“Libertà religiosa e fine delle persecuzioni in Cina”. E’ la risposta di John Tong

Un’intervista a tutto campo al successore del battagliero card. Zen. I passi e le prospettive dell’impegno della Chiesa nel territorio e verso la Chiesa sorella della Cina, in un rapporto di dare e ricevere. Apertura e dialogo con il governo cinese, ma ricordando i vescovi cinesi in prigione e chiedendo piena libertà religiosa. I ricordi dell’infanzia e della sua conversione. L’opera dell’Holy Spirit Study Centre.

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Mons. John Tong, 70 anni al prossimo luglio, è vescovo ordinario di Hong Kong. Succede al card. Joseph Zen, le cui dimissioni sono state accettate dal papa il 15 aprile scorso. P. Gianni Criveller, missionario del Pime, ad Hong Kong da 16 anni, è da tempo collaboratore di mons. Tong e gli ha chiesto questa intervista che presentiamo in modo integrale. In essa il prelato tratteggia i passi per la missione nel territorio e in Cina, i rapporti con il governo di Hong Kong e Pechino e le difficoltà sulla libertà religiosa. Il vescovo si presenta come un uomo del dialogo, ma con principi “non negoziabili” e invita la Cina a garantire piena libertà religiosa e i diritti umani alla popolazione. Egli afferma che proseguirà la difesa della libertà di educazione per le scuole cattoliche ad Hong Kong.

Eccellenza, nel suo servizio come vescovo di Hong Kong quali saranno i suoi obbiettivi e priorità?

Sono stato uno dei vicari generali dal ’92, per questo gli obbiettivi pastorali della diocesi mi sono piuttosto familiari. Lo scopo principale del mio servizio è incoraggiare tutti i cattolici ad attuare le priorità pastorali fissate dal sinodo diocesano del 2002. E la diocesi ha già scelto le priorità dal 1° luglio 2009 al 31 dicembre 2010: sarà l’anno delle vocazioni al sacerdozio. Abbiamo già fatto molti sforzi per attuare queste priorità e ottenuto anche discreti risultati. Ma occorre continuare e impegnarsi anche per il futuro.

Che cosa può fare la Chiesa di Hong Kong per l’evangelizzazione di Hong Kong, della Cina, dell’Asia e del mondo intero?

Sappiamo che tutti i battezzati devono essere missionari ed avere lo spirito di evangelizzazione secondo gli insegnamenti dati dal Signore. Quando parlo di evangelizzazione, mi vengono in mente due immagini simbolo: quella di un deposito per raccogliere l’acqua e il lavarsi le mani. A Hong Kong abbiamo molti depositi, così necessarie per sostenere le nostre vite. La funzione di un deposito è di ricevere e dare acqua, altrimenti l’acqua all’interno perde la sua freschezza. Allo stesso modo, se vogliamo che la nostra fede sia sempre viva e rinfrescante, dobbiamo nello stesso tempo ricevere da e dare agli altri. Anche per le relazioni con la Chiesa in Cina, io penso che noi stiamo non solo dando, ma anche ricevendo: e le due comunità ottengono beneficio l’una dall’altra. L’altra immagine è simile. Quando laviamo le mani, noi non diciamo che una mano lava e l’altra è lavata, ma piuttosto che entrambe le mani si lavano, traendo beneficio l’una dall’altra. Similmente, c’è solo un modo per essere un buon cristiano; e cioè essere un buon missionario. Essere cristiano e avere uno spirito evangelizzatore è come lavarsi le mani: non ci può essere l’una senza l’altra.

Noi domandiamo ai nostri cattolici uno sforzo sempre più grande nell’evangelizzazione. Ogni anno abbiamo un buon numero di nuovi battezzati. Alla veglia pasquale del 2008 vi erano circa 2800 neofiti, in maggioranza adulti. A quella di quest’anno abbiamo avuto 2730 nuovi battezzati. Inviamo anche missionari in altre nazioni in Asia e nel mondo: alcuni missionari laici sono in Cambogia; alcuni preti in Tanzania, Canada e altre nazioni. Anche se non abbiamo molti sacerdoti locali, nelle nostre comunità incoraggiamo sempre questo spirito missionario.

I missionari stranieri hanno ancora un ruolo ad Hong Kong?

