Pechino, il buio dell’inverno sulle religioni

di Bernardo Cervellera

Entro la fine dell’anno si terrà un summit sulle religioni per nuovi regolamenti e controlli sulle loro attività. Presi di mira anche le proprietà e l’uso di internet. La “sinicizzazione” a tutti i costi rischia di svuotare le comunità dei loro contenuti religiosi e dogmatici, trasformandole in ong e in burattini del potere.

Le difficoltà dei dialoghi col Vaticano. Il Pcc vuole eliminare ogni soggetto che possa ledere al monopolio del suo potere. La paura di finire come il Pc sovietico. La sindrome da “collasso stile Urss” e quella da “suicidio” eliminando le religioni, unico collante di valori per la società cinese

Roma (AsiaNews) –  Il Ministero per gli affari religiosi (più precisamente: l’Amministrazione statale per gli affari religiosi, Sara), ha comunicato sul suo sito che è in preparazione un summit a livello nazionale sulle religioni, in cui si metterà a tema una revisione dei regolamenti che governano il controllo sulle fedi. Molti cristiani interrogati da AsiaNews temono che esso porterà maggiore buio sulla vita delle comunità, costrette a soffocare in limiti sempre più pesanti.

Chen Zhongrong, vicedirettore della Sara, ha dichiarato che al summit si parlerà della formazione “intensiva” dei responsabili religiosi locali. All’incontro dovrebbe essere presente anche il presidente Xi Jinping.

La data non è stata ancora comunicata in modo ufficiale; qualcuno dice che esso avverrà entro la fine dell’anno. Ad ogni modo, già da tempo qua e là vi sono stati incontri preparatori. Dall’inizio dell’anno, Yu Zhengsheng, membro del Politburo e già successore di Xi Jinping a segretario del Partito di Shanghai, ha compiuto diverse visite a rappresentanti delle cinque religioni ufficiali (buddismo, islam, taoismo, protestanti, cattolici). In gennaio egli si è recato a Baoding, dove si trova una forte presenza della comunità non ufficiale cattolica. Egli ha anche presieduto una riunione della Commissione per gli affari religiosi della Conferenza politica consultiva del popolo cinese (Cpcpc).

Proprietà sequestrate e internet

Anche gli argomenti a tema del summit non sono molto chiari. In un’intervista al Wenweipo (un giornale filo-Pechino di Hong Kong),  Wang Zuoan, direttore della Sara, ha dichiarato che il tempo è ormai maturo per rivedere I regolamenti sulle religioni in modo comprensivo e che a tema ci sarebbero stati anche i diritti sulle proprietà e l’uso di internet.

Sui diritti di proprietà vi è un aspro contenzioso fra le diverse comunità religiose e la Sara. Molte proprietà – edifici, ospedali, scuole, terreni – espropriate ai tempi di Mao Zedong per un uso “a favore del popolo”, secondo una legge varata da Deng Xiaoping dovrebbero ora essere riconsegnati ai rispettivi proprietari. Invece si assiste a un uso spregiudicato da parte di membri e uffici della Sara, che registrano tali proprietà come loro beni personali. Secondo la legge cinese alla Chiesa cattolica si dovrebbero restituire proprietà per 13 miliardi di euro.

In tutti questi anni il governo ha espropriato case per edificare alberghi e costruzioni al tempo delle Olimpiadi e ha sequestrato terreni agricoli di villaggi per concederli ad uso industriale. In tutti i casi, le rimostranze delle vittime non hanno ottenuto alcun risultato. Negli ambienti ecclesiali il timore è che i nuovi regolamenti cancellino con un colpo di spugna le “pretese” di vescovi e comunità.

Il timore è che anche il controllo su internet venga accresciuto, come sta avvenendo in tutta la società cinese, che negli ultimi mesi ha visto l’arresto e la condanna di decine di blogger e giornalisti. Fra questi vi è Gao Yu, colpevole di aver pubblicato proprio indicazioni sulle cose vietate su internet in nome della “sicurezza”.

Fra i cattolici vi è chi sospetta che la stessa morte di p. Wei (Yu) Heping, molto attivo su internet, sia dovuta a un conflitto con le autorità, anche se queste continuano ad affermare che il sacerdote si è “suicidato”.

“Sinicizzare” per reprimere

Finora Xi Jinping non si è quasi mai espresso sulle religioni, ma lo scorso maggio egli ha incontrato il Fronte unito (i rappresentanti di tutte le organizzazioni sociali al di fuori del Partito comunista). Nel suo discorso egli ha insistito sulla “sinicizzazione” delle religioni e sul potenziare l’indipendenza da forze straniere. Solo così esse potranno sopravvivere in Cina.

