Non solo capannoni abusivi: la Cina alla conquista (economica) dell’Italia

Dopo quarantotto ore dalla rivolta di Sesto Fiorentino, il tema della presenza della comunità cinese in Italia è tornato al centro delle cronache. Si sbaglierebbe, però, a voler minimizzare l’accaduto facendo riferimento solo ai capannoni abusivi in cui i cinesi sfruttano i loro stessi connazionali. A Sesto Fiorentino, un semplice controllo delle forze dell’ordine ha fatto scattare una maxi rissa che rischiava di creare un caso diplomaticoCome ha ricordato Adriano Scianca in suo post di ieri: “Qui non c’è nemmeno un problema “culturale”, qui c’è proprio una questione politica: c’è una comunità che si considera quinta colonna di uno stato estero in territorio italiano”. Purtroppo, però, la forza del Dragone in Italia non si limita solo a casi di questo tipo. Pertanto, è bene analizzare la presenza dei cinesi nell’economia italiana nel suo complesso: dal calcio alla grande finanza.

Andiamo con ordine, partendo dallo sport italiano per eccellenza: il calcio. A San Siro, infatti, presto la lingua ufficiale sarà il cinese. L’Inter diventerà di proprietà del gruppo Suning, guidato da Zhang Jidong, presidente e fondatore del colosso di elettrodomestici e costruzioni che fattura più di 15 miliardi di euro. Suning acquisirà il 70% del club pagandolo 525 milioni, all’attuale patron Erick Thohir resterà il 30% e l’indonesiano manterrà per il momento la carica di presidente. Anche il Milan molto probabilmente seguirà la stessa strada. Infatti, nei prossimi giorni Berlusconi potrebbe cedere il 70% delle quote azionarie della società rossonera a una cordata di imprenditori cinesi.  Secondo indiscrezioni di stampa, tra i nuovi padroni del Milan ci sarebbero Robin Li e il gruppo EvergrandeRobin Li, imprenditore cinese re del web dell’estremo oriente, è il sesto uomo più ricco della Cina. Il magnate cinese ha costruito le sue fortune grazie a “BAT” il più grande colosso internet della Cina: è l’acronimo di Baidu, Alibaba e Tencent, i tre principali motori di ricerca della Repubblica Popolare Cinese. L’Evergrande Real Estate Group, invece, è secondo fondo immobiliare di tutta la Cina che ha tra i suoi investitori anche Jack Ma, proprietario del colosso dell’e-commerce Alibaba, patrimonio stimato in 23,1 miliardi di dollari. Ma, la presenza dei cinesi nel Belpaese va ben oltre il rettangolo verde.

Secondo un recente rapporto elaborato dalla Fondazione Italia-Cina, nel 2015 le imprese italiane partecipate dai cinesi erano trecentotredici, con un giro d’affari stimato intorno ai 9,5 miliardi di euro e un numero complessivo di dipendenti superiore alle diciassettemila unità. Negli ultimi due anni, l’attenzione del Paese asiatico verso le nostre aziende è sensibilmente cresciuta: lo dimostrano i diciassette miliardi di investimenti che fanno dell’Italia lo Stato europeo in cui i cinesi hanno investito più denaro dopo il Regno Unito. Solo nell’anno 2015, gli investimenti di gruppi cinesi nel Belpaese sono cresciuti del 32%: energia, infrastrutture, industria e commercio i settori ai quali gli asiatici sembrano più interessati, senza dimenticare banche e telecomunicazioni. L’espansione, infatti, è capillare. Vediamo solo i casi più eclatanti. Cominciamo con l’Ansaldo Energia. La Shanghai Electric ha raccolto un 40% dell’azienda italiana leader nella costruzione di centrali elettriche in cambio di 400 milioni di euro. Nel settore delle banche è da segnalare la doppietta Generali-MedioBanca. La People’s Bank of China, nel 2014 ha acquisito il 2,001% del capitale di Piazzetta Cuccia per 110 milioni di euro e il 2,014% di Generali per 460 milioni. Costo complessivo dell’operazione: circa 570 milioni di euro. Da segnalare anche i due miliardi di euro di della banca centrale cinese per l’ingresso in Unicredit, in Monte dei Paschi di Siena ed in Intesa San Paolo, con quote del 2%. È bene ricordare che la People’s Bank of China è la Banca centrale cinese. Questo vuol dire che Pechino ha messo le mani sugli istituti di credito che possiedono di fatto gran parte delle azioni di Bankitalia Spa.

Lo shopping dei banchieri del Celeste Impero non si ferma al settore del credito. La People’s Bank of China ha acquisito anche il controllo del 2,07% di Enel con un investimento pari a 785 milioni di euro. Ha sborsato invece un miliardo e trecento milioni per il 2,1% di Eni. Costo complessivo dell’operazione: 2,1 miliardi di euro circa. Sempre a proposito di strutture strategiche, risale a due anni fa l’acquisizione del 35% di Cdp reti da parte della State Grid International in cambio di 2,1 miliardi. Ricordiamo che la Cdp reti è la holding che controlla Terna e Snam i due colossi italiani della rete elettrica e del gas. dulcis in fundo: Pirelli.  È sicuramente l’investimento più imponente realizzato dai cinesi in Italia.  Lo scorso anno la cinese Chem China ha rilevato la Pirelli per una cifra vicina ai 7,1 miliardi di euro. Alla luce di questi dati e dei recenti fatti di cronaca nella provincia di Firenze, prepariamoci a cambiare la toponomastica di Milano. In futuro, Piazza Affari, sede della Borsa italiana, potrebbe diventare PiazzaTienanmen. Così si capirebbe meglio chi comanda.

Fonte: Salvatore Recupero, ilprimatonazionale.it

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