Pechino e Google trattano la permanenza del gigante tecnologico in Cina

Il ministro cinese per l’Industria conferma che ci sono negoziati. La comagnia americana ha annunciato di non voler stare più in Cina se i suoi servizi sono sottoposti a una rigida censura e in protesta contro tentativi di carpirgli notizie riservate. Pechino nega ogni attacco di hacker.

Proseguono i colloqui tra Pechino e il gigante tecnologico Usa Google, dopo che la ditta ha minacciato di abbandonare il mercato cinese per la censura che gli viene imposta e per gli attacchi di ignoti hacker contro le sue banche-dati riservate. Lo ha confermato Li Yizhong, ministro dell’Industria e dell’informazione tecnologica.

Il 12 gennaio Google ha denunciato attacchi cibernetici provenienti dalla Cina per accedere ai suoi dati riservati e che attacchi simili sono stati subiti da oltre altre 20 ditte operanti in Cina. Ha anche criticato la censura imposta dal Pechino riguardo alcuni argomenti ritenuti sensibili, come il massacro di piazza Tiananmen del giugno 1989. Per questo ha annunciato che non accettava più tale censura e che considerava con serietà la possibilità di lasciare il mercato cinese.

Peraltro non ha indicato date precise, anche se ieri Nicole Wong, viceconsigliere generale della ditta, ha confermato che è in corso “una riconsiderazione delle nostre attività imprenditoriali”. Wong ha confermato “la ferma decisione” di “non accettare la censura cinese per le ricerche su internet”. Ha aggiunto che la decisione di lasciare la Cina “va valutata con attenzione”, anche per i molti dipendenti che Google ha nel Paese. In una nota presentata al Subcomitato per i diritti umani del Comitato giudiziario del Senato Usa, Wong ha aggiunto che i servizi di Google hanno subito censure in 25 Stati negli ultimi anni e che le sue piattaforme Blogger e BlogSpot non state bloccate in almeno 7 Paesi negli ultimi 2 anni: Cina, India, Spagna, Pakistan, Iran, Myanmar, Etiopia.

La polemica si è inasprita alla fine di febbraio, quando media occidentali hanno indicato che gli attacchi provenivano da due scuole in Cina e che uno degli hacker sarebbe stato individuato in un consulente del governo per la sicurezza informatica.

A sua volta, la Cina ha sempre respinto come “infondata” ogni accusa di attacchi hacker cinesi.

Fonte: AsiaNews, 5 marzo 2010

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