Lo scandalo Rio Tinto. Spie e arresti a Pechino

La versione australiana: «I nostri dipendenti sono stati arrestati per rappresaglia» dopo un affare andato male. La versione cinese: «Corruzione ai massimi livelli» e un «chiaro tentativo di influenzare il prezzo» dell’ acciaio acquisendo «segreti di Stato e ricattando funzionari e manager» di sedici grandi imprese. Scambio di accuse fra Pechino e Canberra. Uno dei più grossi scandali industriali degli ultimi anni è diventato un caso con dirette implicazioni diplomatiche. Il fermo, il 5 luglio scorso, senza alcun preavviso, di Stern Hu, rappresentante dell’ australiana Rio Tinto nella Repubblica popolare, e di altri tre dipendenti cinesi di uno dei più grandi gruppi minerari al mondo, ha scompaginato il mercato dell’ acciaio cinese – base fondamentale dell’ industria nazionale – coinvolgendo la politica ad alto livello. A Pechino sembra chiaro che l’ ordine di intervenire sia stato quanto meno approvato dai massimi dirigenti del Paese: l’ arresto di Stern Hu è stato infatti effettuato dall’ unità speciale di investigazione dell’ Ufficio della Sicurezza nazionale di Shanghai, direttamente collegato con chi detiene il potere a Pechino, l’ Ufficio politico del Comitato Centrale presieduto da Hu Jintao. Non è dunque un caso che il primo ministro australiano Kevin Rudd si sia sentito in obbligo di intervenire «avvisando» la Cina che «tutto il mondo avrebbe seguito lo svolgersi» delle indagini e della gestione di un processo dalle «sicure conseguenze in campo internazionale». A Melbourne, sede del gigante minerario Rio Tinto, il trasferimento in un luogo segreto dei quattro dirigenti ha suscitato timori e sospetti perché è avvenuto dopo la rottura delle trattative per la creazione di una joint-venture tra la compagnia e la cinese Chinalco. Durissima la reazione cinese. Il portavoce del ministero degli Esteri Qin Gang ha detto che il «chiasso» che si sta facendo in Australia sull’ arresto dei quattro costituisce una «interferenza nell’ indipendenza giudiziaria cinese». Secondo Qin Gan «le autorità competenti cinesi hanno agito in base alla legge, e la Cina è un Paese governato sulla base della legge». I giornali della Repubblica popolare, negli ultimi dieci giorni, hanno elargito inconsuete «rivelazioni» di anonimi dirigenti di acciaierie, pubblicando quotidianamente estratti di «prove» trovate sui computer della Rio Tinto. Un acciaio-gate dosato giorno per giorno: una novità per questo Paese. «La compagnia australiana – ha scritto in prima pagina il China Daily – ha corrotto le prime sedici acciaierie cinesi e tutti i membri dell’ Associazione dei produttori metallurgici (Cisa, unione dei 119 gruppi che controllano il 90% della produzione nazionale, ndr )». Il quotidiano governativo, citando una «gola profonda» non identificata, ha poi scritto che i quattro della Rio Tinto sono finiti dietro le sbarre per «aver rubato segreti di Stato, mettendo in pericolo la sicurezza e gli interessi economici della nazione, con l’ intenzione di manovrare a proprio favore i prezzi nelle negoziazioni minerarie». Ieri, vista la situazione e a scanso di equivoci, mentre il ministro degli Esteri di Canberra, Stephen Smith, incontrava (a Sharm-el-Sheik, in Egitto, durante la riunione dei Paesi non allineati) il viceministro degli Esteri cinese Hu Yufei, tutti gli analisti di Rio Tinto che non l’ avevano ancora fatto hanno lasciato la Repubblica popolare. Difficile capire cosa accadrà a breve: il blitz nel settore minerario (indagini e arresti sono tuttora in corso) ha senz’ altro una motivazione economica, dal momento che le negoziazioni sui prezzo legati alla produzione dell’ acciaio hanno una ricaduta diretta sulle merci destinate ai consumatori, dalle auto agli elettrodomestici. Ma un’ altra sembra essere di politica interna e viaggiare di palazzo (del potere) in palazzo secondo le consuetudini cinesi ben rappresentate dal gioco delle ombre. Insomma, il fatto che il premier Wen Jiabao, già «latitante» durante la rivolta nello Xinjiang, non sia (ancora) comparso in pubblico né abbia espresso un solo parere su tutta questa complicata questione potrebbe essere un segnale che gli equilibri, a Zhongnanhai, la cittadella dei potenti, stanno cambiando rapidamente. Paolo Salom

Fonte: Il Corriere della Sera, 17 luglio 2009

Articolo su Il Corriere della Sera

Condividi:

Stampa questo articolo Stampa questo articolo
Condizioni di utilizzo - Terms of use
Potete liberamente stampare e far circolare tutti gli articoli pubblicati su LAOGAI RESEARCH FOUNDATION, ma per favore citate la fonte.
Feel free to copy and share all article on LAOGAI RESEARCH FOUNDATION, but please quote the source.
Licenza Creative Commons
Quest'opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale 3.0 Internazionale.