Certamente. Hong Kong è una Chiesa giovane e la nostra fede ha ancora bisogno di essere influenzata in modo positivo da cattolici che vengono dall’estero, da nazioni che hanno una lunga tradizione cristiana e una fede profonda. Noi apprezziamo i missionari del Pime perché essi vengono da un’antica nazione cattolica. Essi ci hanno portato molti carismi e tesori, e una cultura che non è solo differente, ma anche un possibile modello positivo per noi. Lo stesso si può dire per altri missionari provenienti da altri Paesi. Personalmente sono molto interessato a conoscere nuovi aspetti da altre nazioni e culture. Abbiamo missionari da 30 differenti Paesi e cattolici da 50 diverse nazionalità. Hong Kong è una comunità internazionale. Considero questo una grande grazia perché la nostra fede e cultura può di continuo arricchirsi.

Com’è il rapporto con le altre confessioni cristiane e le altre religioni?

Dal 1970 sono stato presidente della Commissione ecumenica nella diocesi e ho acquisito una certa esperienza in questo campo. Ho fatto del mio meglio per promuovere buone relazioni con le altre comunità cristiane e ho molti amici fra i loro responsabili. Ed essi mi ricordano con amicizia. Con al altre religioni i nostri rapporti sono molto armoniosi. Cerchiamo di seguire la Nostra Aetate, del Concilio Vaticano II, sulle relazioni della Chiesa con le religioni non cristiane. Noi desideriamo approfondire l’amicizia coi membri delle altre religioni e siamo uniti nel servizio alla società. Allo stesso tempo, noi sosteniamo i nostri principi e non li abbandoniamo per nessuna cosa al mondo. Per noi Cristo rimane l’unico salvatore del mondo.

Quali sono i problemi più urgenti nella società di Hong Kong?

Hong Kong è una metropoli cosmopolita e uno dei centri mondiali della finanza. Per questo, la nostra società e la nostra gente sono influenzati in profondità dalla situazione globale. In questo momento dobbiamo far fronte allo tsunami economico e finanziario. Sono del tutto d’accordo con il Santo Padre che lo scorso Natale e all’inizio del nuovo anno ha parlato delle preoccupazioni vissute dalla gente a causa di questo tsunami economico. Ma egli ha pure detto che non dovremmo considerare questo solo come una crisi, ma anche come un opportunità. Se la guardiamo dal punto di vista etico, possiamo davvero cambiare la crisi in un’opportunità. Possiamo riscoprire valori come semplicità, fraternità e unità nella famiglia globale. Se ognuno vive una vita semplice, secondo ciò di cui ha bisogno, senza perseguire desideri materiali, si può riscoprire la bellezza della semplicità e liberarci dal nostro egoismo. Dato il progresso nelle comunicazioni, siamo un’unica famiglia globale, o un villaggio globale. Dovremmo davvero imparare come vivere insieme, perché siamo tutti fratelli e sorelle. A qualunque nazione o cultura apparteniamo, dovremmo aiutarci l’un l’altro e vivere in solidarietà. Dio ci offre risorse sufficienti per i nostri bisogni. Ciò che è urgente e necessario è la solidarietà e la giustizia.

Come può la Chiesa servire la società e i suoi bisogni?

Dobbiamo seguire, praticare e promuovere l’insegnamento di Benedetto XVI. Abbiamo bisogno di una visione giusta, di concezioni giuste e di fede. Che significa fede in Dio, in noi stessi e negli altri, senza mai stancarsi. Con simili concezioni e spirito, tutti i problemi della società si possono risolvere.

Com’è il suo rapporto con il governo di Hong Kong?

Non male. Non mi aspetto speciali trattamenti e non vedo pericoli nel cercare una relazioni armoniosa con il governo, per insieme servire meglio la società. Ma non faremo mai compromessi sui nostri principi e rimarremo legati alla dottrina cattolica. Dopo l’annuncio del mio insediamento come vescovo di Hong Kong, ho ricevuto alcuni messaggi di congratulazioni da rappresentanti del governo di Hong Kong: dal segretario per gli affari civili e da quello per l’educazione. Quest’ultimo, l’on. Michael Suen, mi ha mandato una lettera, anche se ci siamo incontrati solo una o due volte. Finora essi mi hanno mostrato buona volontà. Io apprezzo la loro amicizia, ma non dimentico di dire loro quali sono le linee ultime e i criteri della Chiesa su cui non posso transigere.

