Sempre più aziende italiane ritornano nel Bel Paese. Cina la più colpita dal back-reshoring

Massimiliano Russano, Epoch Times | 26/07/2015
Sempre più aziende italiane che avevano spostato la produzione all’estero stanno tornando in Italia. È il fenomeno del back-reshoring e secondo uno studio italiano la tendenza è in aumento.

Dal 2010 l’Uni-CLUB MoRe Back-reshoring, un gruppo di ricerca che ha visto il coinvolgimento delle Università di Catania, L’Aquila, Udine, Bologna e Modena & Reggio Emilia, sta studiando il fenomeno e il risultato è che dal 1997 a oggi oltre 70 imprese manifatturiere italiane all’estero hanno riportato la produzione in Italia, sopratutto dalla Cina. I settori più interessati sono la moda, l’elettronica e la pelletteria.

Per comprendere meglio il fenomeno e suoi impatti, Epoch Times ha intervistato Luciano Fratocchi, membro dell’Uni-CLUB MoRe Back-reshoring e professore di Ingegneria economico-gestionale all’Università dell’Aquila.

Da quando esiste il back-reshoring in Italia?

«Diciamo che gli eventi isolati si sono avuti negli anni 80 e 90, ma fondamentalmente è dal 2005-2006 che diventa più rilevante e sembra avere un ulteriore incremento con l’avvento della crisi dal 2009 in poi. Ci sono state notizie isolate di singole aziende che hanno deciso di ritornare nel tempo in Italia, ma questo non ha avuto un peso particolarmente rilevante. Il fenomeno diventa un po’ più visibile e oserei quasi dire strutturato, in tempi recenti».

Secondo lei potrebbe aumentare questo fenomeno?

«Assolutamente sì, ma molto dipenderà dal contesto. Cioè fino adesso si è trattato di decisioni volontarie delle singole imprese. Quando si creerà un contesto favorevole ai rientri, aumenterà significativamente. Si nota che nei Paesi in cui c’è la decisione da parte del responsabile delle politiche industriali di creare delle opportunità favorevoli, il tasso di crescita è significativo, Gran Bretagna in primis».

Il back-reshoring può avere impatti sull’occupazione?

«Mentre nel 2015 negli Usa i nuovi posti di lavoro creati dal back-reshoring risultano superiori ai posti di lavoro persi a causa della delocalizzazione – quindi il saldo è positivo – in Italia non siamo ancora a questo punto. Ma mi preme sottolineare che bisogna considerare che alcune operazioni di back-reshoring, anche recenti, hanno permesso ai dipendenti che sarebbero dovuti andare in cassa integrazione, in mobilità e in licenziamento, di non perdere il lavoro. L’ultimo esempio in termini cronologici è la trattativa Whirpool. Se non si chiudono alcuni stabilimenti, specie quello in provincia di Caserta, è perché Whirpool ha spostato in Italia delle produzioni che provengono da tre Paesi, tra cui Turchia e Cina. Quindi se ha un impatto sulla collettività? Certo, ma non tanto per la creazione dei nuovi posti di lavoro, ma per il contributo a mantenere quelli esistenti. Un altro caso storico è quello della Fiamm: quando ha chiuso nella Repubblica Ceca e ha trasferito la produzione in Italia, ciò ha evitato la chiusura dello stabilimento in Abruzzo. Non dobbiamo pensare solo ai posti lavoro creati, ma anche ai posti di lavoro non persi. Il back reshoring non è che diminuisce il numero di disoccupati, ma non lo aumenta».

Perché le aziende italiane tornano in Italia?

«Ci sono una serie di motivazioni. Mentre a livello internazionale gli aspetti come la riduzione del costo del lavoro tra la Cina e il Paese in cui si ritorna sono importanti, ovviamente questo è meno vero per l’Italia. In Italia il motivo principale è l’effetto ‘made in’, cioè il fatto che un prodotto interamente italiano sia valutato meglio dal cliente, specialmente straniero. Poi tra gli altri motivi ci sono il miglioramento del servizio al cliente e anche l’aspetto della qualità delle produzioni delocalizzate. Si riconosce che in molti settori, l’artigianalità delle risorse umane italiane è così elevata, da dare un valore aggiunto al prodotto».

Nello studio quali criteri avete utilizzato per giudicare la qualità delle produzioni?

«No, l’ho giudicato io e il mio gruppo di ricerca a cui appartengo. Abbiamo studiato quali sono le motivazioni dichiarate dalle imprese, non lo abbiamo verificato noi.

Le Nazioni Unite hanno sollecitato l’adozione di politiche tese a favorire il back reshoring…

«Sì, esiste una parte delle Nazioni Unite che si chiama Unctad, che è un’organizzazione, che ha posto l’attenzione sul fatto che il back-reshoring possa aiutare lo sviluppo economico dei Paesi, in particolare di quelli occidentali in cui la delocalizzazione ha comportato effetti negativi. In questo modo il back-reshoring è visto per favorire la riattivazione dei posti di lavoro».

