Parigi. La Conferenza sul clima partorisce l’accordo vincolante. Restano però alcune zone d’ombra

Al termine di due settimane di intense trattative e tre notti bianchi consecutive, la ventunesima Conferenza sul clima di Parigi ha finalmente partorito il primo accordo universale giuridicamente vincolante che entrerà in vigore nel 2020.

Si tratta di un evento di portata storica. Alle ore 19.30 di sabato, Laurent Fabius, ministro degli Esteri francese e presidente della COP21, ha dato l’ultimo colpo di martello che ha annunciato l’adozione del testo, frutto di lunghi e faticosi negoziati tra 195 paesi, scatenando lunghi applausi nell’assemblea plenaria. La gioia è stata più forte delle difficoltà incontrate nel corso della maratona degli ultimi tre giorni, in cui nulla era dato più per scontato e si temeva un clamoroso flop.

In realtà, le discussioni sollevate nella notte tra venerdì e sabato avevano aperto notevoli varchi a posizioni polemiche e contraddittorie, al punto che non v’era consenso unanime, e neppure maggioritario, sull’accordo definitivo. In particolare, erano emerse posizioni contrastanti da numerosi paesi in via di sviluppo sulla questione decisiva dei finanziamenti e della trasparenza, da paesi dell’America Latina, come il Nicaragua, che poneva nei giusti termini lo sfruttamento nell’agricoltura e la riduzione dei terreni agricoli, da paesi riuniti nel cosiddetto G77+Cina, che sollevavano la questione gigantesca delle tutela delle comunità isolane. Insomma, l’impasse era palpabile.

La mediazione possibile è giunta grazie al grande lavoro sotterraneo di Fabius e della responsabile Onu per il Trattato sul clima, Christiana Figueres. Nella mattinata di sabato, il contenzioso verteva sulla forma verbale, condizionale o futuro semplice, ci si divideva su “dovrebbero” o “dovranno”.

E poiché si tratta di un accordo vincolante, la generalità delle delegazioni ha poi accettato il verbo al futuro. Così, Laurent Fabius ha potuto presentare in assemblea plenaria il testo di 31 pagine dell’accordo di Parigi sul clima. È evidente che si tratta di un enorme successo della diplomazia francese, alla vigilia del voto francese per il ballottaggio delle regionali. È un successo personale di Hollande e di tutto il suo governo, da Segolene Royal alla Taubira, che hanno alacremente lavorato per raggiungere questo risultato storico. Ovviamente, nessuno può dire come questa vicenda “storica” riuscirà a modificare il risultato elettorale di domenica.

Il testo adottato prevede la limitazione del riscaldamento del pianeta “fino a 2 gradi centigradi” e di almeno 1,5 gradi rispetto all’inizio dell’era industriale, conformemente alle richieste dei paesi più vulnerabili. È un obiettivo ambizioso che sarà da raggiungere. Il Trattato prevede inoltre la limitazione delle emissioni di CO2 a 40 miliardi di tonnellate entro il 2030, al fine di non superare una crescita di 2 gradi centigradi. Tuttavia, per ora, l’impegno volontario dei paesi non consente di scendere al di sotto dei 55 miliardi di tonnellate di CO2. I paesi si impegnano a rivedere le proprie politiche sul clima ogni cinque anni, dopo una prima fase di assestamento, a partire dal 2023. Su questo punto, in particolare, la comunità scientifica ha espresso delusione e risentimento perché “sarà troppo tardi per ottenere una riduzione di 1,5 gradi centigradi”. Gli scienziati, invece, sostengono che sia “opportuno esortare i paesi ambiziosi a rivedere gli obiettivi prima del 2020”. Su questo appello, ottanta stati hanno dichiarato la propria disponibilità a rivedere molto rapidamente gli obiettivi.

Sul piano finanziario, è stato ribadito l’impegno a versare 100 miliardi all’anno, da parte dei paesi sviluppati. Tuttavia, questo contributo dovrà essere aumentato non oltre il 2025, allo scopo di aiutare i paesi in via di sviluppo a limitare le emissioni e ad adattarsi alle conseguenze del cambiamento climatico. L’aumento, in realtà, non fa più parte dell’accordo firmato, ma è stato inserito in un’appendice sulle “decisioni”, meno vincolanti sul piano giuridico, e comunque rinviato alle prossime Conferenze sul clima. Su questo punto specifico, è stato vinto l’ostacolo rappresentato dai paesi del G77+Cina, un gruppo di 134 paesi in via di sviluppo, al quale si è aggiunta la Cina. Ma anche Obama avrebbe avuto problemi qualora il contributo di 100 miliardi fosse stato vincolante, perché il Congresso, e in particolare il Senato, si sarebbe di certo opposto alla ratifica del Trattato. Il rischio era inaccettabile, perché avrebbe ripercorso il dramma dell’accordo di Kyoto.

L’altro punto di contrasto riguardava il capitolo sulle perdite e i danni, ovvero sulle conseguenze irreversibili del riscaldamento climatico. Su sollecitazione di americani e della Unione Europea, nel capitolo sono stati espulsi i riferimenti ai risarcimenti, ovvero, i paesi vittime di catastrofi climatiche non potranno avere diritto a rimborsi né esigerli da quei paesi responsabili dell’inquinamento globale gas serra. Proprio su questo mancato diritto, le grandi ONG hanno annunciato battaglia. Il testo approvato si limita infatti a regolare la questione in modo del tutto generico: “le parti dovranno rafforzare la comprensione, l’azione e il sostegno” su questa questione. Ovvero, ciò esclude ogni “responsabilità o compensazione” dei paesi del Nord per gli eventi di natura climatica subiti dai paesi in via di sviluppo. Nonostante ciò, le Ong ambientaliste hanno espresso soddisfazione per il risultato raggiunto a Parigi. Per Avaaz, ad esempio, il testo è una svolta per l’umanità che “apre la strada verso un futuro migliore alimentato da energia pulita”.

Insomma, l’accordo di Parigi dimostra che il mondo vuol chiudere definitivamente il libro dell’energia fossile. L’interrogativo resta, però: i 195 paesi firmatari dell’accordo riusciranno a mantenere le promesse fatte il 12 dicembre 2015 a Parigi quando le delegazioni torneranno in patria?

Jobsnews.12/12/2015

English article,The Telegraph:

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