Le esecuzioni capitali in Cina

Oggi migliaia di persone, accusate spesso nel corso di processi sommari, sono condannate a morte in Cina mediante la fucilazione, eseguita di frequente  davanti ad un pubblico appositamente convocato che include studenti universitari, scolaresche delle scuole medie e parenti dei condannati, cui inoltre spetta l’onere di pagare il costo delle pallottole usate contro i loro congiunti.

Continua dai tempi di Mao Zedong l’uso di trasportare i condannati al luogo dell’esecuzione su autocarri scoperti. Tutti quelli che assistono debbono meditare sulle tragiche conseguenze cui conduce trasgredire la legge, giusta o ingiusta che sia.

Amnesty International e altre organizzazioni umanitarie internazionali segnalano da tempo questa orribile pratica. Nel Rapporto 2008 Amnesty International denuncia le migliaia di esecuzioni e l’aumento di iniezioni letali per uccidere i prigionieri e facilitare l’espianto di organi freschi, nonché gli alti profitti derivanti dalla loro vendita, ma i dettagli delle esecuzioni delle migliaia di persone uccise ogni anno in Cina sono un segreto di stato.

immagine donna uccisa cina foto giovane cinese condannata a morte

Il numero delle esecuzioni capitali è ancora considerato segreto di stato in Cina. Durante un’intervista all’Agenzia Reuters nel febbraio 2006, Liu Renwen dell’Accademia Cinese delle Scienze Sociali conferma che il numero delle uccisioni annuali è tra 8.000 e 10.000. Il sistema giudiziario cinese è approssimativo e corrotto, privo delle minime garanzie legali per gli accusati; a prova di ciò, nella stessa comunicazione della Reuters,  si descrivono due casi: quello di un macellaio accusato e ucciso per avere assassinato una cameriera, successivamente ritrovata viva e vegeta, e la vicenda di un marito incarcerato 11 anni per l’assassinio della propria moglie, rintracciata in seguito viva e sposata a un altro uomo. Un rapporto dell’organizzazione internazionale Human Rights in China denuncia il  caso del diciottenne Hugejileitu, ucciso nel 1996. La sua famiglia, venuta a conoscenza della  testimonianza di un altro detenuto, aveva accusato la polizia di aver torturato il giovane. Nel 2005, quasi dieci anni dopo la sua morte, l’agenzia di stampa Xinhua informa che il vero assassino aveva nel frattempo confessato di essere l’autore dell’omicidio per cui Hugejileitu era stato accusato.

cinesi condannati pena capitale. foto foto di un condannato a morte in Cina

Ricordiamo che Manfred Nowak, l’inviato delle Nazioni Unite che ispezionò nel dicembre 2005 alcune prigioni, denunciò l’uso continuo della tortura e chiese al governo di Pechino di abolire le esecuzioni capitali per i colpevoli di crimini non violenti o di natura economica. In un altro suo  rapporto del 10 marzo 2006, ha denunciato anche le confessioni estorte con la tortura. Oggi, nel 2010, il Chinese Human Rights Defender accusa: “Pechino fa leggi di facciata contro le violenze in carcere, ma queste continuano. Anzi stanno peggiorando.

Non soltanto le organizzazioni umanitarie e la stampa internazionale hanno sempre denunciato le esecuzioni capitali in Cina. Il 31 luglio 2010 è stato presentato a Roma il “Rapporto 2010 sulla pena di morte nel mondo” di Nessuno tocchi Caino; il Parlamento Europeo, nel febbraio del 2007, ha chiesto un’immediata moratoria sulla pena di morte e ha dichiarato che, su un totale di 5.420 esecuzioni (dati ufficiali), almeno 5.000 sono state realizzate in Cina, e cioè circa il 91% del totale mondiale di esecuzioni capitali. Anche il Parlamento Italiano durante la seduta del 12 dicembre 2006 ha condannato la mancanza dei principi fondamentali nel sistema giudiziario cinese e l’aumento del numero delle pene capitali in Cina.

Inoltre un membro dell’Assemblea del Popolo, il prof. Chen Zhonglin, ha dichiarato nel marzo 2004 che il numero di esecuzioni capitali in Cina è di circa 10.000 all’anno.  In un comunicato del 9 febbraio 2005, Amnesty International ha affermato che si sta verificando un grande aumento delle esecuzioni capitali in Cina e la pratica del “colpisci duro”, che tende ad aumentare il numero delle esecuzioni durante i periodi delle festività, continua ininterrotta. L’organizzazione umanitaria ha dichiarato che almeno 200 esecuzioni sono state effettuate nelle due settimane precedenti l’inizio dell’anno lunare, il 9 febbraio 2005, e che almeno 650 altre uccisioni sono state riportate dalla stampa locale tra il dicembre 2004 e il gennaio 2005.

