Richiesta d’aiuto in cinese ritrovata in un paio di calze

Juliet Song, Epoch Times | 27/12/2015
Shahkiel Akbar era andato a comprare un paio di calzini da Primark, catena di negozi del Regno Unito, e certo non si aspettava di trovarvi all’interno un biglietto di aiuto scritto in cinese.

Un negozio Primark In Oxford Street, Londra. 5 novembre 2014, e la lettera di Sos di un uomo cinese che dice di esser vittima di torture in Cina. (Lettera: Cortesia di Lucy Kirk, Sfondo: Peter Macdiarmid/Getty Images

Datato 22 giugno 2015, il biglietto, scritto con penna nera su un foglio a righe, era firmato da una vittima di tortura di nome Ding Tingkun: «Attualmente sono detenuto nel Centro di Detenzione della Contea di Lingbi. Il mio corpo, la mia mente, stanno soffrendo una brutale tortura e persecuzione», dice la richiesta di aiuto.

Dieci giorni prima del ritrovamento di Akbar, secondo quanto afferma la stampa britannica, il padre di Lucy Kirk, un altro cliente di Primark, aveva trovato un biglietto simile, scritto sempre da Ding Tingkuncon con data 29 giugno, dopo aver comprato un paio di calzini in un altro punto vendita a Huddersfield, una piccola città nel centro del Regno Unito: «Mia moglie è detenuta forzatamente in un ospedale psichiatrico, mio padre è stato assassinato nell’ospedale di Damiao il 22 maggio del 2014», era scritto su quest’altra richiesta di aiuto.

Lettera di Sos di Tingkun, possibile vittima di torture in Cina. (Per gentile concessione di Lucy Kirk)

 

IL PRECEDENTE DI HALLOWEEN

Le due lettere sono molto simili a un’altra che Julie Keith, direttrice donazioni a Goodwill, ha trovato in alcune decorazioni di Halloween nel 2013. Quella lettera, scritta in un inglese stentato, proveniva dal Campo di lavoro forzato femminile di Masanjia, nel Nord-est della Cina, dove si praticano estreme forme di tortura per spezzare la fede dei praticanti del Falun Gong, una disciplina spirituale crudelmente perseguitata dal Partito Comunista Cinese.

In quel momento, il ritrovamento nell’Oregon fece sì che l’attenzione internazionale si concentrasse sul lavoro di schiavitù nei campi di lavoro forzato in Cina.

Ma nel caso di Primark, la catena di negozi ha negato l’idea che il biglietto potesse provenire da una persona che lavora in condizioni di schiavitù in Cina. L’azienda ha affermato che il biglietto era parte di un piano dell’autore per «farsi pubblicità»: «Il nome di Primark viene utilizzato perché questo individuo possa farsi pubblicità. Non c’è nessuna connessione tra questa persona e le nostre fabbriche di fornitori in Cina», ha dichiarato un portavoce dell’impresa al Daily Mail, un quotidiano del Regno Unito. «Crediamo che probabilmente il biglietto sia stato aggiunto in un momento successivo alla fabbricazione [dei calzini, ndt], forse durante il trasporto o al porto», ha aggiunto.

DING TINGKUN ESISTE

Ma a quanto pare Ding Tingkun, è una persona reale  e non solo: è anche reale il fatto che sia stato – e forse continui a essere – imprigionato nello stesso centro di detenzione citato nella lettera trovata nei calzini. Ci sono diversi dati, disponibili sul web cinese, che lo confermerebbero. La conferma principale è un verdetto di un tribunale contro Ding, con data 19 maggio 2015: il verdetto è nel database di OpenLaw, una Ong con sede a Shanghai che fornisce l’accesso alle decisioni legali in Cina.
Si tratta di un verdetto emesso dalla Corte Intermedia del Popolo di Suzhou che annulla una sentenza precedente – tre anni di prigione per «ricatto ed estorsione» – della Corte del Popolo della Contea di Lingbi, a sua volta emessa l’8 dicembre del 2014 (entrambe le corti appartengono alla provincia di Anhui). Nella sua lettera Ding dice di essere stato accusato di estorsione. Il verdetto annulla quella decisione per mancanza di prove e ordina alla corte originale di rifare il processo. Indica inoltre che Ding è sotto custodia dal 29 giugno del 2014 e che «attualmente è detenuto nel nel Centro di Detenzione della Contea di Lingbi».

Questo verdetto è stato emesso a maggio 2015, un mese prima della data indicata sulla lettera. Molto probabilmente Ding è ancora nello stesso centro di detenzione, vista la lentezza con la quale opera solitamente il sistema giudiziario cinese (per esempio, l’avvocato dei diritti umani Pu Zhiqiang, di recente condannato a tre anni di carcere, ha dovuto aspettare 19 mesi in un centro di detenzione prima che il suo caso arrivasse al tribunale).

«PROTEGGONO MAFIOSI E CRIMINALI»

Nella sua lettera, Ding scrive che è stato incriminato dai funzionari della stazione di polizia di Damiao, per aver «fatto petizione a Pechino per informare i governatori del Paese del fatto che i funzionari della polizia sono corrotti, non fanno il loro dovere e proteggono mafiosi e criminali».

Esiste poi un’altra prova, disponibile in internet, che sembra corroborare la lettera: il 15 maggio 2014, prima della detenzione di Ding, un articolo su un blog di Sina Weibo, firmato da Ding Tingkun e Zhu Hongli, affermava che la polizia di Wuxi, una città della provincia di Jiangsu confinante con Anhui, «protegge a mafiosi e nasconde la verità» di un caso penale. Questo breve articolo utilizza un linguaggio simile alla lettera trovata nei calzini.
Inoltre, in un commento a un articolo pubblicato sul People’s Daily, un utente internet che afferma di essere Ding Tingkun chiede aiuto alle autorità e dice che sua moglie ha una malattia mentale. In questo commento dice che il nome della sposa è Zhu, (lo stesso nome del secondo autore dell’articolo sul blog) e afferma che era ricoverata nell’Ospedale del Popolo n°2 di Suzhou, nel 2011.

Al momento della pubblicazione di questo articolo, la direzione di Primark non ha risposto alle nostre domande che la ponevano di fronte all’evidenza della reale esistenza di Ding Tingkun e della sua storia.

Fonte: Epoch Times, http://epochtimes.it/n2/news/regno-unito-biglietto-di-aiuto-nei-calzini-di-primark-3130.html

English article, Daily Mail:

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