L’oriente e la coscienza secondo Francesco

La fonte è al di là di ogni sospetto, la seguita rivista cattolica online AsiaNews. Riferisce che il Papa e il Vaticano non hanno invitato il Dalai lama all’iniziativa “Sete di Pace. Fedi e culture in dialogo”, l’appuntamento di Assisi tra diverse religioni del mondo per una preghiera di fratellanza universale.

La conferma ad Asianews viene dal segretario del leader tibetano che in questi giorni si trova in Europa con prossime tappe, dopo il Belgio, Lituania, Svizzera e Francia.

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Giovanni Paolo II ad Assisi nel 1986 con i leader di tutte le religioni e (alla sua sinistra) il Dalai lama

Quando gli incontri di Assisi iniziarono nel 1986, esattamente  30 anni fa, il Dalai lama era al fianco di Giovanni Paolo II, il papa polacco che – ricorda AsiaNews – intendeva raccogliere “i leader di tutte le religioni insieme per pregare – ognuno nel suo ambito – ed elevare insieme una invocazione per la pace nel mondo”. Quest’anno papa Francesco ripeterà l’iniziativa del papa polacco con una riedizione degli incontri nella città del santo previsti il 20 settembre alla presenza di oltre 400 esponenti religiosi. Ma tra loro non ci saranno a quanto pare – riferisce il sito cattolico – nemmeno i rappresentanti dell’induismo, religione seguita da un miliardo di persone. Nell’elenco diffuso dalla Santa Sede risultano invece – con l’eccezione di una relativamente rappresentativa scuola buddhista giapponese – solo fedi monoteiste: “il patriarca ecumenico ortodosso Bartolomeo I; l’arcivescovo anglicano di Canterbury Justin Welby; un rappresentante del mondo islamico (non specificato) e uno dell’ebraismo (anche questo non specificato). Previsto infine un colloquio con Efrem II, patriarca siro-ortodosso di Antiochia”

Avevo avuto occasione già in passato di sottolineare la linea cauta di Papa Francesco nei confronti del Dalai lama e in generale delle confessioni dell’Asia presenti invece con varie rappresentanze di scuole e tradizioni nel primo incontro ecumenico di 30 anni fa. Dopo il rifiuto nel dicembre 2014 di ricevere in Vaticano il leader tibetano durante un vertice di Premi Nobel a Roma, diversi media – compreso questo blog – sostennero che il pontefice degli emarginati e perseguitati della Terra aveva forse preferito non creare atriti con le autorità cinesi, che sono particolarmente sensibili e suscettibili quando qualche capo di Stato o personalità riceve il Dalai lama, considerato da Pechino un nemico insidioso che punta a dividere il Tibet dalla “madrepatria” cinese. Il Papa smentì ufficialmente con queste testuali parole: “Alcuni giornali hanno detto che non ho incontrato (il Dalai) per paura della Cina. Questo non è vero. Ha chiesto un’udienza un po’ di tempo fa ed è stata fissata una data. Ma non per il momento. Siamo in contatto”.

Nonostante la smentita – è passato un anno e mezzo senza ancora date fissate – il mancato invito di Assisi sembra legittimare i dubbi di allora, basati su alcuni fatti importanti, necessari da conoscere per chi vuole capire la natura della contesa.   

Cattolici in preghiera in un villaggio dello Shanxi cinese. Foto Sohu, Yahoo

Cattolici in preghiera in un villaggio dello Shanxi cinese. Foto Sohu, Yahoo

Lo Stato del Vaticano e il suo capo non hanno nessuna relazione formale con la Cina, anzi, i segnali sono sempre stati ostili. Ma centinaia di migliaia, forse milioni, di cattolici vivono nel grande Paese asiatico senza poter dichiarare la loro devozione a Santa Romana chiesa. Se vogliono pregare, devono farlo nei luoghi di culto diretti da vescovi e arcivescovi di nomina della Chinese Patriotic Catholic Association. Lo stesso succede ai buddhisti e a tutte le altre religioni approvate dal Politburo e controllate attraverso le relative associazioni. Chiunque viene scoperto a propagandare o praticare altre fedi senza passare per le apposite organizzazioni di partito, rischia sanzioni e carcere, come è successo con gli arresti di massa della Falun Gong, e con le persecuzioni denunciate da sacerdoti e praticanti della tradizione cattolico romana. Senza contare i tibetani che rischiano lunghe pene se solo possiedono una foto del Dalai lama o partecipano a una protesta contro gli abusi dei cinesi negli altipiani occupati negli anni ’50.