La diocesi ha citato in giudizio il governo per il problema dell’educazione[1]. Cosa farà lei?

La nostra posizione sull’educazione non cambia. Ho in mente di varare un gruppo ad hoc per seguire il caso giudiziario, mentre rimaniamo aperti al dialogo e al negoziato.

E la Chiesa di Hong Kong continuerà la sua funzione di Chiesa sorella/ponte verso la Cina?

Per descrivere l’idea che da 30 anni sottostà al mio lavoro verso la Cina, uso una parola: Smart. Esso è un acronimo e sta per: Small (piccolo, perché sosteniamo piccoli progetti); measurable (misurabile, o verificabile, perché richiede un sistema di verifiche dei progetti); articulate (articolato, perché tutti gli elementi e gli stadi dei progetti devono essere espressi); results ( risultati, perché i progetti devono portare a quanto promesso); time (i porgetti si devono iniziare e completare in tempi ragionevoli). Continueremo a lavorare con questi criteri. In tal modo possiamo rendere ancora più efficace il nostro essere ponte. Non sono un uomo ambizioso. Se possiamo continuare il nostro lavoro, costruendo sulla fiducia che altre persone ci hanno dato, possiamo offrire contributi alla Chiesa in Cina e a quella universale. Sono stato educato nella filosofia e nella teologia scolastica. Contra factum non valet argumentum (contro i fatti non c’è argomento valido). Seguendo questa pista abbiamo dato molti contributi. E fino ad ora il nostro lavoro è stato apprezzato in molte parti del mondo, e nella Chiesa universale. Capiamo che il nostro contributo è ancora limitato, ma possiamo comunque aiutare la Chiesa in Cina in qualche modo. Ciò richiede una visione e una concezione giusta e necessita di sforzo e perseveranza. Questo è il modo in cui io penso e opero e so che i miei colleghi condividono questo punto di vista. Questi principi sono utili non solo per il nostro lavoro per la Chiesa in Cina, ma anche per la nostra vita spirituale.

La Chiesa di Hong Kong cosa può fare la per Chiesa sorella in Cina? Vi saranno ancora insegnanti di Hong Kong nei seminari della Cina?

Oggigiorno molti cattolici vanno in Cina come visitatori. Molti di loro possono esercitare una buona influenza per aggiornare le idee dei nostri fratelli e sorelle della Cina. La situazione attuale permette anche ad alcuni cattolici dalla Cina di venire ad Hong Kong. Mettiamo ogni sforzo per accoglierli. La diocesi ha varato un comitato apposito per riceverli. Essi visitano alcune chiese interessanti, partecipano alle attività ecclesiali, visitano alcune organizzazioni come la Commissione liturgica, il Centro di catechesi, le unità per la cura pastorale negli ospedali. Fino ad ora queste visite guidate sono state molto apprezzate. C’è pure uno scambio. Il nostro rapporto si muove in due direzioni: noi andiamo in Cina e i cattolici della Cina vengono da noi.

Alcuni dei nostri professori ricevono ancora il permesso di insegnare nei seminari in Cina, ma molto meno di una volta. Dall’altra parte, alcuni nostri sacerdoti e suore sono invitati a predicare ritiri, fare direzione spirituale e tenere incontri spirituali in Cina. Il numero è molto più alto che in passato. Penso che Dio sia sempre buono con noi Come dice un proverbio irlandese: Quando Dio chiude una porta, poi apre una finestra.

Quali priorità per la Chiesa in Cina?

Io seguo la Lettera che il papa ha indirizzato ai cattolici cinesi. Alcune priorità sono: promuovere la riconciliazione e l’unità fra le diverse comunità in Cina e la loro piena comunione con la Chiesa universale e il Santo Padre; importante è pure la formazione dei sacerdoti, suore, seminaristi e laici.

Pensa di poter giocare un ruolo al servizio della Chiesa in Cina?

