Nuova ondata di scioperi in Cina: al via una perestroika cinese?

Cosa sta succedendo in Cina? Nella Repubblica popolare non è cambiato niente, mentre il resto del mondo è convinto del contrario e continua a tenere sotto i riflettori le vicissitudini degli operai? Il Paese è sull’orlo di una rivoluzione? Oppure è finalmente arrivato il momento, per Pechino, di prendere in considerazione l’ipotesi di attuare le riforme politiche che sin dai tempi di Deng Xiaoping, quindi a fine anni ‘70, si pensava avrebbero seguito quelle economiche?

Capire come cambia la Cina è sempre molto difficile. Ecco perché è più saggio limitarsi a compiere una rigorosa analisi dei fatti.

E’ di ieri la notizia di nuovi scioperi in aziende cinesi nel Sud-est asiatico. Un fatto, questo, che potrebbe indurre a pensare che la solidarietà degli operai cinesi nel mondo, uniti per ottenere condizioni di lavoro migliori, si stia espandendo a macchia d’olio.

Prima di dare valore a questo tipo di conclusione, però, è opportuno ricordare che da tempo anche una fonte insospettabile come il governo di Pechino dichiara che nel Paese si verificano, ogni anno, decine di migliaia di piccole rivolte.

Quindi cosa c’è di veramente nuovo negli scioperi del Guangdong e del Sud-esa asiatico? Almeno cinque elementi.

Anzitutto va evidenziato un progressivo peggioramento delle condizioni di lavoro nelle fabbriche cinesi legato alle conseguenze della crisi economica: le aziende lavorano di meno, quindi i disoccupati aumentano e, chi resta, lavora di più e viene pagato di meno per tenere bassi i costi.

Su una base di partenza già difficile pesano poi da un lato la maggiore consapevolezza dei diritti dei lavoratori raggiunta negli ultimi tempi dalla forza lavoro cinese grazie all’operato dei proto sindacati che si sono formati anche in alcune fabbriche della Repubblica popolare e alle campagne informative di alcune Ong basate a Hong Kong. Dall’altro, la paura sempre più forte di Pechino di non riuscire a tenere sotto controllo il malcontento con la promessa di una crescita elevata e costante e la conseguente necessità di spingere i manager ad andare incontro alle esigenze degli operai onde evitare che la protesta diventi ingestibile anche per il regime.

Infine, l’enfasi mediatica di cui hanno goduto gli scioperi del Guangdong nelle ultime settimane e, soprattutto, gli aumenti salariali che gli operai cinesi sono riusciti ad assicurarsi hanno fatto scuola: ecco perché anche l’espansione dell’ondata di scioperi oltre confine, tutto sommato, non stupisce.

Anche se per capire come e quanto queste dinamiche stanno cambiando la Cina dovremo aspettare di poterne analizzare le conseguenze basandoci su nuovi fatti.

Fonte: Panorama.it, 9 luglio 2010

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