Per quanto riguarda i cattolici, se la “sinicizzazione” significa inculturazione, ossia un entrare in dialogo con la cultura cinese, allora essa dura già dai tempi di Matteo Ricci e dei suoi discepoli, come Paolo Xu Guangxi (1562-1633), eroe nazionale e scienziato, oltre che grande cattolico. La “sinicizzazione” ha avuto buon esito anche con il primo delegato vaticano in Cina, il grande Celso Costantini (1876-1958) che ha spinto per l’ordinazione dei primi vescovi cinesi; ha proposto un curriculum di studi nei seminari in cui integrare la teologia con la cultura tradizionale; ha suggerito costruzioni di chiese più rispondenti allo stile architettonico diffuso nell’Impero.

Purtroppo, la “sinicizzazione” di cui parla Xi sembra alquanto diversa. Lo scorso 29 maggio, sul sito del Fronte unito è apparsa una spiegazione del termine usato da Xi Jinping. In esso si precisa che il termine implica anzitutto un criterio politico, e cioè sostenere il governo del Partito comunista cinese e il socialismo e obbedire alle leggi dello Stato. In secondo luogo si sottolinea un elemento nazionalistico: le religioni debbono servire al meglio gli interessi della nazione e dei cinesi. In terzo luogo, si afferma un criterio ideologico: le attività religiose devono essere guidate dai valori socialisti ed essere imbevuti dei valori tradizionali cinesi. La Bibbia deve essere interpretata in modo da favorire ciò che è buono per lo sviluppo sociale.

La portata di tale “sinicizzazione” è ancora più chiara se si tiene contro di quanto riportato nel China Nation Post il 21 aprile scorso. In esso si sottolinea ancora di più che per “sinicizzarsi” il cristianesimo deve provare di essere utile alla società in cui è inserito; deve ridurre la propria pretesa “superiorità” e non essere esclusivo, per convivere con le altre religioni; deve interpretare le Scritture a partire dalla cultura tradizionale cinese. Il giornale avverte: se l’adattamento – la “sinicizzazione” – non avviene, la religione straniera non potrà sopravvivere e sarà cancellata.

Alcuni aspetti di questa “sinicizzazione” sono senz’altro condivisibili: la testimonianza dei cristiani porta sempre un bene “utile” alla società. Nella Chiesa cinese si offre da tempo aiuti alle famiglie, ai poveri, ai migranti, ai portatori di handicap, ai malati; allo stesso modo, da molto tempo si lavora nel dialogo fra la fede e la cultura cinese.

Il problema sussiste quando tale inculturazione non parte dall’identità cristiana ma quando è imposta dall’esterno, secondo una misura stabilita dal potere politico. In tal caso – come notano vari intellettuali cristiani cinesi – vi è il rischio di ridurre la fede cristiana a un sottoprodotto della dottrina socialista, trasformando le chiese in organizzazioni caritative o delle ong, mentre i pastori e i responsabili divengono dei semplici quadri nell’apparato del Partito.

In effetti, dietro la “sinicizzazione” si nasconde una presa di potere totale sulle religioni. Il 30 novembre scorso su “Global Times”, Zhu Weiqun, presidente del comitato per gli affari religiosi ed etnici del Cpcp, ha affermato che la reincarnazione nel buddismo tibetano è una questione che compete al Partito comunista e che sarà Pechino a stabilire chi dovrà succedere al Dalai Lama.

In gennaio sono state introdotte nuove regole per i musulmani dello Xinjiang, proibendo alle donne di indossare il burqa e ai giovani di farsi crescere la barba. Spesso nelle università i rettori proibiscono con la forza ai giovani islamici di praticare il digiuno del Ramadan.

Lo scorso anno sono stati banditi Christmas Parties e cerimonie natalizie da università e scuole. E nel Zhejiang sono state distrutte migliaia di croci da campanili e chiese perchè non rovinino lo skyline della modernità capital-comunista con caratteristiche cinesi.

