Nel Bazar del “falso globale”: un business da 461 miliardi

Dalla scarpe Nike agli orologi Rolex, il giro d’affari delle merci contraffatte, sempre più digitale, è raddoppiato tra il 2008 e il 2013. Un giro d’affari di 461 miliardi. L’Italia è il secondo Paese più colpito dalla pirateria dopo gli Stati Uniti.

ROMA – Un tizio dall’aria untuosa vi avvicina al bar e vi mormora in un orecchio che il rimorchio di un camion pieno di occhiali Ray Ban si è staccato, è rimasto incustodito e, insomma, se volete venire a dare un’occhiata… Ridete a piena gola e vi allontanate a passo svelto, convinti di aver dribblato l’ennesima truffa. E, invece, probabilmente era tutto vero. Nessuno, ormai, smercia falsi alla vecchia maniera. L’industria della contraffazione è globale, agile, tecnologicamente aggiornata, logisticamente ramificata nel mondo, saldamente installata sul web, dotata di un catalogo merci pressoché inesauribile. Soprattutto, è tutto meno che un business di nicchia: su 40 dollari di commercio mondiale, uno è servito a pagare un falso. L’Ocse calcola, infatti, che i beni contraffatti o piratati abbiano generato, nel 2013, scambi fino a 461 miliardi di dollari. Più o meno quanto valevano, nello stesso anno, le esportazioni (legali) di un Paese di prima fila nel commercio mondiale, come l’Italia. O il prodotto interno lordo di un Paese di media grandezza: i falsi valgono quanto tutto quello che in un anno produce l’economia austriaca, dalle vacanze sugli sci in Tirolo al festival di Salisburgo. E, mentre l’economia globale stenta e ristagna, quella del falso tira alla grande: in cinque anni, dal 2008 al 2013, ha più che raddoppiato il suo giro d’affari, stima l’Ocse sulla base dei sequestri operati alle dogane.

Come funziona

Il problema è che i sequestri sembrano tanti: gli economisti dell’Ocse e della Ue che hanno redatto lo studio ne hanno analizzati oltre 100 mila l’anno. Ma il giro d’affari ormai è molto più ampio. Meno di un articolo falso su dieci arriva alla dogana nel cassone di un camion. Il 60 per cento viene elegantemente recapitato per posta o per corriere, in un piccolo pacchetto dedicato, nella ragionevole convinzione che i doganieri non possano aprire tutti i piccoli pacchetti sospetti, confusi tra i milioni che l’e-commerce distribuisce nel mondo. Anche per conto, infatti, dell’industria della contraffazione che, ormai, opera quasi esclusivamente via web. E via web vi vende scarpe Nike, occhiali Ray Ban, borse Louis Vuitton, orologi Rolex, i quattro prodotti che sono le star del falso. Con un’accorta strategia di marketing. Perché, come le aziende più sofisticate, i falsari distinguono i mercati e adeguano i prezzi. C’è un mercato primario, in cui il falso viene presentato come il prodotto vero e il prezzo si avvicina, con la sola differenza di uno sconto appetibile, ma credibile. E c’è un secondario, in cui nessuno bara, tutti sanno che stiamo trattando roba che sembra vera, ma non lo è, e il prezzo precipita di conseguenza. Lo si capisce dal valore dichiarato alla dogana per la merce sequestrata.

Il catalogo del falso

Lo stesso paio di Nike, infatti, può costare – a seconda che il falso sia confessato o no – dai 5 ai 200 dollari. I Ray Ban da 5 a 150. Una borsa Louis Vuitton da 5 a 1.500 dollari. Da 5 a 20 mila dollari un orologio Rolex. Ma questi prodotti sono solo la punta dell’iceberg. I falsari smerciano di tutto. A scorrere la lista dei sequestri, soprattutto scarpe, abbigliamento e pelletteria. C’è, però, anche un fiorente mercato di falsi business-to-business. Ovvero, aziende che comprano macchinari, prodotti chimici, strumenti ottici ed elettronici, parti di ricambio contraffatte. Qualche volta sapendolo e risparmiando sul prodotto. Qualche volta, no. E tirano anche i prodotti di ogni giorno: giocattoli, medicine, cosmetici, profumi. Ci sono anche merci del tutto insospettabili. Sotto sequestro, dicono i registri, finiscono spesso anche fragole, banane, olio di cocco. In questi casi, le fragole sono vere. Ad essere falsa è la provenienza.

Chi ci perde

Nella sostanza, dovunque ci sia un brevetto c’è il rischio della contraffazione. Il Paese i cui prodotti vengono più spesso falsificati sono gli Stati Uniti, a cui fa riferimento il 20 per cento dei sequestri. Ma una sorta di premio alla qualità e all’unicità tocca all’Italia che viene subito dopo, con il 14,6 per cento dei sequestri. Prima della Francia (12,1 per cento). Ma, nella sua ascesa al rango di economia moderna, anche la Cina conquista un posto nella classifica dei piratati e contraffatti, con l’1,3 per cento dei sequestri.

Chi ci guadagna

Di solito, orologi, scarpe e pelletteria vengono dalla Cina o da Hong Kong. Profumi e abbigliamento dalla Turchia. Ma un posto di riguardo tocca all’isola di Tokelau, nel mezzo dell’Oceano Pacifico, 10 chilometri quadrati e 1.400 abitanti. Il suo segreto è il commercio via web. Occhio dunque alla roba che arriva dai siti “.tk”.

Fonte: Repubblica, 20 apr 16

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