Per Aung San Suu Kyi la sfida comincia ora

Dopo la sorprendente vittoria alle elezioni parlamentari dell’8 novembre Aung San Suu Kyi si trova a dover fare i conti con quattro principali sfide: due di politica interna, una economica e una di politica estera.

Sebbene molti osservatori si aspettassero una vittoria della Lega nazionale per la democrazia (Nld), l’assenza di sondaggi affidabili non permetteva di comprenderne pienamente la portata. L’ultimo dato di riferimento era quello delle elezioni suppletive del 2012, nelle quali il partito aveva ottenuto più del 66% dei voti e 43 seggi su 45, grazie al meccanismo del maggioritario uninominale. La vittoria che si appresta a celebrare l’eroina birmana dovrebbe permettere al suo partito di superare gli ostacoli presenti in Costituzione e di formare un governo.

Tuttavia, non si può pensare che i militari cederanno il potere così facilmente. Infatti, nonostante l’esito elettorale, i generali non sono ancora sconfitti. Oltre al 25% dei seggi che gli garantirà comunque una nutrita presenza nei due rami del Parlamento, la Costituzione attribuisce loro anche la facoltà di indicare il ministro della Difesa, degli Affari Interni e degli Affari di Confine. Inoltre, scelgono uno dei tre candidati alla presidenza, che in caso di sconfitta diventerà comunque vice presidente. I generali, infine,  hanno la possibilità di interferire nel governo anche attraverso il National Defense and Security Council, un organismo, nominato in gran parte dall’esercito, che ha un ruolo molto importante in caso di dichiarazione dello stato d’emergenza. Tra i primi compiti di Aung San Suu Kyi, dunque, vi sarà la necessità di assicurarsi che i militari non vadano oltre le già estese prerogative che la Costituzione gli consente e che accettino l’esito delle urne. Inoltre, a causa del divieto di assumere la presidenza e quindi la guida dell’esecutivo per via della parentela con cittadini stranieri (il defunto marito e i due figli), dovrà districarsi in un delicato equilibrismo costituzionale facendo eleggere una persona di fiducia come presidente e guidando la politica nazionale come capo del partito di maggioranza.

Il secondo tema di politica interna è legato al processo di pacificazione con le minoranze etniche. Poche settimane prima delle elezioni l’attuale presidente Thein Sein aveva siglato un cessate il fuoco con otto dei quindici principali gruppi armati, segnando un passaggio storico per il paese. Tuttavia, sono molte le preoccupazioni internazionali, soprattutto per le violenze contro la minoranza islamica – circa il 4% della popolazione – da parte di fondamentalisti buddisti. Tra i gruppi oggetto di attacchi e intimidazioni vi sono i Rohingya, musulmani che non godono della cittadinanza birmana in quanto non riconosciuti come gruppo etnico dalla legge sulla cittadinanza del Myanmar. Durante la campagna elettorale, Aung San Suu Kyi ha tenuto un atteggiamento quantomeno “pragmatico”, visto che ha evitato di prendere posizione in favore delle minoranze maltrattate probabilmente per non perdere i voti degli elettori più estremizzati. Una volta al governo dovrà mettere necessariamente questo tema al centro della sua agenda con l’obiettivo di evitare il caos nel paese, e magari innovando gli strumenti politici adottati, soprattutto con maggiore rispetto per i diritti umani.

L’economia è una argomento che dovrà essere necessariamente una delle priorità del nuovo governo. Negli ultimi anni lo sviluppo economico ha anticipato l’apertura democratica. Il governo di Thein Sein ha ottenuto importanti risultati su questo versante, tanto che oggi il Myanmar cresce all’8% e, dopo la sospensione delle sanzioni economiche nel 2013, c’è stato un vero e proprio boom di investimenti stranieri. E’ possibile ritenere che la vittoria di Aung San Suu Kyi aiuterà ulteriormente l’apertura economica e contribuirà molto a catturare l’attenzione degli investitori. Le risorse naturali costituiscono un tesoro per il Myanmar che, però, per risollevare la propria popolazione dalla povertà, dovrà investire sulle infrastrutture, sulla formazione e sull’innovazione agricola e industriale. Ciò non toglie che, dopo aver saputo conquistare i cuori dei propri concittadini, Aung San Suu Kyi dovrà dimostrarsi abile nel migliorarne le condizioni economiche, con il rischio che risultati negativi possano restituire luce alla presidenza di Thein Sein.

Infine, sul piano internazionale, il leader dell’Lnd dovrà essere in grado di potare avanti una politica di equilibrio fra Cina e Stati Uniti, i principali attori regionali. L’amministrazione precedente si era allontanata dalla Cina per avvicinarsi a Washington, irritando non poco i dirigenti di Pechino. Aung San Suu Kyi ha già incontrato Xi Jinping e Li Keqiang nel giugno di quest’anno durante una visita in Cina, durante la quale sembra che al centro della discussione ci siano stati la tutela degli interessi economici cinesi nel paese. Il tema del contendere potrebbe essere costituito dall’estensione di una partnership strategica ed economica con i cinesi, molto interessati sia alle risorse del paese, sia all’accesso alla Baia del Bengala. Tuttavia, in un’epoca di aspre discussioni per le rivendicazioni territoriali nel mar cinese meridionale, che hanno già portato a qualche incidente fra la marina statunitense e quella cinese, gli americani potrebbero non ritenere adatto ai propri interessi strategici nella regione una eventuale crescita dell’influenza della Cina in Myanmar.

Nonostante l’importante vittoria, che deve ancora essere ufficializzata dagli organismi competenti – con il rischio non ancora scampato che i militari possano alterare in parte il risultato elettorale – le vere sfide per Aung San Suu Kyi cominciano ora. Negli ultimi mesi ha già mostrato di aver il coraggio necessario per prendere decisioni inaspettate, ma dal sapore pragmatico. Per dimostrare di essere un vero leader di governo e non soltanto una “figurina democratica” la strada sarà in salita e piena di curve.

 

Fonte: ISPI, Filippo Fasulo, ISPI Research Fellow

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