Lavoro minorile per costruire i prodotti Apple e Microsoft?

Le due grandi rivali dell’informatica, Apple e Microsoft, si ritrovano per una volta insieme, anche se sul banco degli imputati. Entrambe, infatti, debbono difendersi dalle accuse di sfruttamento del lavoro minorile. La ONG americana National Labour Committee, specializzata nella difesa dei diritti basilari dei lavoratori, ha infatti pubblicato un rapporto in base al quale numerosi minorenni sarebbero sfruttati da una delle imprese cinesi da cui si rifornisce la multinazionale fondata da Bill Gates (ma non solo: fra i clienti della ditta figurano anche Acer, Samsung  e HP). Nella fabbrica sotto accusa, la KYE  del Guangdong, verrebbero reclutate studentesse fra i 16 e i 17 anni che rimarrebbero alla catena di montaggio 15 ore al giorno per una paga misera. Le ragazze, oltre a subire angherie di ogni tipo ed essere persino vittime di molestie sessuali da parte dei guardiani dello stabilimento, alloggerebbero in stanze-dormitorio con decine di posti letto e riceverebbero razioni alimentari da fame.

Il rapporto sulla KYE arriva a pochi giorni dalla conclusione di un’indagine interna della Apple, i cui ispettori hanno scoperto che nelle fabbriche cinesi da cui la multinazionale di Cupertino si rifornisce erano impiegati ragazzini di quindici anni in condizioni di grave sfruttamento. L’indagine era scaturita dal suicidio di un impiegato della Foxconn, uno dei principali fornitori della componentistica per l’iPad nel luglio 2009. Purtroppo, non sembra che l’indagine abbia avuto gli effetti sperati, visto che la stessa ditta è stata teatro di altri tre suicidi, l’ultimo avvenuto il 6 aprile. Tutte le vittime avevano meno di 25 anni e una ne aveva appena compiuti diciotto; tutte sembrano essere state indotte al gesto dallo stress provocato dalle condizioni di lavoro.

Entrambe le fabbriche hanno sede nel Guangdong, la regione più industrializzata della Repubblica popolare, che accoglie milioni e milioni di lavoratori migranti dal resto del paese. Le condizioni di lavoro nelle fabbriche – dove spesso i lavoratori dormono sotto il macchinario cui sono addetti – sono durissime: orari pesanti, standard di sicurezza infimi, controlli continui sulle loro prestazioni. Gli standard in materia di sicurezza dei lavoratori e le condizioni generali pessime, e il personale viene selezionato soprattutto per la sua docilità: per questo, si tratta per lo più di giovanissime operaie provenienti dalla campagne.

Le imprese collegate a multinazionali occidentali sono sempre state quelle più all’avanguardia dal punto di vista della sicurezza interna e delle politiche di tutela dei lavoratori, proprio per il rischio di finire sotto i riflettori. Con la crisi, la necessità di contenere ulteriormente i costi e di aumentare i ritmi di produzione per non scontentare i ridotti e più esigenti clienti stranieri probabilmente ha indotto ad abbassare dappertutto gli standard. Questi sono i risultati.

Claudia Astarita

Fonte: Panorama, 15 aprile 2010

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