I pescherecci cinesi sconfinano in Africa per fare razzia di pesce. In Cina hanno superato il tetto massimo. Il settore vale 8 mld di euro

Che la Cina stia cercando di colonizzare l’Africa non è una novità. Il Dragone è affamato, ha bisogno di cibo e di risorse naturali; e il continente nero è una facile preda per gli investitori di Pechino. Dopo aver messo le mani su terreni da dedicare alle produzioni agricole e miniere per metalli e minerali, l’azione cinese si concentra ora sui mari dell’Africa occidentale, ricchi di pesce e non sfruttati dai poveri stati che vi si affacciano.

I pescherecci orientali della cosiddetta flotta oceanica, come ha scritto il Times in un recente reportage dedicato al fenomeno, solcano le acque internazionali e arrivano fino a questo zone, tra le più pescose del mondo.

Oggi, sostiene Steve Trent, direttore dell’Ong ambientalista Justice Foundation, un terzo del pescato al largo dell’Africa occidentale è ottenuto illegalmente da pescatori cinesi. «Il tutto sta accadendo su una scala allarmante, un fenomeno dalle proporzioni mai viste prima».

Le modalità di pesca cinesi sono molto impattanti da un punto di vista ambientali. Secondo le associazioni ambientaliste i pescherecci cinesi usano tecniche illegali, bandite a livello internazionale da oltre vent’anni. Nei mari africani issano delle vere e proprie «tende della morte», reti da posta che si estendono da 10 fino a oltre 100 miglia nautiche. Tecniche di pesca davanti alle quali, fa notare il Times, i poveri pescatori locali che solcano il mare a bordo di piccole canone in legno e reti lanciate a mano possono davvero poco. «Due o tre pescherecci industriali, aggiunge Trent, «possono cancellare la vita di queste acque in pochissimo tempo, come sta succedendo in Sierra Leone: relativamente poche barche possono provocare grandi disastri».

Il quotidiano britannico racconta poi il lavoro di un’altra Ong, SkyTruth, che ha sviluppato un sistema di monitoraggio navale con cui controlla i pescherecci cinesi: ci sarebbero oltre quaranta imbarcazioni che trasmetterebbero false posizioni, dichiarando di essere in Messico, per esempio, mentre in realtà si trovano davanti alla Guinea a pescare.

Tensioni maggiori si hanno nel mare che separa la Cina dal Giappone, acque ricche di pesce: qui ci sarebbero fino a 200 barche da pesca cinesi collocate proprio sul confine della zona economica esclusiva nipponica, le cui modalità di pesca stanno creando problemi ai pescatori giapponesi. Inoltre alcune imbarcazioni cinesi hanno sconfinato e ciò ha portato ad un’azione diplomatica, con il ministro degli esteri giapponese che ha convocato l’ambasciatore cinese per chiedere spiegazioni sull’accaduto.

La pesca per la Cina vale circa 8 miliardi di euro all’anno e da Pechino arriva gran parte del pesce selvatico importato dagli Stati Uniti. Il ministro dell’agricoltura cinese recentemente ha lanciato un allarme: nelle acque cinesi vengono pescate circa 13 milioni di tonnellate di pesce all’anno, 4-5 milioni di tonnellate oltre la soglia di sostenibilità. Da qui la corsa a gettare le reti lontano dalla Cina.

Italia Oggi, 30 ago 16

English version,BBC News:

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