In quanto cattolico e come vescovo di Hong Kong, certo che posso giocare un ruolo. Posso guidare la curia, il clero, i laici a camminare verso la giusta direzione. Sto giocando questo ruolo ormai da 30 anni e continuerò a farlo. Per questo continuerò a rimanere nel seminario (piuttosto che trasferirmi al Centro diocesano) ed è per questo che continuerò ad essere il direttore dell’Holy Spirit Study Centre. Tutto ciò è un po’ eccezionale, ma quando l’ho comunicato, nessuno è rimasto sorpreso perché tutti sanno quanto io abbia caro il nostro lavoro per la Chiesa in Cina.

Come si vede nel rapporto con la politica cinese? Quali sono i suoi contatti con il governo di Pechino e con il suo Ufficio delle relazioni (Liaison Office) ad Hong Kong?

Userò questa parola: è ok. La mia porta per i contatti è aperta e fino ad ora è lo stesso per loro verso di me. Perlomeno possiamo parlarci l’un l’altro. Come ho già detto nella mia dichiarazione e nella conferenza stampa del 16 aprile, ho i miei principi non negoziabili. Anzitutto desidero mostrare apertura e calore verso ognuno. Ma non posso nascondere o sacrificare i miei principi e le linee di fondo. Perciò seguirò la Lettera del papa. Egli ha indicato per noi la direzione da seguire e io farò così. Io sono membro della Commissione per la Chiesa in Cina, stabilita dalla Santa Sede. Negli incontri della Commissione, talvolta ho espresso le mie opinioni in modo aperto e ho notato che alcune di queste mie opinioni sono state ben accolte dalla Santa Sede. E ho già verificato le linee di fondo con la Santa Sede. Rimanendo fermo sui miei principi, posso mantenere il dialogo con il governo cinese.

Ha ricevuto gli auguri per la sua nomina?

Sì, ho ricevuto le congratulazioni da parte di rappresentanti del governo cinese. Il vice-direttore del Liaison Office di Hong Kong mi ha inviato una calda lettera di auguri. Il 16 aprile, dopo la mia conferenza stampa, la portavoce del Ministro degli esteri a Pechino, rispondendo alla domanda di un giornalista, ha parlato della mia nomina senza alcuna critica negativa. I media cinesi ufficiali hanno riportato la sua dichiarazione. La portavoce ha citato l’accordo con il governo britannico riguardo al principio “Una nazione, due sistemi”[2]. E ha detto di sperare che il nostro rapporto migliorerà ed ha incoraggiato il rapporto fra la Chiesa di Hong Kong e quella in Cina. Naturalmente lei ha pure ripetuto i vecchi ritornelli sul principio di non-interferenza, non subordinazione e mutuo rispetto. Ma almeno ha parlato di me in un modo abbastanza neutrale, non negativo. Ripeto: il mio rapporto con Pechino almeno fino ad ora è accettabile.

Se invitato, si recherà in Cina? E a quali condizioni?

L’anno scorso sono stato invitato ad assistere alla cerimonia d’apertura delle Olimpiadi. Nel caso io sia ancora invitato, seguirò gli stessi principi, quelli che ho definito in un mio articolo sull’Osservatore romano nell’agosto 2008. Anzitutto mi consulterò con il mio superiore. E poi se vado in Cina, vi andrò con molta discrezione perché in Cina vi sono ancora vescovi che sono in prigione e non voglio dimenticarli. Essi sono miei fratelli e perciò io mostrerò sempre cura e rispetto per loro. Mi ricordo una volta in cui ho accompagnato il card. John Baptist Wu (allora era mons. Wu[3]) durante la sua visita in Cina nel 1985. Abbiamo tentato di incontrare il vescovo di Shanghai, Ignatius Kung che era ancora in prigione. Lungo il viaggio, nei nostri dialoghi con i rappresentanti governativi abbiamo molto insistito di voler visitare il vescovo. Allora non sapevamo che egli era già stato fatto cardinale in pectore. Insomma, essi conoscono come la pensiamo. Noi non andiamo in Cina come turisti, o per essere invitati a banchetti. Non siamo interessati a queste cose. Noi siamo preoccupati per tutti i nostri fratelli e sorelle i cui diritti umani e la libertà religiosa sono limitati.

Quali passi dovrebbe fare Pechino per migliorare il suo rapporto con la Chiesa cattolica?

