Premier tibetano in esilio: cresce la tensione in Tibet, il Dalai Lama è preoccupato

Le autorità proibiscono di celebrare una festa religiosa. Monaci tibetani contravvengono al divieto e pregano in piazza, ora la polizia assedia il monastero. Premier tibetano in esilio: bisogna non accogliere le provocazioni delle autorità cinesi. Il premier del governo tibetano in esilio Samdhong Rinpoche denuncia ad AsiaNews che la tensione in Tibet è alta per le continue provocazioni delle autorità cinesi. “Il Dalai Lama è molto preoccupato… Noi abbiamo più volte chiesto alla popolazione del Tibet di non fare proteste, per le quali la Cina potrebbe compiere uccisioni o arresti arbitrari”. Ma dal Tibet giungono notizie sempre più gravi.

Fonti tibetane riferiscono che circa 600 monaci hanno marciato ieri fuori dal monastero di Sey a Ngaba (in cinese: Aba, nel Sichuan) per celebrare la festa religiosa di Monlam Chenmo sfidando il divieto delle autorità. Si sono dispersi quando li ha affrontati la polizia in tenuta antisommossa.

Ora la polizia circonda il monastero di Sey, si ignora se vi sia penetrata. Testimoni oculari raccontano che i monaci hanno solo chiesto alle autorità di poter celebrare le loro preghiere, e hanno continuato a farlo dopo il rifiuto.

Nella stessa zona il 27 febbraio si è dato fuoco il monaco Tapey del monastero di Kirti, dopo un analogo divieto a celebrare la festa del Monlam Chenmo, istituita dal 1409 e tra le maggiori ricorrenze religiose del Paese. L’agenzia statale Xinhua dice che il monaco è ricoverato in ospedale per le ustioni, ma fonti locali accusano la polizia di avergli sparato addosso quando si è dato fuoco. Il 28 febbraio almeno 500 persone si sono riunite a Dharamsala con una candela in mano per pregare per Tapey.

I tibetani denunciano che nel 2008 a Ngaba c’è stata una  violenta repressione e che il 16 marzo 2008 la polizia ha sparato contro dimostranti disarmati che pregavano avanti al monastero di Kirti uccidendo almeno 10 persone, tra cui la sedicenne Lhundup Tso.

In Tibet la situazione è sempre più tesa: a marzo ricorrono il 50mo anniversario della rivolta contro la dominazione cinese esplosa il 10 marzo 1959, come pure l’anniversario delle proteste del marzo 2008 represse con morti e arresti. Oggi però il Quotidiano del Popolo, organo ufficiale del Partito comunista cinese, riporta un “libro bianco” dell’Ufficio informativo del Consiglio di Stato, il quale denuncia che i problemi in Tibet sono causati da “forze occidentali anticinesi che vogliono creare divisioni, indebolire e demonizzare la Cina”, di cui temono la crescente forza. Il giornale riporta che politici occidentali hanno dichiarato che “chi controlla il Tibet controlla la Cina”. Questo documento è molto ripreso dai media e dai siti web statali cinesi. Nel 2008 Pechino ha già fatto leva sul sentimento patriottico per spiegare le proteste pro-Tibet e anticinesi che hanno accompagnato il viaggio della Torcia olimpica.

Samdhong Rinpoche dice che “la nostra gente è preoccupata e ha un profondo desiderio di [affermare] la propria identità culturale e religiosa. Le provocazioni [delle autorità cinesi] contro il nostro sistema di vita e la nostra identità causano la reazione dei tibetani e loro poi subiscono l’azione brutale delle autorità cinesi… Ieri e nei giorni precedenti nella zona di Aba non è stato permesso ai monasteri di svolgere le funzioni religiose, queste restrizioni sono aumentate dopo il Capodanno tibetano [25 febbraio]”. “Ci appelliamo alla comunità internazionale perché faccia pressione sulla Cina affinché non adotti misure repressive durante i prossimi giorni”.

Tra i tibetani c’è chi critica la via non-violenta scelta dal Dalai Lama, ma Rinpoche assicura che “il Dalai Lama mantiene una sicura guida per tutti i giovani tibetani. Diciamo loro: resisti alle ingiustizie, ma attraverso la non violenza”.

Fonte : AsiaNews

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