Processo money transfer: scatta la prescrizione per 227 imputati

E’ finito in una bolla di sapone, come si temeva, il procedimento nei confronti degli imprenditori cinesi che spedivano milioni di euro all’estero.

 E’ finito come si temeva il maxi processo con oltre 200 imputati nato dall’inchiesta sull’enorme quantità di denaro inviata dall’Italia alla Cina attraverso gli sportelli money transfer. Nella tarda serata di ieri, 16 aprile, il collegio presieduto da Francesco Gratteri ha prosciolto 227 imputati perché i reati loro contestati, in gran parte reati fiscali, si sono prescritti. Per alcuni di loro restano in piedi altre contestazioni. Un esito prevedibile, tenuto conto che gli arresti degli imputati di primo piano scattarono quasi otto anni fa, nel 2010, e la prima tranche dell’inchiesta Cian Liu (fiume di denaro) si riferiva al periodo compreso tra il 2006 e il 2010.

Nel corso dell’udienza preliminare era già caduta l’aggravante dell’articolo 7, cioè di aver favorito organizzazioni mafiose, e la Bank of China era già uscita dal processo patteggiando una sanzione di 600mila euro (oltre al sequestro di quasi un milione di euro) per non aver segnalato operazioni sospette. Briciole in confronto al flusso di denaro dall’Italia alla Cina, stimato in oltre 4 miliardi di euro. A molti degli indagati era stato contestato il riciclaggio nell’ipotesi che gran parte del denaro fosse frutto di evasione fiscale. I soldi venivano spediti in Cina in piccole tranche di 1.999 euro per non essere tracciabili.

               La prima udienza del processo money transfer a Prato

Nel processo sono rimaste alcune posizioni e alcuni reati fiscali relativi al 2011, che però secondo gli avvocati difensori si prescriveranno tra un anno. Per 14 imputati è caduta anche l’accusa di partecipazione all’associazione a delinquere. Visto il grande numero di imputati, il processo era stato trasferito da Prato all’aula bunker di Firenze e ogni volta è stata necessaria più di un’ora solo per fare l’appello.

GLI ARTICOLI SULL’INCHIESTA MONEY TRANSFER

Il riconoscimento dell’intervenuta prescrizione, ha scritto il presidente Gratteri nel dispositivo della sentenza, “comporta il dissequestro e la restituzione agli aventi diritto” dei beni sottoposti a sequestro. Per questo i custodi nominati dal Tribunale riceveranno presto disposizioni per la restituzione dei beni agli imprenditori cinesi.

La montagna dunque ha partorito un topolino. Un esito non prevedibile quando, già nel 2007, il sostituto procuratore Pietro Suchan iniziò a lavorare con la guardia di finanza sulle stranezze di uno sportello money transfer pratese, lo Sweet Point gestito dalla famiglia Cai in via Filzi e parte della catena Money2Money partecipata anche dalla famiglia italiana Bolzonaro. La stranezza più macroscopica risultò quasi grottesca, all’epoca: risultava infatti che allo sportello di via Filzi avessero versato denaro ben 2.400 cinesi tutti residenti al numero 27 o al numero 28 di via Milano, che evidentemente era un indirizzo inventato, così come quelli che risultavano residenti in via Italia (che a Prato non c’è).

L’ispezione della Finanza scatta il 24 gennaio 2008 e si scopre che dal solo sportello di via Filzi sono transitati 532 milioni di euro dal 31 marzo 2006 al 23 gennaio 2008. A far scattare gli accertamenti fu la denuncia presentata da una donna cinese di 48 anni nel settembre 2007. Era andata in via Filzi per fare un versamento e glielo negarono dicendo che ne aveva già fatto 16 pochi giorni prima per 190.000 euro. In realtà non li aveva fatti lei, avevano usato il suo nome per coprire il reale mittente, come accaduto in centinaia di altri casi.

Si è poi capito che gran parte del denaro spedito da Prato alla Cina è servito a pagare partite di tessuti senza lasciare traccia, così da alimentare l’evasione fiscale. Nel frattempo le rimesse dei cinesi da Prato verso la Cina si sono quasi azzerate (da oltre 400 milioni l’anno a 16 milioni nel 2017). Si sospetta che sia stato trovato un altro canale, per esempio il compenso dei crediti verso fiduciari, un giroconto che prevede una triangolazione tra Italia, un paese europeo dove è domiciliato il fiduciario e un altro soggetto che verso l’importo corrispondente in Cina.

Il Tirreno ediz. Prato,17/04/2018

 

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