Fino a che le autorità non permetteranno libertà di religione e pieni diritti umani a tutti i nostri fratelli e sorelle della Chiesa, non ci potranno essere rapporti pieni fra le due parti. È nostro dovere fare del nostro meglio per illuminare il governo cinesi su questi temi. Questo è [anche] ciò che possiamo fare per aiutare la Chiesa cattolica in Cina. È bello vedere che la Santa Sede ha un dialogo informale con il governo cinese. Per lo meno la porta non è chiusa. Noi siamo guidati dallo spirito del Vaticano II: solo il dialogo e il negoziato può risolvere i conflitti. Lotta e animosità non aiuteranno mai. Questo è quanto ho imparato studiando teologia a Roma, proprio durante il Concilio Vaticano II. Lo spirito del Vaticano II è stato davvero illuminante per me.

Lei ha citato la Lettera del papa ai cattolici della Cina. Come sono attuate le direttive del papa? Cosa può fare la Santa Sede per sostenere la Chiesa in Cina?

Anzitutto dovremmo dare a tutti la possibilità di leggere quella Lettera. Il secondo passo è: aiutarli a comprenderla in modo giusto. Nessuno dovrebbe dare un’interpretazione parziale di essa; la Lettera deve essere accettata nella sua interezza. Se leggiamo in modo corretto la Lettera, impareremo come perdonare e come sacrificarci per il bene più grande della Chiesa. Per questo sono felice che nel prossimo futuro la Santa Sede potrà pubblicare un compendium che serva come guida e come commento. Questo compendium sarà un bene per i cattolici, soprattutto per quelli della Cina, per avere una corretta comprensione della Lettera.

Lei succede all’impavido e carismatico card. Zen. Si sente in continuità con la sua leadership? Dove ci saranno dei cambiamenti?

Alcuni hanno temuto che io avrei perso il mio sonno, succedendo nella responsabilità del card. Zen. Ma glielo assicuro, continuo a dormire le mie 6 ore di sonno ogni notte. Conosco i miei limiti. Ma ho fiducia in Dio, nell’insegnamento della Chiesa e nella sapienza diffusa della comunità cattolica. I miei predecessori hanno costruito eccellenti e stabili strutture per la diocesi. Noi leader dobbiamo raccogliere opinioni diverse prima di prendere un’importante decisione. Dobbiamo avere occhi aperti per vedere diverse situazioni e avere orecchie aperte per ascoltare le differenti opinioni. La diocesi ha un consiglio pastorale, un consiglio dei sacerdoti, e varie commissioni. Sebbene ancora giovane, la Chiesa di Hong Kong è ben stabilita e strutturata. Per 17 anni sono stato vicario generale per l’ufficio del vescovo e del seminario, dove tuttora insegno ancora alcune materie. Conosco i miei colleghi e cooperatori molto bene e mi fido di loro. Perciò posso dire: per ora tutto bene. Spero e prego che con l’aiuto degli altri potrò organizzare il mio lavoro. Per ora trovo ancora il tempo di giocare a basket. Fino a che me lo consente la mia età, continuerò a fare un po’ di esercizio fisico. Fino ad ora la mia giornata è più o meno la stessa di prima. Io apprezzo tantissimo il carisma eccezionale del card. Zen, penso però che la Chiesa non deve basarsi solo su una persona, per quanto bravo egli o ella possa essere. Noi siamo una comunità.

Ci dica qualcosa di lei. Lei è il primo vescovo di Hong Kong nato ad Hong Kong..

Sì, sono nato ad Hong Kong da una famiglia non cattolica[4]. Mio padre era del Guangdong, non so di preciso quale villaggio . Mia madre era nata a Macao. Da ragazza ha studiato alla Sacred Heart School delle suore canossiane, a Caine Road. Non era cattolica. Un giorno la scuola ha ricevuto la visita del delegato apostolico per la Cina, l’arcivescovo mons. Mario Zanin[5]. Le suore hanno mobilitato tutte le ragazze per dare il benvenuto a quell’ospite prestigioso nel modo più solenne e mia madre è stata scelta dalla preside, sr Mabel Anderson, di offrire dei fiori a mons. Zanin. Forse è stata scelta perché si vestiva sempre in modo elegante. Ci ha raccontato molte volte questo episodio, sentendosi sempre orgogliosa per questo privilegio. Da allora ha avuto sempre una grande stima per le suore, e in special modo per sr Anderson. Questa impressione buona verso la Chiesa le è rimasta, ma fino ad allora non è divenuta cristiana.