Il maggiore svantaggio della delocalizzazione sia la perdita dei posti di lavoro?

«Diciamo che è uno dei motivi principali per cui la delocalizzazzione crea problemi. La delocalizzazione come primo effetto comporta la diminuzione dei posti di lavoro nel Paese in cui si realizza. Ma con il tempo si perde il cosiddetto know-how, il capitale umano in termini di conoscenze. Oggi negli Usa alcune aziende hanno difficoltà a rientrare perché non riescono a ritrovare professionalità, che è andata perduta».

Il back-reshoring aiuta quindi le aziende a mantenersi competitive?

«Assolutamente sì. È uno strumento che aiuta la competitività delle imprese perché si hanno costi totali – non costi di produzione – che sono inferiori. Oppure perché aumenta il valore percepito del prodotto».

Come mai del back-reshoring si parla ancora in modo limitato?

«Ci sono due discorsi da fare. Il primo è che non abbiamo un’analisi statistica del fenomeno. In Germania c’è un gruppo di ricerca che ogni due anni fa una specie di censimento su un campione d’imprese. Elabora dei dati, ma solo per quel Paese. C’è anche una banca dati per gli Usa, l’organizzazione Reshoring Iniziative, un gruppo di interesse il cui fondatore Harry Moser ha influenzato la politica di Obama in favore del back-reshoring. E poi c’è la nostra banca dati. Quindi manca sicuramente una rilevazione statistica ufficiale. Ma c’è un altro aspetto importante. Le evidenze sono ancora limitate perché sono limitati i Paesi che usano questo strumento favorendolo con delle politiche industriali».

Ossia…

«In alcuni Paesi, tra cui l’Italia, non si stanno cercando politiche ad hoc. Inoltre il mondo della ricerca e della consulenza affronta questo argomento da solo 4-5 anni. È poco per i tempi tecnici dell’approfondimento delle ricerche. Due o tre anni fa l’argomento era da iper-esperti, adesso se ne comincia a parlare negli articoli. C’è poca letteratura, ma addirittura assistiamo ad aziende che non comunicano di essere tornate, perché in alcuni casi hanno fatto credere ai clienti che la produzione fosse made in Italy. Dirlo in questi casi non conviene, perché significa dire ai clienti che l’azienda aveva delocalizzato».

Coma mai il rientro delle imprese in Europa si verifica soprattutto nei Paesi più industrializzati come l’Italia?

«Preciso che noi ci interessiamo solo del rientro delle attività manifatturiere, ad esempio non siamo interessati ai call-center o agli uffici amministrativi. Il rientro interessa i Paesi più industrializzati come Germania, Italia, Francia e Gran Bretagna perché c’è un maggior numero di casi di delocalizzazione. E quindi proporzionale al numero di aziende che sono andate all’estero».

Come mai la Cina è il Paese maggiormente colpito dai fenomeni di rientro?

«Ancora una volta il motivo principale è che la Cina è stato il Paese attrattore delle aziende europee e americane, non per niente a volte viene indicata come la fabbrica del mondo. Poi in Cina stanno cambiando alcune cose, tra cui i costi».

Cosa sta cambiando in Cina?

«Da una parte c’è una maggiore richiesta salariale. Consideri che in Cina l’anno scorso c’è stato il primo sciopero degli operai delle aziende calzaturiere, un evento storico per la Cina. Poi il Governo cinese ha interesse nell’aumentare il consumo interno. Questo Paese sta avendo un problema di crescita rallentata, poiché si compra meno dalla Cina. Allora come può la Cina continuare a crescere al ritmo del dieci per cento all’anno? Uno dei modi è fare in modo che la sua popolazione consumi di più. La Cina per tanti anni ha goduto di una forte domanda esterna, vivendo molto di esportazioni. Per stimolare la domanda interna, occorre dare una maggiore disponibilità di reddito e quindi il Governo cinese incentiva l’aumento degli stipendi, aumentando pertanto le retribuzioni. I Cinesi avranno quindi più soldi da spendere in prodotti cinesi. Il reddito aumenta la capacità di consumo e questo aumenta la domanda interna. Tutto questo comporta una diminuzione minore del Pil oppure un aumento del Pil. Perché la Cina, per com’è costituita, ha bisogno che il Pil cresca a tassi il più possibile vicini al dieci per cento all’anno».

Come mai?

«Perché in Cina l’età media è più bassa rispetto ai Paesi occidentali. Ogni anno aumentano il numero di persone che sono in età da lavoro e quindi a fronte di una domanda crescente, ci deve essere un’offerta crescente. Se l’economia cinese non cresce a una certa velocità, il motore si spegne, ovviamente parliamo di economia reale».

Sa dirmi qualcosa in più sulle pressioni sociali in Cina?