Il Partito e i dialoghi Cina-Vaticano

La pretesa assoluta e totalitaria di dominare le religioni da parte del Partito è evidente anche dai temi trattati nei dialoghi fra Vaticano e Cina. Da alcune informazioni ricevute dalla Cina, sembra che la proposta di Pechino non vada al di là del riconoscimento da parte della Santa Sede per tutti i vescovi ufficiali (anche quelli illeciti e scomunicati), senza dire nulla sui vescovi non ufficiali e su quelli in prigione. Il Vaticano dovrebbe riconoscere il Consiglio dei vescovi riconosciuti dal governo, escludendo i vescovi sotterranei. A tale Consiglio dei vescovi (e non al papa) compete il mandato per i nuovi candidati all’ordinazione episcopale; l’elezione e la nomina del candidato deve essere fatta secondo il metodo “democratico” (ossia secondo i suggerimenti dell’Associazione patriottica). La Santa Sede deve approvare la nomina e ha un debole potere di veto solo in casi “gravi”, dando giustificazione delle sue posizioni. Se le motivazioni della Santa Sede sono considerate “insufficienti”, il Consiglio dei vescovi può decidere di procedere comunque.

A nulla valgono le richieste del Vaticano per la liberazione dei vescovi prigionieri e il riconoscimento dei vescovi sotterranei. Pochi giorni dopo l’incontro fra la delegazione della Santa Sede e quella cinese a Pechino, lo scorso ottobre (11-16 ottobre ), nelle province del Guizhou e dello Shandong i vescovi e i responsabili  cattolici ufficiali hanno dovuto partecipare a una sessione di studio su “Sinicizzazione delle religioni e del cristianesimo”, in cui si sono ribaditi i criteri detti sopra e il controllo sulle ordinazioni episcopali.

È evidente che solo con una grande dose di umorismo si può chiamare tutto questo un rispetto per la libertà religiosa. In realtà assistiamo a una penetrazione capillare dell’ideologia e del controllo del Partito dentro i gangli più intimi della fede, dei dogmi, delle credenze, fino a sfigurarne il volto, lasciandone solo un involucro vuoto, un burattino nelle mani del Partito.

Del resto è ormai evidente a molti che la sinicizzazione, i nuovi regolamenti, gli accresciuti controlli hanno un solo scopo: preservare il monopolio del potere del Partito comunista cinese (Pcc) ed eliminare o schiacciare qualunque soggetto che potrebbe metterlo in discussione anche con la sola esistenza.

La sindrome da “collasso stile Urss”

Da anni il Pcc soffre di una sindrome da “collasso alla maniera sovietica”, temendo di finire come il Partito comunista in Russia. Ne ha parlato spesso anche Xi Jinping, mettendo in guardia da ogni “revisionismo” e da ogni critica alla storia del Partito.

La Cina ha sempre guardato con terrore alla fine dell’impero sovietico. Nell’89, alla caduta del Muro di Berlino, l’analisi del Partito dava la colpa del collasso a Solidarnosc, alla Polonia e a papa Giovanni Paolo II. E per questo da allora Pechino ha rafforzato la repressione contro sindacati liberi, contro tentativi di autonomia regionale, contro la religione cattolica e le religioni in genere.

Dopo il massacro di Tiananmen, il Pcc ha cercato di giustificare il suo potere concedendo benessere economico alla società. Ma il mondo che ne è emerso è pieno di giganteschi squilibri economici, inquinamento, ingiustizie, violenze, corruzione e ormai il sostegno della popolazione è divenuto esiguo. Per questo è in atto una lotta contro qualunque soggetto che getti ombra sul potere del Partito: intellettuali, blogger, giornalisti, avvocati per i diritti umani e… religioni.

La paura verso le comunità religiose è ancora più acuta perché l’adesione alla fede è penetrata ormai anche fra i membri del Partito, tanto che pochi mesi fa è stato emesso un divieto per tutti i quadri di praticare una qualunque esperienza religiosa.

Le conversioni e il ritorno alla pratica della fede si diffondono ormai come “zizzania” nella società cinese tanto da rovesciare le quiete statistiche del governo. Secondo Pechino infatti in Cina vi sono solo 100 milioni di credenti appartenenti alle cinque religioni ufficiali. Ma già  nel 2007  alcuni professori dell’università Normale di Shanghai avevano pubblicato sul China Daily un sondaggio da cui risultava che i credenti si aggirano sui 300milioni e più.

Ciò che è triste è che oltre alla sindrome da “collasso stile Urss”, Pechino sembra soffrire anche di una sindrome da “suicidio”: nel tentativo di eliminare o soffocare le religioni – e in particolare le comunità cristiane – il Partito cancella l’unica possibilità di ridare senso e coesione alla società cinese, ormai prostrata da decenni di materialismo, individualismo, sospetti, conflitti e vuoto esistenziale.

Asia news,11/12/2015

English article, Asia NewsA winter of darkness for religions in China

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