Merce cinese rubata e lavoro nero arrestato imprenditore e 5 denunce

Traffico di merce cinese rubata e priva dei requisiti Ce. E’ quanto hanno scoperto i carabinieri del nucleo radiomobile di Roma che hanno arrestato un imprenditore di 41 anni, originario di Palermo, per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina al fine dello sfruttamento del lavoro nero, in concorso con altre persone. L’uomo è stato denunciato, inoltre, per ricettazione in concorso con altre cinque persone: una coppia di cittadini slavi, di 23 e 33 anni, entrambi domiciliati nel campo nomadi di via della Martora, due cittadini cinesi di 43 e 51 anni e un cittadino del Niger, anche lui arrestato perché non ha rispettato un decreto di espulsione. L’attività investigativa dei carabinieri è iniziata dopo il fermo di una coppia di slavi a bordo di un furgone mentre usciva da un capannone industriale nei pressi di via dell’Omo, in zona Prenestina, dove poco prima avevano scaricato decine di scatoloni contenenti capi di abbigliamento. All’interno del capannone, di proprietà di una società con sede a Palermo, i militari hanno trovato al lavoro i due cittadini cinesi e il cittadino del Niger, privi di documenti di identità e domiciliati in una roulotte parcheggiata nei pressi del magazzino, in pessime condizioni igienico-sanitarie. Dai successivi accertamenti svolti dai militari è emerso che il materiale scaricato dalla coppia di nomadi proveniva da un altro magazzino situato nell’area industriale tiburtina (via Casal Cavallari, 45), già sequestrato nei giorni scorsi e andato a fuoco qualche giorno fa. L’altro materiale stoccato nel capannone è risultato di illecita provenienza e, quindi, è stato sequestrato assieme all’intera struttura. L’imprenditore palermitano è stato portato nel carcere di Regina Coeli, mentre sono in corso ulteriori indagini per accertare il coinvolgimento di altre persone nel traffico di materiale illecito proveniente dalla Cina e per stabilire come la merce proveniente dal magazzino sequestrato e andato a fuoco sia finita nell’altro capannone di via dell’Omo.

Fonte: La Repubblica, 18 ottobre 2010

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