E poi?

Quando avevo due anni i giapponesi hanno invaso Hong Kong. La mia famiglia è emigrata prima a Macao e poi a Guangzhou. Io ero l’unico figlio maschio della famiglia. Mio padre aveva un fratello che aveva una figlia. Nella famiglia tradizionale, i maschi sono preferiti sulle femmine. Per questo, per proteggermi, i miei genitori mi hanno mandato a stare con la mia nonna in un villaggio della contea di Hua (Guangdong). In seguito Hua è divenuto parte della municipalità di Guangzhou. Mia nonna mi ha voluto molto bene e mi ha protetto in tutti i modi. Un giorno non c’era abbastanza da mangiare. Mia nonna si è fatta prestare un po’ di riso da qualcuno, in pratica una piccola ciotola. Mia nonna – che era una dittatrice – ha deciso che io, il maschio, avrei dovuto mangiare quel riso. Allora mi sono sentito molto orgoglioso, ma in seguito ho provato vergogna per quel privilegio. Esso mostra l’ingiustizia della superiorità dei maschi sulle femmine presente nella cultura tradizionale. Ma ricordo questo episodio con dolcezza, perché mia nonna mi voleva davvero bene. Quando, nel seminario a Macao ho saputo che lei era morta, ho pianto tanto.

Quando ha potuto riunirsi con i suoi genitori?

Solo quando la guerra è finita, il 15 agosto 1945 (Festa dell’Assunta), sono andato a Guangzhou. Ero stato con mia nonna per tre anni, da quando avevo 2 anni fino ai sei anni. Dopo il ricongiungimento coi miei genitori ho cominciato ad andare alla scuola elementare. Ma mio padre si è ammalato di tubercolosi e mia mamma ha dovuto lavorare come insegnante. Quei tempi sono stati davvero difficili. È stato in quel periodo che ho imparato la resistenza e la tolleranza.

Prima di cadere ammalato, mio padre lavorava in una ditta come economo. Il proprietario si fidava molto di lui. E a quel tempo i proprietari si preoccupavano dei loro impiegati. Quando mio papà si è ammalato ha dato a noi – gratis – un piccolo appartamento e ci passava ogni mese una piccola somma. I soldi però non erano sufficienti e per questo mia madre doveva andare a lavorare.

La sua famiglia era sempre non cattolica. Quando è entrato nella Chiesa cattolica?

Come ho detto, mia madre aveva manifestato buona disposizione verso la Chiesa. L’episodio con l’arcivescovo Zanin sembra essere stato provvidenziale. Dopo la guerra, in mezzo a tante difficoltà, lei si è ricordata di quel passato e di quanto la Chiesa aveva fatto per lei. Dovrei ringraziare Dio per la nostra dura vita a Guangzhou, che ha spinto mia madre a chiedere il battesimo. Dopo di lei siamo stati tutti battezzati a Guangzhou negli anni dopo la guerra. Vivevamo vicino alla chiesa, così lei ci ha sempre incoraggiato ad andarvi spesso . La cattedrale è a Ho Bak (al nord del fiume delle Perle); la nostra si trovava a Ho Nan (a sud del fiume), in un quartiere poco sviluppato. I missionari lì presenti erano americani dell’istituto Maryknoll che avevano comprato una casa e dato il via a una piccola missione.

La lotta fra comunisti e nazionalisti in quegli anni è stata devastante. Molti soldati feriti o fuggiti cercavano rifugio a Guangzhou. Ogni giorno ho visto persone alla ricerca di assistenza e posso testimoniare quanto i missionari stranieri hanno aiutato questi bisognosi. In special modo ricordo il mio parroco, p. Bernard Meyer, che davvero mostrava verso le persone lo stesso amore e compassione di Gesù. Proprio p. Meyer ha invitato mia madre a insegnare nella scuola. A quel tempo, una persona col diploma di scuola superiore era considerata molto istruita. E mia madre, pur non avendo specializzazioni, è diventata insegnante.

E la sua vocazione?

