Nobel, la Cina vuole le scuse dal Comitato

La lunga marcia verso la democrazia in Cina NON passa dal Nobel. La Cina ufficialmente chiede le scuse dal Comitato del Nobel per il premio assegnato a Liu Xiaobo. Una posizione ferma e risoluta, maturata a seguito degli incontri al vertice di questi giorni, che non può che preoccupare. Da un sondaggio realizzato dal Global Poll Center durante il fine settimana, emerge che la maggioranza dei cittadini cinesi appare contro la decisione di assegnare il Nobel per la Pace a Liu Xiaobo. I vertici governativi ora si augurano senza mezzi termini, che la Commissione del Nobel rifletta su quella che, senza mezzi termini, viene definita “una scelta povera” ed invii le scuse alla Cina. Crescente è infatti la convinzione che il comitato Nobel abbia agito deliberatamente per rafforzare la propria influenza in Occidente e che stia interferendo di fatto sulle questioni interne cinesi. Oltretutto, con una scelta che arriva al momento sbagliato e soprattutto con la persona sbagliata. Con disappunto, viene poi sottolineato come questo premio non possa essere considerato una “lettera scarlatta sulla fronte della Cina”, come invece il giudizio della commissione lascia intendere. Appare quindi evidente la delusione cinese, nel constatare come il Nobel per la pace, rischi così di aver perso la propria credibilità e missione, perchè invece di promuovere la diversità dei sistemi politici, sembra agire in maniera mono-direzionale. Infatti il comitato del Nobel con questo premio, per i cinesi sembra sposare i valori occidentali più conservatori, gli stessi che ispirarono la guerra fredda, che si sottolinea sempre dalla parte cinese, “è stata aspramente combattuta tra l’Oriente e l’Occidente, ed è stato un periodo oscuro nella storia del mondo che non deve in nessun modo ripetersi”. Forte l’irritazione verso il comitato del Nobel è anche legata al fatto che, con il suo operato, ha appena provocato un grave scontro ideologico tra Cina e Occidente, ed invece di promuovere la pace, paradossalmente, il premio che si definisce “per la pace”, sembra stia invece contribuendo in maniera decisiva ad aumentare le distanze tra la Cina e l’Occidente, per gli anni a venire. Nel chiedere le scuse da parte del comitato per il Nobel, si finisce con il sottolineare che lo stesso non abbia mai messo in discussione o criticato il pensiero occidentale e la sua ideologia negli anni scorsi e si termina con una speranza: “Non vediamo l’ora di vedere un comitato Nobel che appartiene veramente al mondo”. Queste sono le dure comunicazioni ufficiali sui diversi media cinesi che danno il senso di un crescente malessere contro la decisione presa ad Oslo e fanno intravedere un atteggiamento Cinese molto duro verso di essa. Personalmente, tale reazioni non fanno che amplificare il mio scetticismo che questo premio possa cambiare qualcosa, anzi come si sta evidenziano di in queste ore, rischia di peggiorare realmente il clima già teso delle relazioni internazionali su temi fondamentali come libero commercio, cambi valutari e gestione delle diverse crisi regionali politiche e sociali. Non solo, prevedibilmente contribuirà ad accentuare un clima anti cinese, fornendo ora da ulteriore argomento di scontro per i diversi attivisti sparsi per il mondo occidentale che ora faranno a gara a mettersi in mostra, qualcosa che paradossalmente rischia però di dare risultati opposti a quelli auspicati. Da questo “botta e risposta”, appare evidente come in Occidente la Cina sia ancora veramente qualcosa di sconosciuto, così come l’approccio culturale che la pervade profondamente, ben diverso da quello sviluppatosi ad ovest, qualcosa di fondamentale che ancora “sfugge” ai più ma che ne caratterizza anche l’agire politico. Per prima cosa la diversa percezione del tempo storico: i giorni sono anni e gli anni sono secoli, alla continua ricerca di un perenne e duraturo equilibrio. In questo contesto, appare evidente che la stragrande maggioranza dei cinesi contemporanei, abbia investito il proprio futuro sulla crescita economica del paese e la conquista di un benessere personale che in una sola generazione, spesso ha portato molti di loro letteralmente “dalle stalle alle stelle”. Quindi, qualsiasi interferenza a questo processo che si è dimostrato nei fatti virtuoso e concreto, appare un problema da evitare accuratamente. La democrazia, il multi-partitismo e lo scontro ideologico sono tra queste. In particolare in Cina si dubita fortemente su un elemento fondamentale: la reale validità della democrazia di stampo occidentale, che si chiedono: “sarebbe stata in grado di realizzare tutto ciò??” Nel cercare di darsi una risposta, non solo stanno guardando con grande attenzione ai nostri paesi, inviluppati nella crisi di questi anni, ma anche al percorso democratico realizzatosi nei paesi ex-URSS, oltre che alla vicina India, da tutti considerata la più grande democrazia del mondo. E la risposta che si sono dati da tempo è negativa. Se poi in occidente si pensa che in Cina esistano “loschi figuri” che si compiacciono di maltrattare il prossimo ed abusare del proprio potere, si è proprio sulla cattiva strada. Lo scenario reale è totalmente