito presso il People’s Net, dopo aver appreso della sua nuova fede e averla vista partecipare a una celebrazione natalizia, sono andati a ‘parlarle’ per ricordarle che l’unico dogma veramente accettato è quello del Partito: «Siccome noi siamo i portavoce del Partito, tu negli articoli puoi solo sostenere una visione esclusivamente marxista. Noi siamo qui a lavorare per la politica, e tu non puoi avere alcun’altra fede».

Per la Wu era diventato snervante persino vedere la confessione forzata di Zhang Kai in Tv (Zhang Kai è un avvocato dei diritti dei cristiani cinesi noto per difendere i cristiani perseguitati e altri gruppi sociali privati dei loro diritti): «Ero particolarmente arrabbiata perché sono cristiana».

LE DIMISSIONI DAL PARTITO COMUNISTA CINESE

Wu Junmei si è convinta ancora di più della sua decisione di voler lasciare il lavoro e dimettersi dal Partito in febbraio, dopo aver letto le informazioni senza censura una volta giunta in Australia.

Cercando su Google ha infatti trovato un’infinità di informazioni sul massacro di Tiananmen e sulla persecuzione del Falun Gong, una disciplina spirituale tradizionale cinese, e su numerose altre violazioni dei diritti umani in Cina.
Poi ha trovato i ‘Nove Commentari sul Partito Comunista Cinese‘, una serie editoriale in nove capitoli pubblicata nel 2004 da Epoch Times.

Ha affermato: «Quando ne ho letto la prima volta ho fatto fatica ad accettarlo: chi lavora nel settore dell’informazione in Cina continentale, crede che il Falun Gong critichi il Partito perché non é stato trattato bene da quest’ultimo».

I Nove Commentari sono spesso distribuiti dai praticanti del Falun Gong sotto forma di giornale o di CD-Rom per risvegliare la consapevolezza delle persone sui crimini storici e attuali commessi dal Partito Comunista Cinese.
«Dopo aver letto i ‘Nove Commentari’ dall’inizio alla fine, ho capito che sono come una vera e propria radiografia del Partito, tanto l’analisi è accurata e precisa» aggiunge Junmei. Che fa un commento da professionista sul ruolo di questo media: «Epoch Times riporta alle persone la verità: questo media ha una missione storica, e la responsabilità di rivelare alla gente la verità su come sono i fatti in realtà. E non parla solo per il Falun Gong, ma a favore di tutti i cinesi».

Una settimana dopo essere arrivata in Australia, Junmei ha dato le dimissioni dal partito attraverso il Centro Tuidang, un’organizzazione no-profit che aiuta i cinesi della Cina continentale a dichiarare le proprie formali dimissioni dal Partito. Finora 236 milioni di cinesi hanno dichiarato le loro dimissioni dal Pcc.

Poi il 6 maggio ha mandato un fax alla sede del People’s Net della provincia di Hebei: sotto l’intestazione ‘Lettera di dimissioni’ ha scritto solo altre tre frasi: «Non voglio glorificarli più!!! Non voglio deificarli più!!! Non voglio ricattare più nessuno per conto loro!!!».

I COLLEGHI GIORNALISTI

Wu Junmei spera che i colleghi giornalisti in Cina riflettano e imparino dalla sua esperienza: «Le persone che lavorano come portavoce del regime dovrebbero smetterla di far sventolare la bandiera e di adorare il regime. Come quel redattore del Southern Metropolis Daily che si é licenziato dopo aver realizzato di aver chinato il capo per troppo tempo».

Yu Shaolei, un giornalista della sezione cultura del Southern Metropolis Daily’s, con sede nel Guangzhou, ha postato la sua lettera di dimissioni sui social media cinesi, a marzo, dopo aver realizzato che non poteva più aderire alla linea imposta dal partito: «Chi parla dopo aver conosciuto la verità e rimane in silenzio, diventa complice. Spero che anche gli altri giornalisti posino le loro penne. O inizino a usarle per dire la verità»

Fonte: Epoch Times, http://epochtimes.it/n2/news/stampa-e-regime-la-macchina-della-propaganda-in-cina-3661.html

Articolo in inglese:

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