Pechino affronta il rapido aumento della disoccupazione

Circa 100mila imprese chiuderanno nel 2008, milioni di persone senza lavoro, specie migranti. La Cina soffre per le minori esportazioni e crescono scioperi e proteste sociali per la tutela dei diritti. Il governo effettua sgravi fiscali e cerca sempre più spesso un colloquio con i dimostranti. 
Pechino affronta la crisi interna di produzione, cercando di sostenere le ditte per contenere la dilagante disoccupazione, che spesso sfocia in proteste sociali. Oggi Yin Weimin, ministro per le Risorse umane e la sicurezza sociale, ha ammesso esserci 10,2 milioni di nuovi disoccupati da gennaio a ottobre, a seguito delle minori esportazioni, e prevede che aumenteranno per tutto il 2009. Al punto che indica quale “massima priorità” “la conservazione dell’attuale occupazione”.

Un’analisi su 84 città mostra una minor domanda di lavoro del 5,5% tra luglio e settembre. Da gennaio a giugno hanno chiuso almeno 67mila fabbriche e si parla di 100mila entro dicembre. Il prodotto interno lordo è cresciuto dell’11,9% nel 2007 ma “solo” del 9% da luglio a settembre 2008, minor crescita da 5 anni e inferiore alle peggiori previsioni.

Le più colpite sono “le piccole e medie imprese che usano lavoro intensivo”, come tessili o automobilistiche. Yin ammette che la disoccupazione è molto maggiore dei dati ufficiali (il 4% con una previsione del 4,5% entro dicembre) perché “queste statistiche non comprendono i lavoratori migranti”, almeno 120 milioni, spesso non in regola ma che “sono i più colpiti”: senza lavoro, senza nulla da fare nelle grandi città, l’unica loro prospettiva è tornare al villaggio lasciato 20-30 anni fa per cercare un futuro migliore.

Il governo, dopo avere fatto una lunga battaglia per ottenere salari minimi, ora indica alle imprese di ridurli, piuttosto che licenziare: nell’Hubei occorre il permesso del governo locale per licenziare più di 50 persone. Il Guangdong è il motore economico del Paese e da solo produce circa il 30% dei prodotti esportati: qui hanno chiuso migliaia di fabbriche, tra cui 3.600 che producono giocattoli, circa la metà dell’industria del settore. La sola Smart Union Group Ltd., già fornitrice di multinazionali Usa come Mattel Inc. e Hasbro Inc., ha chiuso a ottobre tre fabbriche a Dongguan lasciando a spasso 8.700 dipendenti. Spesso le ditte non pagano gli ultimi stipendi e ci sono state decine di proteste di migranti licenziati che chiedono le paghe arretrate. Il governo del Guangdong ha coperto salari arretrati per 4 milioni di dollari. Si teme che migliaia di fabbriche chiudano a febbraio, quando i migranti saranno a casa per il Nuovo anno lunare.

Molti grandi imprenditori, vista la crisi, preferiscono cessare di pagare fornitori e dipendenti, per mettere da parte milioni di yuan e poi chiudere e fuggire. Nello Shaoxing la Jianglong (“Dragone di fiume”) ha venduto merci per 110 milioni di dollari nel 2007, con  un profitto di 14 milioni. Quest’anno ha cessato ogni pagamento, assicurando che aspettava finanziamenti. Quando la ditta è stata chiusa, 2mila dipendenti sono scesi in piazza bloccando il traffico e chiedendo spiegazioni, si sono scontrati con centinaia di poliziotti. Ora il governo ha promesso di pagarli.

Per sostenere le ditte, Pechino opera sgravi fiscali: sono state abolite centinaia di tasse amministrative, oggi sono stati annunciati nuovi tagli di imposte per il settore tessile per stimolare l’esportazione, caduta già dell’11% nel primo trimestre 2008, prima della crisi globale. Ma ogni settore ha problemi: le ditte costruttrici di automobili chiedono importanti sgravi fiscali e ammoniscono che non potranno altrimenti andare avanti.

In molte città (come Chongqing, Lanzhou, Sanya) hanno scioperato i tassisti, a Shanghai protestano che lavorano 18 ore al giorno per guadagnare tra 2 e 3mila yuan (2-300 euro) al mese. Il sindaco Han Zheng li ha incontrati e ci ha parlato per due ore: gesto non comune nella comunista Cina, dove le proteste sono spesso “risolte” dalla polizia. La scorsa settimana il premier Wen Jiabao ha invitato le banche a concedere con più larghezza finanziamenti alla piccole compagnie: ancora pochi mesi fa, per combattere l’allora rapida inflazione, si cercava di restringere simili finanziamenti e la Banca centrale ha più volte alzato il costo del denaro. 

(Fonte www.asianews.it)

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