Il parroco mi ha fatto entrare nella scuola elementare cattolica di Guangzhou, dopo aver passato l’esame di ammissione. La scuola, la Ming Dak, era proprio vicina alla cattedrale. Mi hanno sempre dato una borsa di studio. Posso dire che sono una persona educata dalla Chiesa perché dalle elementari fino poi in seminario ho studiato gratis, sostenuto dalla Chiesa tutta la mia vita. Per la mia vocazione c’è stato bisogno di tempo per farla emergere chiara e stabile. Stando a Guangzhou ero molto commosso dall’esempio del mio parroco e così ho pensato di diventare prete. P. Meyer ha parlato con la mia famiglia riguardo al mio desiderio.

Quando si è insediato in Cina il regime comunista, abbiamo notato che le attività della Chiesa erano sotto pressione. Il parroco e altri preti mi hanno invitato ad andare a Macao, per facilitare la crescita della mia vocazione. È stato un po’ come la situazione ad Hong Kong prima del 1997[6]. I miei parenti, hanno pensato che valeva la pena seguire la Chiesa e sono stati d’accordo nel farmi lasciare la Cina. Nel febbraio 1951 sono arrivato a Macao e sono entrato nel seminario.

E il resto della famiglia?

Mia madre, mia sorella e mio fratello – entrambi minori di me di 7 e 10 anni – ad uno ad uno sono andati a Hong Kong. Avendo parenti ad Hong Kong, hanno ricevuto il permesso di emigrare. Quando nel ’51 sono entrato in seminario a Macao, i miei due fratelli erano ancora molto piccoli. Mio padre non è riuscito ad andare ad Hong Kong perché è morto in Cina nel 1952, all’età di 42 anni.

Dove ha ricevuto la sua educazione teologica?

Sono stato a Macao, al seminario di S. Giuseppe, per 6 anni e qualche mese, fino a concludere i miei studi liceali. Nel ’57 sono arrivato all’Holy Spirit Seminary di Hong Kong dove ho studiato filosofia e teologia. Nel ’64 sono andato a Roma, dove ho continuato i miei studi teologici alla Pontificia università Urbaniana, vivendo al Collegio Urbano. Sono stato ordinato prete da Paolo VI nel 1966, un mese dopo la cerimonia di chiusura del Concilio. Ho preso la licenza e il dottorato in teologia dogmatica.

Dove vivono i suoi familiari?

Mio fratello vive in Canada ed è quasi in pensione. È un istruttore di guida; mia cognata lavora per il governo. Hanno 3 figlie, una delle quali è già sposata. Invece mia sorella, suo marito e mia madre vivono qui ad Hong Kong. Tutti loro sono in pensione. Mia madre ha ormai 90 anni ed è ospite della casa per anziani delle Piccole sorelle dei poveri ad Aberdeen. È ben curata dalle suore, ma è quasi cieca, a causa di una maculopatia, e non può camminare e sta seduta sulla sedia a rotelle per lunghi periodi. La sua salute si va deteriorando e soffre anche di una leggera demenza senile. Talvolta è presente, qualche altra volta confusa. Ad ogni modo penso abbia capito che sono stato nominato vescovo di Hong Kong.

Quali sono stati i suoi precedenti impegni a servizio della diocesi?

Da quando sono tornato ad Hong Kong, ho sempre vissuto nel seminario, che è la mia unica residenza. Ho insegnato teologia e filosofia cinese. Negli anni ’70 sono stato decano agli studi. Nel 1979 sono stato invitato – fra altri – a dare inizio all’Holy Spirit Study Centre (Hssc). Ho chiesto allora mezzo anno sabbatico per prepararmi e per 6 mesi ho viaggiato negli Usa e in altre parti del mondo. Poi sono tornato ad Hong Kong e ho accettato il mio nuovo impegno. Non ero solo, ma collaboravo con altri. Ho sempre pensato che è molto importante lavorare con altri e trovare la giusta direzione insieme.

La fondazione dell’Hssc è un suo suggerimento?

No, è stata una decisione della diocesi. La Cina si stava aprendo e tutti capivano che Hong Kong doveva fare qualcosa per la Chiesa in Cina. Prima del ’79 sulla Chiesa avevamo pochissime notizie. Ma dopo l’apertura la gente ha cominciato a viaggiare di qua e di là portandoci notizie, richieste di aiuto. Era necessario fare qualcosa per rispondere a questi bisogni. Al consiglio dei sacerdoti ci siamo accordati per una struttura che mostrasse la nostra preoccupazione per la Chiesa in Cina. Io ho presieduto quella riunione, ma non sapevo che sarei stato scelto per l’incarico.

