L’Hotel Flora sarà a gestione cinese. Un pezzo di storia di Prato che sparisce.

PRATO.Sarà per quel che rappresenta: un pezzo di storia di Prato; sarà che per decenni è stata la casa della cultura cittadina e il luogo degli incontri politici; sarà di sicuro per tutto questo che pensare l’Hotel Flora a gestione cinese pare proprio strano.

La hall dell’hotel Flora con il cartello affisso all’ingresso

Eppure è così. L’albergo nato e cresciuto in via Cairoli, inaugurato il 4 aprile 1954, mandato in ferie nel 2016 dall’ultimo “patron” Rodolfo Tomada — cinque generazione di albergatori in famiglia, attività proseguita dai figli — riaprirà il 20 aprile (come annuncia il cartello affisso all’ingresso) ma dagli stessi gestori dell’hotel Datini. Storie molto simili: la gestione dell’albergo di viale Marconi è passata di mano nel 2013 e il testimone è stato ceduto dai Tomada a una cordata di imprenditori cinesi, riuniti nella A. M. Hotels srl di Chen Xia e della moglie Jiang Xiping.

E se si può dire che tra un paio di giorni per l’Hotel Flora comincerà proprio un’altra storia, altrettanto si può affermare che l’albergo più famoso della città continua ad essere il simbolo della sua parabola. Tomada di conferme non ha voglia di darne, a parte una: «Si tratta solo di un affitto e la vicenda è più complessa di quel che sembra». Di sicuro si capirà meglio nei prossimi giorni, intanto l’albergo riapre così come i pratesi l’hanno sempre conosciuto — nessuna ristrutturazione, almeno per il momento — e si vedrà presto che tipo di accoglienza garantirà.

C’è qualcosa in più, però, dietro quest’ennesima attività ceduta a ricchi imprenditori cinesi. C’è la nuova frontiera degli investimenti di una comunità, presente ormai da oltre vent’anni sul territorio, formata da oltre 25. 000 individui, che diversifica e investe: dalle confezioni, alle aziende della filiera tessile fino agli alberghi e oltre. Perché è un fatto che una decina di titolari cinesi dei pronto moda, attivi nei Macrolotti industriali, siano pronti ad acquistare l’Hotel Palace, un altro dei gloriosi alberghi cittadini, il cuifallimento è stato decretato dal tribunale di Prato su istanza Consiag (per un credito pregresso), nel giugno di tre anni fa (2014): due aste andate deserte, un’altra fissata in giugno, un’offerta a nove zeri, già presentata ma non ancora accettata. La strada, anche per l’Hotel Palace, uno dei pochi quattro stelle di Prato, salvo infortuni dell’ultima ora, sembra tracciata.

Datini, Flora, ora il Palace. E la macchina gestionale alla fine pare funzioni bene: le strutture ricettive a trazione cinese marciano con i gruppi di turisti. Pernottamenti “mordi e fuggi”, gruppi che magari utilizzano Prato come base dalla quale partire per visite lampo a Firenze e dintorni, ma garantiti e durante tutto l’arco dell’anno. Una manna. E l’elenco continua, perché la penetrazione delle ricca comunità del dragone nel settore alberghiero-ricettivo è ancora lunga: dallo Charme Hotel di via delle Badie fino all’Hermitage sulla collina di Bonistallo a Poggio a Caiano passando per il Mirò Art Hotel di Calenzano, che fa parte della stessa catena dell’Art Hotel Museo che si trova alle spalle del Museo Pecci e dell’Art Hotel Milano in via Tiziano, alberghi ancora saldamente in mano italiana.

E siccome il settore “ospitalità” è vario e remunerativo, chi ben conosce la propensione all’investimento degli imprenditori cinesi “made in Prato” sa che non solo di alberghi si parla. Di strutture ricettive low cost, affittacamere soprattutto, ne stanno nascendo in via Toscana, in via Paronese e in via Cava. Operazioni a basso costo, alti ricavi e di moda nell’epoca di Airbnb, per approntare le quali basta una partita Iva o poco di più.

Il Tirreno ediz. Prato, 18 aprile 2017

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