Prigionieri cinesi usati come operai nei Paesi in via di sviluppo

Migliaia di detenuti delle prigioni cinesi sono impiegati nelle opere realizzate da ditte statali in altri Paesii in via di sviluppo. Lo scarso rispetto di Pechino per i diritti dei lavoratori.

In tutto il mondo, specie nei Paesi in via di sviluppo, le ditte cinesi sono impegnate a realizzare dighe, ferrovie, strade, palazzi e altre infrastrutture, spesso i cambio di petrolio e minerali preziosi. Migliaia degli operai impiegati sono detenuti, affidati sulla parola. Brahma Chellaney, professore di Studi strategici presso il Centro di Ricerca Politica di New Delhi, afferma che migliaia di carcerati cinesi sono stati impiegati nella costruzione di porto, ferrovie e altre infrastrutture realizzate da ditte statali cinesi nello Sri Lanka, uno Stato che ha grande importanza strategica per la sua posizione nell’Oceano Indiano. Altri detenuti sono stati mandati a costruire 4mila abitazioni su isole delle Maldive, un “dono” di Pechino al governo locale, per acquistare meriti. Peraltro il presidente delle Maldive non ha accolto la richiesta di Pechino di dare una delle 700 isole disabitate quale base per le navi cinesi. La Cina esegue 3 volte le pene capitali del resto del mondo. Mancano dati ufficiali ma Amnesty International ha stimato che nel 2007 Pechino ha giustiziato “circa 22 detenuti al giorno”. Ma Pechino ha pure la maggiore popolazione carceraria mondiale. Secondo il Centro internazionale per gli studi sulla prigione con base a Londra, nel 2009 essa era di 1,57 milioni di detenuti: più degli abitanti di Paesi come l’Estonia o il Qatar. Le ditte cinesi che realizzano opere all’estero preferiscono assumere un numero basso di lavoratori locali, soprattutto per la manovalanza, e portano dalla Cina la gran parte dei lavoratori. I detenuti “liberati” sulla parola fanno la normale vita dei lavoratori cinesi in tali luoghi: abitano vicino al luogo di lavoro; si requentano soprattutto tra loro; se fuggono hanno poche possibilità di allontanarsi in un Paese straniero. Questi detenuti risultano tutti volontari. Esperti ritengono che il sistema sia favorito dallo stesso governo di Pechino: le ditte cinesi coinvolte in questi progetti sono in genere statali e non potrebbero, da sole, convincere tanti detenuti e assumersene la responsabilità, ottenere passaporti o visti di espatrio per tutti. I carcerati sono impiegati per avere mano d’opera a basso costo. In teoria il governo cinese si è impegnato, anche in modo formale, a impiegare operai locali in simili progetti, come chiesto dagli Stati per aiutare l’economia del Paese, e a rispettare le norme di sicurezza. Ma molte aziende continuano a utilizzare in gran parte operai cinesi. I vantaggi sono che essi accettano orari di lavoro più lunghi e rigidi rispetto alla manovalanza locale, e non danno problemi di salario o sindacali o legati alle norme di prevenzione. In passato la Cina è stata molto contestata in Stati esteri per gravi sciagure o per le proteste dei lavoratori che rivendicano i loro diritti. E’ ancora vivo il ricordo di incidenti come l’esplosione di una miniera di rame in Zambia, condotta da una società cinese, che causò la morte di 51 minatori locali e grandi proteste di piazza.

Fonte: Asia News, 12 agosto 2010

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