L’assalto alla muraglia cinese

È arrivato il momento di una guerra valutaria contro la Cina? Tutto induce a ritenere di sì. La logica politico-economica di un attacco frontale contro la politica di cambio cinese appare sempre più stringente. L’idea, ovviamente, è di quelle che provocano forte turbamento, ma credo che ormai non vi siano più alternative. Sono quattro gli interrogativi rispetto a uno scenario del genere. La Cina manipola la valuta? Se la risposta è sì, questa manipolazione ha importanza? Ragionevolmente, che cosa si può chiedere di fare a Pechino? E infine: gli altri paesi sono in grado di convincere le autorità cinesi a cambiare rotta senza troppi danni collaterali?
Il primo di questi quattro interrogativi è il più semplice. Se la decisione di investire metà del prodotto interno lordo di un paese in riserve valutarie non è manipolazione del tasso di cambio, che cosa lo è? Inoltre il governo cinese, sterilizzando gli effetti monetari, ha anche vanificato il meccanismo di aggiustamento in un regime di cambi a tasso fisso che fu spiegato dal grande filosofo scozzese David Hume nel 17° secolo. Passiamo alla seconda domanda: tutto questo è importante? Si potrebbe rispondere che si tratta di una politica protezionistica. Tenendo basso il tasso di cambio reale, la Cina sovvenziona la produzione dei propri beni da esportazione e dei propri beni sostitutivi delle importazioni. Dal momento che Pechino oggi è il maggior esportatore mondiale, il risultato è una distorsione significativa degli scambi globali. L’attivo cinese nel saldo con l’estero non è certo l’unica spiegazione del corrispondente passivo americano, ma è vero anche che le politiche cinesi in materia di tasso di cambio hanno trainato quelle di altri paesi, che i paesi ad alto reddito importatori di capitali non sono in grado di fare un uso produttivo delle eccedenze di risparmio delle economie emergenti e che il flusso netto di fondi dai paesi poveri a quelli ricchi complessivamente rappresenta un fenomeno perverso. Considerando inoltre le persistenti eccedenze di risparmio di Germania, Giappone e di una serie di altri paesi ad alto reddito, per tornare a una crescita stabile dell’economia mondiale è necessario che i malconci paesi ad alto reddito passino a un forte surplus nella bilancia delle partite correnti. La Cina è il paese emergente più dinamico e solvibile, e anche quello che registra l’attivo più considerevole nel saldo con l’estero. Potrebbe gestire questo rovesciamento del saldo con l’estero, al ritmo di 300 miliardi di dollari l’anno, con poco rischio. Questo ci porta al terzo interrogativo: ragionevolmente, che cosa si può chiedere di fare alla Cina? Un aggiustamento del tasso di cambio non è una condizione né necessaria né sufficiente per riequilibrare l’economia mondiale. Non è necessaria perché variazioni dei prezzi relativi si possono ottenere anche attraverso l’inflazione; e non è sufficiente perché richiederebbe comunque un incremento della spesa interna in rapporto alla produzione. Tra la gamma delle scelte possibili per le autorità cinesi c’è: fissare un tetto massimo per gli interventi, farla finita con le misure di sterilizzazione delle conseguenze monetarie e stabilire degli obbiettivi per la domanda interna reale, i consumi delle famiglie e la bilancia delle partite correnti. Contestualmente, la Cina dovrebbe pretendere iniziative complementari da parte di altri paesi, in particolare gli Stati Uniti. Quando si discute di questi argomenti, non si può non tener conto dei timori cinesi sulla possibilità che un apprezzamento del tasso di cambio possa non solo produrre un danno significativo all’industria dell’export, ma esporre il Celeste Impero al rischio di un “decennio perduto” sul modello dell’esperienza giapponese degli anni 90. La Cina naturalmente non vuole andare a cacciarsi nella stessa trappola. Ma le due situazioni sono molto diverse: le potenzialità di crescita rapida in Cina sono molto maggiori rispetto al Giappone di fine anni 80, perché il Pil pro capite giapponese (a parità di potere d’acquisto) all’epoca era già vicino a quello americano, mentre quello cinese attualmente ammonta a meno di un quinto; e la Cina, soprattutto, ha un enorme potenziale di crescita per quanto riguarda il tasso di consumi. E arriviamo all’ultimo interrogativo: come fare per convincere la Cina, con le buone o con le cattive, a cambiare politica? C’è ancora la speranza di arrivarci tramite il negoziato. Gli altri paesi del G-20 dovrebbero fare fronte comune per pretendere da Pechino questi cambiamenti. Ma se la via negoziale continuerà a segnare il passo, dovremo prendere in considerazione delle alternative. Una possibilità è l’introduzione di sovrattasse sulle importazioni. Fred Bergsten, del Peterson Institute di Washington, sul Financial Times di questa settimana ha chiesto interventi valutari compensativi; e Daniel Gros, del Centre for European Policy Studies di Bruxelles, consiglia una reciprocità per quanto concerne la bilancia dei movimenti di capitali: i paesi danneggiati potrebbero impedire ad altri paesi di acquistare i loro strumenti finanziari a meno che questi ultimi non garantiscano reciproco accesso ai loro mercati finanziari. Questa idea renderebbe più efficace anche il piano di Bergsten. Le proposte di intervenire sul mercato dei capitali sono molto più interessanti, a mio parere, di quelle che comportano misure a scapito degli scambi, come quelle proposte la settimana scorsa dalla Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti. Prima di tutto perché queste misure dovrebbero necessariamente assumere un carattere discriminatorio: non c’è nessun motivo per prendere di mira tutte le importazioni solo per far cambiare atteggiamento alla Cina. Ma una cosa del genere quasi sicuramente rappresenterebbe una violazione delle regole dell’Organizzazione mondiale del commercio. Una guerra commerciale sarebbe molto pericolosa. Invece, impedire alla Cina di acquistare titoli di debito di altri paesi fintanto che continuerà a mantenere in vigore rigidi controlli sui flussi di capitale in entrata è una misura diretta e proporzionata, e che soprattutto va nella direzione di un’apertura dei mercati. Qualcuno teme che se la Cina dovesse smettere di comprare buoni del Tesoro Usa l’esito potrebbe essere il collasso. Ma è un’eventualità alquanto improbabile, considerando l’enorme surplus finanziario del settore privato in tutto il mondo e il ruolo che ancora gioca il dollaro. Peraltro, se il dollaro ne uscisse indebolito sarebbe un bene, non un male. L’economia mondiale del dopo-crisi non può funzionare finché la sua economia più dinamica sarà anche quella che esporta più capitali. Inoltre, la Cina si è dotata di un cuscinetto di sicurezza largamente superiore alle sue necessità. Adottare una serie di misure che possano trasformare la Cina in un paese importatore andrebbe a vantaggio sia dei cinesi che del resto del mondo. È arrivato il momento di andare oltre la retorica. È urgente agire.

Fonte: Il Sole 24 ore, 6 ottobre 2010

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