Il Papa conosce bene questo scenario e teme – è una deduzione non una certezza –  che i suoi confratelli cinesi possano soffrire le conseguenze di sue eventuali esternazioni o azioni sgradite al regime comunista. Qualcosa è cambiato dai tempi dei suoi predecessori dell’era moderna al Soglio di Pietro, come lo stesso Paolo VI, papi che hanno mostrato – pubblicamente e senza timori di natura politica – rispetto verso i percorsi spirituali degli altri popoli. Tanto che nel 1986 Giovanni Paolo II invito’ ad Assisi senza esclusione i rappresentanti di tutte le “fedi e culture in dialogo”, nella città della pace per eccellenza e nello spirito di San Francesco, del quale l’attuale pontefice porta il nome.

Alla stessa iniziativa quest’anno sono invece stati invitati soprattutto – se non esclusivamente – i credenti in un unico Dio creatore, ed è difficile dire che tipo di messaggio abbiano voluto lanciare il nuovo Papa e i suoi consiglieri Vaticani a tre decenni dalle coraggiose aperture di Wojtyla.

Bernardo Cervellera , direttore dell’agenzia ufficiale dell’Istituto pontificio per le missioni (il Pime, editore di AsiaNews), è anche capo dell’agenzia ufficiale della Santa Sede Fides. La sua decisione di pubblicare la notizia dopo aver chiesto conferma non alle fonti ufficiali vaticane ma agli uffici del Dalai lama (vedihttp://www.asianews.it/notizie-it/Il-Dalai-Lama-%E2%80%9Cnon-%C3%A8-stato-invitato%E2%80%9D-all%E2%80%99incontro-di-Assisi-38541.html ) dimostra che esiste negli ambienti dell’informazione cattolica un serio interesse a esaminare da vicino – e senza autocensure – i motivi di certe esclusioni volute dalla diplomazia internazionale della Santa Sede.

Non è certo solo un tema interessante per la stampa cattolica. Il fondatore di Repubblica Eugenio Scalfari, filosofo laico e pubblico estimatore del Pontefice, ha posto diverse domande a Papa Francesco sul tema delle aperture della chiesa, specialmente verso i non credenti e – quindi – in generale anche verso chi crede in altro. La risposta di Bergoglio fu senza equivoci: “... la figliolanza di Gesù – disse – come ce la presentata la fede cristiana, non è rivelata per marcare una separazione insormontabile tra Gesù e tutti gli altri: ma per dirci che, in Lui, tutti siamo chiamati a essere figli dell’unico Padre e fratelli tra di noi. La singolarità di Gesù è per la comunicazione, non per l’esclusione”. E ancora: “Lungi dall’irrigidirci – aggiunse – la sicurezza della fede ci mette in cammino, e rende possibile la testimonianza e il dialogo con tutti”.

A maggior ragione resta arduo capire il criterio di scelta dei partecipanti alla giornata di Assisi “Sete di Pace. Fedi e culture in dialogo”. Credere o non credere in Dio – era il senso di una delle risposte a Scalfari di Papa Francesco – non porta gli uni in paradiso e gli altri all’inferno. “La questione per chi non crede in Dio – scrisse testualmente – sta nell’obbedire alla propria coscienza. Il peccato, anche per chi non ha la fede, c’è quando si va contro la coscienza”.

Madre Teresa in India                             Madre Teresa di Calcutta in India

Se ne puo’ dedurre che, con il mancato invito al Dalai lama e ai rappresentanti dell’induismo, il leader del cattolicesimo ritenga di aver agito secondo coscienza. Varrebbe la pena di ricordare che – proprio grazie alla tolleranza degli indiani e alle aperture culturali della suora di Skopje – Madre Teresa ha potuto esercitare nelle strade di Calcutta, a ridosso del tempio di Kali, la sua missione di santità riconosciuta pochi giorni fa dallo stesso Pontefice con la canonizzazione ufficiale.

Con tutto il rispetto e la stima che merita, suona contraddittorio ritrovare invertiti nella realpolitik i principi esposti a parole dal Papa nell’intervista a Scalfari: se la singolarità di Gesù è “per la comunicazione”, la singolarità del Papa non puo’ essere “per l’esclusione”.

di Raimondo Bultrini, La Repubblica,10/09/2016

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