diverso e in un continuo cercare la “giusta via”, di una lunga marcia che sta cambiando la Cina, che ne prevede comunque la sua democratizzazione. Il problema non è quindi, come sembra in occidente, se la Cina diverrà democratica o meno, ma quale sarà il modello che sarà adottato che comunque difficilmente sarà di stampo occidentale. La prova di ciò sono nelle parole pronunciate di recente dallo stesso Wen Jiabao che ha affermato di recente alla CNN, intervistato da Fareed Zakaria: “Credo che la libertà di parola sia necessaria a tutti i Paesi, sia ai Paesi sviluppati che ai Paesi in via di sviluppo. La libertà di parola è d’altronde nella costituzione cinese,”  concludendo con “il desiderio e la necessità di democrazia del popolo cinese è irresistibile”. Per quanto riguarda poi il multipartitismo, sempre Wen Jiabao ha dichiarato che all’interno dei vertici cinesi “nonostante alcune discussioni e punti di vista e nonostante alcune resistenze, agirò nel rispetto dei miei ideali, senza sosta, e farò andare avanti la rinascita politica nei limiti delle mie capacità”. Da queste parole appare evidente che i vertici cinesi stanno valutando come traghettare il paese verso un futuro democratico, ma lo stanno facendo cercando di preservare per prima cosa per loro fondamentale: la stabilità e la crescita equilibrata in corso, il vero patrimonio di cui dispone ora il popolo cinese. Voler forzare il cambiamento, con atti esterni, come quello del Nobel, seguendo un pò l’approccio che fu usato nel caso della ex-URSS, non appare il metodo corretto, perchè è evidente che lo stesso Wen Jiabao, ora sarà meno libero di esprimere posizioni innovative nelle prossime riunioni ai vertici che invece sentiranno questo atto, come un vero e proprio attacco alla integrità degli interessi nazionali. Perchè va ricordato, a differenza che in occidente, i cinesi agiscono creando il cambiamento prima di annunciarlo e non come da noi che è ormai prassi l’opposto. Avere fretta, serve solo a ritardare un processo che è già in moto da tempo, una scelta che comunque dovrà essere solo e solamente interamente nelle mani e nelle menti dei cinesi, senza che altri pensino di poter dare lezioni o ripetizioni che è giusto dirlo, da queste parti non sono gradite. E il Nobel assegnato, non è solo una sottolineatura ai valori di libertà ma per i cinesi, appare inevitabilmente quale espressione di una volontà occidentale che così finisce per indicare una leadership che possa guidare un processo, qualcosa che onestamente agli occhi cinesi, appare inaccettabile: un’ingerenza negli affari interni. Esattamente come fu fatto nel 1989, quando fu assegnato il nobel al Dalai Lama, guarda caso a pochi mesi dopo i fatti di Tiananmen anche questo premio, agli occhi cinesi non sembra “casuale” ed appare strettamente collegato al braccio di ferro in corso con l’occidente sulla rivalutazione dello Yuan che come ha sottolineato lo stesso Wen Jiabao se fosse assecondata, “porterebbe molte aziende cinesi a chiudere e milioni di cinesi a rimanere senza lavoro”. Per questo, non sono convinto il nobel porterà risultati positivi, mentre sono ben più propenso a pensare che potrebbe al contrario, scatenare un pericoloso effetto a catena fuori dai confini cinesi, connesso alle prevedibili azioni “ritorsive” di carattere economico che potrebbero mettere l’economie occidentali con il “culo per terra”. Perchè non va dimenticato che se oggi gli americani non hanno rivissuto il ’29, se i Greci possono tirare un sospiro di sollievo e in generale, se la crisi finanziaria sembra essersi fermata, lo si deve agli sforzi cinesi in tal senso, attraverso le sostanziose iniezioni di capitali. La situazione per certi versi è anche troppo simile a quella dei tempi della guerra dell’oppio, anche allora iniziata dopo una crisi di carattere commerciale tra UK ( gli Usa di oggi) e la Cina, causata dai dazi imposti dalla Cina sul commercio dell’Oppio, qualcosa di simile al valore dello Yuan che tende a favorire le produzioni cinesi nel suo export mondiale. Per questo forse Oslò, prima di “gettare il sasso”, poteva sforzarsi di leggere la storia, per comprendere che aggiungere anche questa questione sui tavoli internazionali, forse appare del tutto fuori luogo. Altre erano e dovevano essere le sedi per chiedere la liberazione del dissidente e aiutare la Cina nel suo viaggio verso il futuro democratico, come Wen Jiabao stesso conferma, essere tema nella agenda dei vertici del paese. Solo il senno del poi, potrà confermare o smentire i miei timori, augurandomi che anche stavolta i cinesi dimostrino il buon senso di “guardare” avanti, senza lasciarsi coinvolgere nella inevitabile diatriba che ne seguirà da qui alla premiazione, dove è chiaro che si scatenerà una incredibile pressione internazionale, affinché sia presente il dissidente. E statene certi, in Cina sarà anche crescente l’idea che sia tutto un complotto e il premio finirà così per alimentare un nazionalismo che non vuole che la storia si ripeta a scapito ancora della Cina. E qua ci vuole: “Che iddio ce la mandi buona”!!

Alberto Fattori

Fonte: Affari Italiani, 18 ottobre 2010

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