Scioperi, contagio cinese Cresce la protesta in Asia

Come tessere di un gigantesco (e inatteso) domino. Prima le filiali della Toyota e dell’Honda, poi è toccata alla Denso Corporation, quindi è stata la volta della catena Kentucky Fried Chicken. Tutte “contagiate” in Cina da uno strano virus: lo sciopero degli operai. A tremare non è stata solo il dogma della stabilità sociale – in Cina meno solida di quanto spesso si voglia far credere – ma il pilastro stesso della crescita economica cinese. Quel modello – bassi se non bassissimi salari, garanzie per i lavoratori quanto meno “volatili” – che ha terremotato l’economia mondiale grazie alla delocalizzazioni, innescato la vertiginosa crescita cinese e che ora rischia però di andare in crisi di fronte alle richieste degli operai: salari più alti, condizioni di vita più dignitose.

L’ondata di scioperi si salda a una serie di fenomeni che possono cambiare le carte in tavola. Primo: l’economia cinese non correrà più come prima. Come ha scritto Newsweek, nei prossimi anni il tasso di crescita si assesterà sul 6-7% Secondo: per gli esperti Pechino va verso un’economia più «matura», meno centrata sull’export (oggi la Cina, con una quota pari al 10 per cento del mercato globale, è il più grande esportatore al mondo). Terzo: la conflittualità sociale è endemica nel Paese: nel 2007 si sono registrate ben 90 mila rivolte. E ora con la disoccupazione che cresce e con 23 milioni di lavoratori migranti senza un posto, si apre anche il “fronte” operaio. Qualcosa che spaventa. Tanto da indurre i pezzi grossi del partito a scendere in campo. Il premier cinese Wen Jiabao ha dichiarato di «comprendere» le recriminazioni dei lavoratori per le loro dure condizioni di lavoro.

La miccia è stata accesa dell’immenso stabilimento del Guangdong dove l’Honda produce componentistica per automobili. Quindi a scioperare sono stati i lavoratori della catena Kentucky Fried Chicken: chiedono alla casa madre di portare il loro salario mensile a 900 yuan (108 euro). A tutto ciò si è aggiunto anche il caso dei suicidi che hanno sconvolto la Foxconn. Come scrive la Reuters «i giovani lavoratori immigrati si aspettano condizioni lavorative e salariali migliori rispetto a quelle accettate dai loro genitori».

Ma il “virus” non sembra limitarsi alla sola Pechino. Mentre in Cina si moltiplicavano gli scioperi, il principale distretto dell’abbigliamento del Bangladesh si è fermato nei giorni scorsi per la crescente conflittualità tra imprese e lavoratori. Il blocco, giunto dopo tre giorni di scioperi, manifestazioni e incidenti tra dimostranti e polizia, è stato deciso dalla Bangladesh Garment Manufacturers and Exporters Association, l’organizzazione che raccoglie gli imprenditori del settore, in seguito a una serie di proteste per l’innalzamento dello stipendio minimo.

Come ha riportato l’AgiChina 24, i manifestanti chiedono che lo stipendio minimo venga innalzato a 5mila thaka mensili (58 euro) dagli attuali 1.662 (meno di 20 euro) una cifra pattuita tra governo, imprese e sindacati nel 2006. Il settore dell’abbigliamento da solo vale l’80% delle esportazioni e dà lavoro al 40% della manodopera industriale del Bangladesh.

E un nuovo caso è scoppiato anche nelle Filippine. Triumph, gruppo noto per la produzione di biancheria e costumi da bagno, la cui sede si trova in Svizzera, ha deciso di licenziare 3600 dipendenti negli stabilimenti che si trovano in Thailandia e nelle Filippine.

Fonte: Avvenire.it, 26 giugno 2010

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