Quali sono secondo lei i motivi per cui mons. Wu l’ha scelta allora come direttore dell’Hssc?

Non lo so; non me lo ha mai ditto. Forse perché io ero cresciuto in Cina; avevo studiato filosofia cinese[7].In quegli anni ero stato invitato dalla rivista teologica Concilium a collaborare con loro e avevo preso parte ad alcuni incontri internazionali. Ogni tanto venivo invitato a fare conferenze fuori da Hong Kong. Nella diocesi ero decano di teologia, presidente del consiglio presbiterale e presidente della commissione ecumenica, quindi molto attivo. Qualche volta avevo anche scritto qualcosa per mons. Wu. Forse per tutte queste ragioni egli mi ha scelto, ma non posso dirlo con certezza. Mi ricordo che molta gente veniva dall’estero a parlare con lui e domandavano cosa faceva Hong Kong per la Cina. E lui molto compiaciuto mi presentava dicendo: P. Tong si sta occupando di tutte queste cose.

Questo incarico del vescovo le ha cambiato la vita…

Sì. È proprio così. Questa nomina mi ha portato a viaggiare e partecipare sempre più a incontri internazionali, divenendo noto a coloro che nel mondo si interessavano alla Cina. Molta gente ha iniziato a prendere contatto con noi prima di visitare la Cina. Perciò abbiamo imparato a esprimere le nostre idee e comunicarle.. e anche a verificare se ciò che pensavamo era giusto o sbagliato. Passo dopo passo abbiamo costruito la nostra conoscenza ed esperienza. È un grande dono per noi e viene dalla Provvidenza.

Vi è qualche momento importante nella vita dell’Hssc?

Ve ne sono stati molti, come la visita dell’allora Segretario di stato card. Agostino Casaroli, o quella dell’allora card. Ratzinger. Molti vescovi e personalità famose da tutto il mondo sono venute a trovarci. All’inizio eravamo un po’ ingenui e mancavamo di esperienza. Abbiamo avuto bisogno di un po’ di tempo per maturare.

Come descrive la sua personalità?

Penso di essere una persona abbastanza tranquilla. Seguo il detto cinese, che è detto anche in latino: In medio stat virtus (la virtù sta nel mezzo). Penso sia importante essere uomo di comunicazione e di dialogo. Una volta qualcuno mi ha regalato un dipinto originario della Russia, che io amo molto e che raffigura l’Annunciazione. L’angelo porta un messaggio a Maria e lei risponde “sì” a Dio e all’angelo. E dopo ha portato Gesù al mondo intero. Noi dobbiamo seguire le orme dell’angelo e di Maria, divenendo persone che comunicano. Parlando di comunicazione non intendo l’aspetto tecnico, ma la comunicazione umana. Dare e ricevere è molto importante. Credo di essere una persona semplice e comune. E se è possibile, vorrei fare qualcosa di buono per gli altri, come dice il salmo 23, 6: “Felicità e grazie mi saranno compagne per tutti i giorni della mia vita”.

[2] Il principio “Una nazione, due sistemi” è stata la condizione con cui il territorio è ritornato alla madrepatria nel 1997. Esso garantisce ad Hong Kong larga autonomia nello stile di vita e nell’economia.

[3] Mons. Wu è stato vescovo di Hong Kong dal 1975 al 2002. A lui è succeduto Joseph Zen.

[4] Mons. Tong è nato al n.8 di Staunton Street a Mid-Level. La sua casa natale è stata ricostruita e ora ospita il popolare ristorante Pepperoni’s.

[5] Era l’aprile del 1934.

[6] Prima del ritorno di Hong Kong alla Cina (1°luglio 1997) decine di migliaia di abitanti di Hong Kong hanno abbandonato il territorio cercando rifugio e emigrando all’estero per timore dei cambiamenti politici.

[7] Mons. Tong ha preso il master in filosofia alla Chinese University di Hong Kong negli anni ’70.

fonte: AsiaNews, 30 aprile 2009

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