Pechino e Tokyo svendono dollari, mentre si temono inflazione e debiti cattivi in Cina

Pechino e Tokyo hanno ridotto il loro possesso di buoni del tesoro Usa, temendo un crollo dell’economia americana. Intanto crescono le paure per l’inflazione in Cina, dove si teme la diffusione di “debiti cattivi” fra le banche e le imprese statali.

La Cina rimane il più alto possessore straniero di buoni del Tesoro Usa con 889 miliardi di dollari, ma in gennaio essa ha ridotto la tenuta di ben 5,8 miliardi, svendendoli negli ultimi tre mesi, un fatto che non succedeva dal 2007. Il Giappone, da parte sua, ha svenduto nello stesso periodo almeno 300 milioni di dollari Usa. Secondo un rapporto del dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti, Tokyo possiede 765 miliardi di debito Usa.

Da tempo Pechino chiede agli Stati Uniti delle assicurazioni sul valore del dollaro, mentre il deficit del governo Usa cresce a dismisura fino a rischiare un’inflazione mai vista. Mesi fa Pechino ha perfino avanzato la proposta di cambiare il riferimento al dollaro nella finanza internazionale.

La scorsa settimana, il premier Wen Jiabao, a conclusione dell’Assemblea nazionale del popolo ha ancora una volta chiesto agli Usa assicurazioni sul valore del dollaro. Egli ha detto che la volatilità del biglietto verde è una “grande” preoccupazione e che è “ancora timoroso” sui buoni del tesoro Usa posseduti dalla Cina.

Wen ha anche riaffermato che lo yuan renminbi rimarrà stabile, andando contro alle richieste americane di riapprezzare la moneta cinese.

Gruppi di analisti affermano che il basso valore dato allo yuan è uno stimolo potente alle esportazioni cinesi, che soffrono per la crisi mondiale. Ieri 130 parlamentari Usa hanno chiesto al presidente Obama di fare passi più duri contro la Cina s quello che essi chiamano “manipolazione della valuta”. In una lettera aperta essi affermano: “L’impatto della manipolazione di valuta della Cina sull’economia Usa non può essere sovrastimata. Mantenendo la sua moneta con un basso tasso di cambio, permette un sostegno alle compagnie cinesi e un disonesto svantaggio per i concorrenti stranieri”.

L’economista Maurizio d’Orlando ha dichiarato ad AsiaNews che il basso valore dello yuan “è abnorme, al di là di ogni parametro e fuori da ogni concepibile eccesso”. Attualmente  il tasso di cambio  è di 1 dollaro Usa = 6,833 Yuan. In realtà – in base ai canoni del potere di acquisto – lo yuan dovrebbe rivalutarsi del 33,43%, salendo a 1 dollaro Usa per 5,121 Yuan. Per d’Orlando, “la strategia cinese ha fini egemonici di grandezza nazionale in Estremo Oriente, ottenuta a spese della distruzione della capacità manifatturiera nel resto del mondo, riducendo praticamente in schiavitù le masse di popolazione interne”.

Yao Jian, portavoce del ministero cinese del Commercio, si è difeso oggi contro tutte queste accuse. “Se il tasso di cambio viene politicizzato – ha dichiarato in una conferenza stampa – allora non ci potrà essere aiuto reciproco nell’affrontare la crisi finanziaria globale”. Ma anche il Premio Nobel Paul Krugman ha affermato che “La politica cinese di mantenere la sua valuta, il renminbi, sottovalutato, è divenuto un freno significativo per la ripresa dell’economia globale”.

Ma ciò che Pechino teme di più in questo momento è il rischio di inflazione e di bolle finanziarie. Secondo una ricerca del China Securities Journal, pubblicata oggi, il 51% dei cinesi afferma che il livello attuale dell’inflazione (2,5) è “inaccettabile” e si attendono che essa aumenterà ancora di più nei prossimi mesi. In febbraio i prezzi al consumo sono aumentati del 2,7% dall’1,5 in gennaio.

Il punto è che l’inflazione sembra essere la ovvia conseguenza della politica lanciata dalla Cina per contenere la crisi globale. Dal 2008 il governo ha immesso nel mercato un pacchetto di aiuti con prestiti a banche e industrie fino a 4mila miliardi di yuan, divenuti nel 2009 almeno 9590 miliardi di yuan (circa 959 miliardi di euro).

Secondo esperti, questo volume di soldi è andato solo a riempire le banche e a finanziare ditte statali quasi in bancarotta, oltre ad alimentare speculazioni edilizie. Il timore è che se il governo si ritrae dai prestiti, le banche cinesi rischiano di crollare, annegando nei “debiti cattivi”, cioè nell’incapacità di ripagarli o di essere ripagati.

Secondo Shen Minggao, economista del Citigroup di Hong Kong,  citato da Bloomberg, “il peggiore scenario” può essere che entro il 2011 il governo debba andare al salvataggio di molte organizzazioni finanziarie per appianare prestiti non coperti fino a 2400 miliardi di yuan (256,05 miliardi di euro).

Fonte: AsiaNews, 16 marzo 2010

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