Premio Nobel a Liu Xiaobo: “Le ripercussioni positive sono potenzialmente immense”

Venerdì 8 ottobre 2010 il comitato norvegese Nobel ha assegnato l’omonimo premio per la pace al dissidente cinese Liu Xiaobo per la sua “lunga e non violenta battaglia in favore dei diritti umani” in Cina. In un’intervista curata da Hélène Sallon per il quotidiano Le Monde, Marie Holzman, sinologa e presidente dell’associazione Solidarité Chine, evoca le possibili ripercussioni di questo riconoscimento a Liu Xiaobo.
Le Monde: Come è stata accolta in Cina la notizia dell’assegnazione del premio Nobel della pace al dissidente Liu Xiaobo ?
MH: Generalmente i cinesi sostengono i dissidenti, ed oggi sono entusiasti di fronte ad una nuova epoca che si schiude. Si tratta di un riconoscimento delle loro azioni, della loro lotta. La notizia entrerà gradualmente nella mentalità della gente. C’è una tale censura che ci vorrà un po’ di tempo prima che la notizia si diffonda nella società cinese. Il governo ha invece dichiarato che l’attribuzione del premio Nobel della pace a Liu Xiaobo è un’oscenità, e si è detto scandalizzato da questa decisione, così come lo era stato nel 2008 per la mobilizzazione a favore dei diritti umani in vista delle Olimpiadi di Pechino. I membri del partito sono prigionieri della loro stessa logorrea: pensano che il proprio compito sia quello di far uscire la Cina dalla crisi economica e di risollevare la popolazione dalla povertà, e alla fine credono davvero al loro discorso. Il problema non risiede in questo discorso, ma piuttosto nel fatto che questo sia associato a dei comportamenti barbarici: l’arresto degli intellettuali per reato d’opinione, dei membri del Falun Gong, le violenze contro i contadini espulsi dalle loro terre e contro i cittadini le cui case vengono rase al suolo. Il governo ha molte cose da rimproverarsi. Ma, per Pechino, c’è anche un elemento di sorpresa in questa notizia : non pensava che i norvegesi avrebbero osato fare questa scelta.
Le Monde: Possiamo aspettarci delle ritorsioni da parte della Cina contro il governo norvegese?
MH: Non mi sorprenderebbe, quando Nicolas Sarkozy ha incontrato il Dalaï-lama, ce ne sono state nei confronti della Francia.  Ciò fa parte del comportamento del potere cinese, comportamento brutale e autistico. Tuttavia, questi periodi di tensione sono di solito molto brevi. Con la Francia, per esempio, si è trattato di un periodo di sei, otto mesi. I cinesi cercano sempre la riconciliazione perché hanno bisogno del mercato occidentale: da un lato per venderci i loro prodotti e dall’altro per comprare la nostra tecnologia. Non ci sono grandi rischi, lo ripeto spesso ai governi occidentali. Possiamo permetterci di criticare la loro politica dei diritti umani.
Le Monde: L’assegnazione del premio Nobel per la pace a Liu Xiaobo può avere delle conseguenze, siano esse positive o negative, per il dissidente cinese?
MH: Non penso che ci saranno delle ripercussioni negative. Non riesco a immaginare cosa possa essere peggiore di una prigionia di 11 anni, caraterizzata dalle quotidiane torture fisiche. Le conseguenze postive però sono potenzialmente immense. Il governo e’ pragmatico e si interroga ormai da anni sulle sue abitudini. Finora il sistema che ha funzionato meglio è stato lo sfruttamento del proletariato cinese, ma, come abbiamo visto recentemente, il proletariato si mette ormai in sciopero e il governo comincia a capire che non è nel suo interesse mantenere una maggioranza della popolazione insufficientemente istruita. Ora, istruzione significa anche libertà di espressione. Può darsi che i membri riformisti del potere, quelli più liberali, si renderanno conto di aver bisogno dei diritti umani nel futuro, ma non potranno dirlo così chiaramente. Penso che i norvegesi abbiano riflettuto a tutto ciò, e hanno colto le conseguenze che questa scelta avrebbe scatenato sulla seconda potenza mondiale. Si tratta di una scelta molto coraggiosa e intelligente, che incita la Cina a diventare un potere responabile…L’Occidente non tollererà più molto a lungo gli abusi ai diritti umani in Cina.
Le Monde: Wei Jingsheng, il cosiddetto padre della dissidenza cinese, oggi in esilio negli Stati Uniti, ha criticato l’assegnazione del premio Nobel per la pace a Liu Xiaobo, trattandolo come un “moderato disposto a collaborare col regime comunista”. Cosa significa questa dichiarazione da parte di un altro dissidente cinese ?
MH: Preferisco non commentare le sue dichiarazioni, ho sempre difeso Wei Jingsheng. Oggi l’annuncio del riconoscimento a Liu Xiaobo è una grande gioia e una grande sorpresa. Si tratta di qualcosa che aspettavamo da più di vent’anni. Tuttavia, bisogna tenere presente che la dissidenza cinese è spaccata al suo interno, molto complessa e infiltrata dal potere, che cerca continuamente di destabilizzarla. I cinesi sono dei creduloni: quando circolano delle voci, vi credono. C’è molta poca unità in questo movimento,ed è un peccato. Resta il fatto che Liu Xiaobo e Wei Jingsheng sono entrambi vittime della storia. Wei Jingsheng è stato imprigionato a lungo in Cina, e quando è uscito di prigione nel 1997, non ha avuto scelta: dalla prigione è stato condotto direttamente all’aeroporto. Finchè questa dittatura sarà al potere, gli sarà impossibile tornare in Cina.

Traduzione di Irene Villa

Leggi l’articolo in lingua originale su Le Monde

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