Perché si viene uccisi in Cina oggi? Nel 1989 i reati puniti con la pena di morte, previsti dal codice penale, erano venti, ora sono sessantotto. Tra questi ultimi: frode fiscale, contrabbando, traffico d’arte, violazione di quarantena se ammalati, reati per danni economici, apparte¬nenza anche indiretta ad “organizzazioni illegali”, ecc.  L’allargamento dell’area dei delitti repressi con la punizione capitale non promette nulla di buono, considerando anche la superficialità dei tribunali, che celebrano processi privi di garanzie legali per gli accusati.

Ricordiamo il caso dell’uiguro Ismail Semed, ucciso il 9 febbraio 2007 dopo la condanna pronunciata dal Tribunale del Popolo della città di Urumqi, nella provincia dello  Xiniang.  L’accusa era quella di secessione, di ”voler dividere la patria”. Nello Xiniang,  infatti, vive una minoranza di circa 40 milioni di persone di religione musulmana, continuamente perseguitata dal regime.  La moglie di Ismail racconta, in un comunicato di Voice Free Asia che il marito, durante un breve incontro di pochi minuti  prima di essere ucciso, le ha rivelato che la sua confessione era stata ottenuta con la forza e le raccomandava “di pensare ai figli e di educarli bene”.   Lo stesso destino hanno sofferto Wang Zhedong, condannato a morte dal Tribunale di Yingkou per frode nel marzo del 2007, e Zhao Yanbing, operaio edile, condannato a morte dal Tribunale Popolare di Linfen nella provincia di Shanxi nel luglio del 2007. Ugualmente il Tribunale n. 1 di Pechino ha condannato a morte  nel luglio del 2007  Zheng Xiaoyu,  capo dell’agenzia cinese che si occupa della regolamentazione dei prodotti alimentari e farmaceutici. Nell’accusa di corruzione, a lui rivolta, per avere accettato denaro in cambio dell’approvazione di medicinali contraffatti, con il rischio di danneggiare l’immagine della Cina e provocare ripercussioni economiche negative per la finanza cinese, non si accennava affatto alla salute dei pazienti. La stampa internazionale si è occupata di questo caso.  Un articolo del Washington Post  ricorda che “mentre Mao considerava il denaro un nemico della rivoluzione, ora il denaro è la base della nuova ideologia”. Allo stesso modo, nel giugno 2010, il tribunale intermedio del Popolo di Lhasa ha condannato Sonam Tsering a causa delle rivolte in Tibet di due anni prima.

Nel 2010 la Corte Suprema del popolo cinese ha diramato le linee guida sull’utilizzo della pena di morte, sottolineando come la pena di morte dovrebbe essere inflitta solo a coloro che hanno commesso crimini “estremamente gravi”.
Di queste persone  è giunta almeno notizia, ma degli innumerevoli altri?
In seguito all’aumentata pressione internazionale, il regime cinese ha approvato  nel 2006 una legge secondo la quale dal gennaio 2007 tutte le esecuzioni capitali devono essere riviste e convalidate dalla Corte Suprema del Popolo perché ne sia assicurata la validità.  Come descrive il recente rapporto di Human Rights in Cina, le nuove riforme e leggi introdotte dal regime comunista dall’ottobre 2006 al marzo 2007 prevedono la revisione di tutte le pene capitali da parte della Corte Suprema, il rifiuto di confessioni ottenute mediante la tortura e l’originale disposizione che i giudici della stessa Corte Suprema  debbano, per principio,  interrogare l’accusato. Quante corti supreme occorrerebbero in un paese con 1.300.000.000 abitanti?
Il nuovo principio adottato dal partito sarebbe di “uccidere meno ed uccidere con attenzione”.  Tuttavia, come giustamente denuncia il rapporto, quale valore possono avere tali  misure in un sistema dove l’attività di tutti i tribunali è diretta dal comitato legale-politico del partito comunista, da cui i giudici dipendono per la carriera, i salari e gli altri benefici; dove esiste il segreto di stato sulle procedure legali, sul numero delle esecuzioni, sulle prove e le motivazioni che hanno portato alla pena capitale; dove si usa la tortura per ottenere le confessioni; dove non esiste la minima garanzia di un processo equo e di  presunzione di innocenza almeno fino a quando si è riconosciuti colpevoli; dove spesso gli avvocati della difesa sono intimiditi, picchiati, arrestati; dove l’ avvocato difensore non può interrogare i testimoni ? La risposta a questo interrogativo è intuitiva.

Nel settembre 2010 la Cina ha adottato una nuova misura per limitare il numero delle condanne a morte e prevenire quelle errate. Dopo che, nel 2007, la Corte Suprema del Popolo si è ripresa il potere esclusivo di riesaminare le condanne capitali, questa interpretazione è un ulteriore passo verso la diminuzione delle condanne a morte.

La Riforma della legge sulla pena capitale, avverrà in realtà… Spesso vi sono delle vere e proprie campagne di immagine che promettono riforme, ma che non accadono mai…

Nonostante tutto ciò, anche nel 2010, la Cina si aggiudica il primato di Paese con il maggior numero di condannati a morte.

Per un aggiornameto sulla situazione attuale in Cina leggi l’articolo Il silenzio sulle libertà fondamentali in Cina

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Laogai Research Foundation Italia ONLUS, 15/10/2009