REGGIO EMILIA: “Cinesi sfruttati in fabbrica, un morto riapre il caso”

Un 48enne ucciso da un attacco cardiaco dopo pochi giorni di lavoro in un maglificio di Reggio Emilia. La Procura deve stabilire se ci sia stato un nesso fra l’impiego e il decesso.


Bi Xuegui lavorava sedici ore al giorno in un maglificio della zona industriale di Reggio, un laboratorio gestito da cinesi dove il ritmo infernale è dettato dai tempi delle commesse, da rispettare a tutti i costi. Lui però è riuscito a reggere meno di una settimana, poi è stato stroncato da un attacco cardiaco: la mattina del 12 settembre, il personale del 118 lo ha trovato accasciato su un marciapiede della periferia reggiana dopo aver ricevuto una chiamata dal suo cellulare. Era senza documenti, era già in fin di vita ed è morto poco dopo in ospedale.

In una comunità chiusa come quella cinese, c’era da aspettarsi che una vicenda del genere rimanesse avvolta nel silenzio, invece i familiari di Xuegui hanno sporto denuncia e ora la procura di Reggio Emilia indaga, cercando anche di stabilire se ci sia un nesso fra le condizioni di lavoro pesantissime e la morte di un uomo di 48 anni, entrato sano in un’azienda fantasma e uscitone moribondo di lì a pochi giorni.

L’avvocato Carmen Pisanello, che si è occupata del caso prima che subentrasse il nuovo legale Vittorio Spagni, racconta i dettagli di una storia che illumina il mondo sommerso dell’economia cinese: “Il giorno prima del malore, alle 2,30 del mattino, Bi Xuegui si era lamentato al telefono dei ritmi estenuanti, e in particolare del fatto che doveva ancora consegnare cento camicie, su ognuna delle quali avrebbe dovuto attaccare dieci bottoni”.

Il reclutamento dell’operaio era avvenuto ad aprile, seguendo le ramificazioni di conoscenze all’interno della comunità: la moglie del titolare si era rivolta a un’altra cittadina cinese, Huang Dongmei, chiedendole di cercare qualcuno disposto a lavorare nel laboratorio del marito. La donna allora l’ha messa in contatto con Bi Xegui e a settembre l’operaio, in regola col permesso di soggiorno, si è spostato da Milano nella città reggiana, trovando alloggio presso gli stessi datori di lavoro.

Il 12 settembre però i titolari hanno telefonato alla Dongmei per avvertirla che Bi Xequi “si era ammalato”, quindi la donna ha incontrato la moglie del padrone ricavandone la notizia della morte dell’uomo e altre spiegazioni confuse, a cominciare dai primi soccorsi prestati dalla coppia all’operaio: un massaggio cardiaco e una misteriosa puntura.

Poco chiara anche la dinamica della richiesta di intervento al 118: la telefonata è stata fatta in italiano, quando Xegui parlava a malapena la nostra lingua. A questo punto la Dongmei ha chiamato la famiglia e dalla Cina sono arrivati la figlia 21enne e il fratello 30enne della vittima: si sono rivolti all’avvocato Pisanello ed è partita la denuncia contro i titolari del laboratorio, per omissione di soccorso e omicidio colposo.

L’autopsia ha poi accertato che Bi Xequi è morto d’infarto, ma l’ipotesi della causalità fra eccessivo carico di lavoro e il malore che ha colpito l’operaio secondo i legali resta in piedi. Il sostituto procuratore Giulia Stignani ha aperto un fascicolo, oltre a disporre il fermo della salma, che i parenti avrebbero voluto cremare per poi portarla in Cina.

La Stampa,20/12/2014

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