«Sicuramente in Cina c’è un aumento dell’attenzione al diritto del lavoro e alle condizioni di lavoro. Pensi a ciò che è successo a seguito della Foxconn. [Uno stabilimento cinese in cui nel 2012 decine di persone si sono suicidate gettandosi dai tetti per le pessime condizioni di lavoro, ndr]. Poi che le condizioni di lavoro non abbiano assolutamente nulla di paragonabile a quelle del peggior Paese occidentale è vero. Diciamo che c’è un po’ più di attenzione. Il rovescio della medaglia dell’aumento salariale è l’aumento del costo del lavoro. Questo porta a due cose. O si scappa dalla Cina e si va in Paesi più a basso costo, come per esempio Myanmar e Vietnam. Altrimenti c’è chi si chiede: “Ma se io devo pagare in Cina e poi devo trasportare il prodotto in America, non è di buona qualità, ci sono problemi di coordinamento, tanto vale che lo produco in America”.  Ci sono quindi due risposte opposte: aziende che delocalizzano in Paesi più poveri oppure quelle che ritornano».

Quali possono essere gli svantaggi di un rientro per un’azienda che aveva delocalizzato?

«Se l’azienda deve gestire nuovamente le attività in stabilimenti propri, deve riprendere in mano manodopera che aveva magari abbandonato.  E poi aumentano i costi di gestione. Se producevo in Cina, logicamente ci sono difficoltà a fare cose che non facevo».

Questo credo sia legato al know-how di cui parlava prima…

«Esatto, in alcuni casi è reso difficile. Poi talvolta si ritorna anche se le cose costano in Italia un po’ di più. Perché magari si ottiene qualcosa in più in termini di prezzo di vendita. È difficile coordinare le cose all’inizio, ma dovrebbero essere più i vantaggi che gli svantaggi».

Secondo lei l’Italia adotterà delle strategie politiche per facilitare il rientro delle aziende che hanno delocalizzato?

«Innanzitutto tutto ciò che aiuta a svolgere attività imprenditoriali in Italia fa bene sia a chi già è in Italia, sia a chi deve tornare. Ecco un esempio: aver tolto la componente del costo del lavoro dall’Irap, aiuta sia chi sta in Italia, sia chi è all’estero. Inoltre le posso dire che anche nelle dichiarazioni dei nostri governanti c’è attenzione su questo fenomeno. Consideri che il 15 luglio 2015 il ministro del Lavoro Poletti e quello degli Esteri Gentiloni, hanno ricevuto alla Farnesina tutti i rappresentanti diplomatici dei Paesi del G20, illustrandogli il Jobs Act e mostrando loro come dovrebbe favorire il rientro della produzione in Italia. Questo per dire che il back-reshoring è stato messo in luce anche dai nostri politici. In alcuni settori si sta cercando di investire, specialmente nella moda. Spesso quello che crea discussioni è di non creare danni a chi è rimasto. Mi spiego meglio. Quando si parla di incentivare le imprese a ritornare, qualche azienda che non ha delocalizzato all’estero potrebbe sentirsi vittima di un’ingiustizia, sostenendo che le aziende che sono andate all’estero, oltre ad aver goduto dei vantaggi economici nell’aver delocalizzato, ora ottengono incentivi a ritornare. Basta rendere facile, comodo e meno complicato lavorare in Italia, sia per chi già ci lavora, sia per chi viene dall’estero. Togliere il costo del lavoro dall’Irap, serve sia alle aziende che sono in Italia, sia a chi vuole tornare».

Secondo lei la Cina potrebbe attuare delle politiche per diminuire i rientri delle imprese?

«La Cina ha interesse ad aumentare il reddito disponibile delle famiglie. Quindi in che modo potrebbe bloccare il back-reshoring? Facendo diminuire i salari. Ma tra il non perdere la produzione destinata all’estero e l’aumentare i consumi interni, alla Cina conviene la seconda scelta. Il vantaggio che ci sarebbe nel combattere il back-reshoring è inferiore a far crescere l’economia interna. La Cina ha interesse piuttosto ad aumentare il valore delle proprie produzioni, è affamata d’innovazione tecnologica: vuole trasformarsi da fabbrica del mondo a basso costo, a fabbrica del mondo a valore aggiunto».

Fonte: Epoch Times, http://epochtimes.it/n2/news/sempre-piu-aziende-italiane-tornano-nel-bel-paese-e-il-backreshoring-2091.html


L’Ing. Luciano Fratocchi ha omesso o non è al corrente di quale sia la realtà nello stringere affari in Cina. In entrambi i casi è molto grave. E’ al corrente dei campi di lavoro e dei laogai nel paese del dragone? Invito ad andare a leggere negli articoli correlati“CINA, il lato oscuro nel fare affari nel paese più popoloso del mondo”

Gianni Taeshin Da Valle, dir.resp. LRF Italia Onlus, 27/07/2015

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