Persecuzione religiosa: la polizia nega di avere sparato al monaco che si è dato fuoco

Dharamsala, India – La polizia nega di avere sparato al monaco Tapey dopo che il 26 febbraio si è dato fuoco per protesta.

Tapey, ventiquattrenne del monastero di Kirti a Ngaba (in cinese: Aba, nel Sichuan), con in mano una bandiera tibetana e una fotografia del Dalai Lama, si è cosparso di carburante e si è dato fuoco per protestare contro il divieto imposto dalle autorità cinesi di celebrare una festa religiosa tibetana. Testimoni oculari hanno subito riportato che la polizia gli ha sparato tre colpi e almeno uno lo ha colpito. Oggi l’agenzia statale Xinhua dice che la polizia “ha subito spento il fuoco e ha portato il giovane all’ospedale”, dove è ricoverato in condizioni “stabili”.

Ma i gruppi tibetani insistono. Il monaco Ngawang Woebar, presidente del Movimento degli ex prigionieri politici tibetani (Guchusum Movement), ripete che la polizia ha sparato tre colpi e almeno uno ha colpito Tapey, che è stato poi subito portato via. Woebar ha presieduto una veglia di preghiera di almeno 500 persone (nella foto) tenuta il 28 febbraio a Dharamsala per Tapey.

L’Information Centre for Human Rights e Democracy di Hong Kong fa notare che il nome del monaco non risulta negli ospedali della zona. Denuncia che nel Sichuan tibetano, soprattutto nelle contee di Aba e Ruoergai, sono presenti almeno 2mila poliziotti e soldati cinesi che sorvegliano i monasteri in modo ininterrotto, anche per l’approssimarsi di anniversari importanti che ricordano proteste anticinesi represse nel sangue. Nella zona le comunicazioni telefoniche sono interrotte da prima del capodanno tibetano, caduto il 25 febbraio. Il gestore telefonico China Mobile parla di ragioni tecniche, senza meglio spiegare.

fonte. AsiaNews, 3marzo 2009

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