L’altro volto della Cina: violazione dei diritti e pericolo per l’economia di mercato

Persecuzioni religiose e politiche riservate agli oppositori. Anche se un membro del partito comunista cinese ha di recente affermato che «il governo apprezza l’aiuto della Chiesa», la verità è che l’ateismo è ancora un requisito necessario per entrare a far parte del partito comunista e del governo e le religioni vengono tollerate se non interferiscono con i valori del comunismo.

La campagna di demolizione delle chiese, che smentisce in modo secco la nuova tolleranza del governo verso le religioni pubblicizzata da molti media internazionali, è però inedita da molti anni a questa parte e secondo Chen Yilu, capo del seminario teologico Nanjing Union, «è troppo dura: il partito comunista mina la stabilità sociale. Pechino dovrebbe intervenire per evitare un ulteriore peggioramento della situazione». Le religioni, in particolare il cattolicesimo, vengono tollerate fino a quando non interferiscono con il governo e si sottomettono al volere del partito comunista, che vorrebbe comandarle. Nel 2016 è peggiorata la persecuzione e l’incarcerazione da parte del partito comunista cinese di chiunque si opponga al governo, in qualunque ambito e per qualunque motivo. Pechino ha cominciato a uscire dai suoi confini per andare ad arrestare cittadini cinesi, in violazione del diritto internazionale, per dare l’idea che nessun critico del regime può essere al sicuro, neanche fuori dal paese. Di recente ha anche fatto il contrario, cacciando dalla Cina cittadini stranieri scomodi. Allo stesso modo non è stato rinnovato il visto alla corrispondente in Cina del magazine francese L’Obs, che il 31 dicembre ha dovuto lasciare il paese. La colpa della bravissima Ursula Gauthier è quella di aver scritto un articolo ricordando la repressione cinese degli uiguri nello Xinjiang, che si trova spesso alla base dell’aumento degli attentati terroristici nella provincia. Quando si tratta di arrestare degli oppositori, insomma, per il partito comunista non esistono più né nazionalità, né religione, né leggi, né confini. Del resto, nessuno nella comunità internazionale ha protestato.

Una tolleranza di comodo?

La Cina si prepara ad essere più tollerante con le religioni? È quanto annunciato due giorni fa dall’agenzia Reuters, secondo cui il segretario del partito comunista Xi Jinping, contrariato dalla mancanza di valori della società cinese e dall’ossessione dei cittadini per il denaro, vorrebbe essere «più tollerante» verso le religioni tradizionali, cioè confucianesimo, buddismo e taoismo. I giornali hanno subito ripreso la notizia parlando del nuovo corso di una Cina più aperta e libera ma c’è più di un motivo per restare dubbiosi. Di sicuro, il crescente materialismo causato dalla fede comunista (ricordiamo il motto «Arricchirsi è giusto» degli anni 80) ha peggiorato il fenomeno della corruzione che Xi vuole combattere. Negli ultimi cinque anni 660 mila ufficiali di Partito sono stati sanzionati per corruzione in Cina. Di questi, però, solo 24 mila sono stati condannati nonostante gli sforzi promessi ogni anno dai leader comunisti per sconfiggere la corruzione. Come Xi ha dichiarato quando è stato nominato nuovo segretario generale «la corruzione produrrà come unico risultato la fine del Partito e dello Stato». Essere «più tolleranti» verso buddismo, confucianesimo e taoismo potrebbe in realtà avere un doppio fine. Le ultime due religioni invitano a obbedire sempre e comunque all’autorità e sponsorizzarle sarebbe quindi un modo perché il partito comunista si mantenga più saldo al potere. Quanto al buddismo, l’attivista Hu Jia fa notare: «I buddisti accettano il loro destino e per la loro situazione danno la colpa alle loro azioni malvagie compiute nella vita precedente». Sarebbe dunque inutile protestare contro il partito per le ingiustizie, l’inquinamento, gli arresti arbitrari, i sequestri delle case, eccetera. Tra le religioni tradizionali, infine, non è contemplato il cattolicesimo che pure, fa notare ancora AsiaNews, è penetrato in Cina pochi secoli dopo il buddismo. Se l’obiettivo è diffondere la spiritualità, perché concedere libertà ad alcune religioni continuando a perseguitarne altre? Gli avvenimenti recenti lo dimostrano: dai primi di ottobre 2015 sono stati imprigionati padre Tian Dalong e un altro sacerdote della Chiesa sotterranea, quella cioè che non si vuole piegare all’Associazione patriottica, ente legato al Partito che offre un surrogato della Chiesa cattolica. La cosiddetta Chiesa ufficiale organizza messe, catechismo, ordinazioni episcopali come se fosse la Santa Sede e pretende di essere indipendente da Roma e dal Papa, considerato un capo di Stato straniero e ostile. Un mese dopo la polizia della provincia centrale dell’Henan ha arrestato anche il pastore protestante Zhang Shaojie, leader della chiesa della contea di Nanle, e più di 20 fra dipendenti della struttura e fedeli cristiani. Secondo ChinaAid, il pastore avrebbe «fatto arrabbiare» le autorità dopo aver difeso più volte i suoi fedeli contro gli abusi dei funzionari comunisti. Per arrestare Zhang, la polizia l’ha «invitato a un colloquio» e da allora il pastore è sparito. E non è tutto: nella provincia orientale di Zhejiang, dal 2014 il governo comunista ha demolito decine di chiese e abbattuto almeno 1700 croci; la libertà religiosa nel paese ha toccato il punto più basso degli ultimi decenni e il presidente Xi Jinping continua a insistere sulla necessità di “sinizzare le religioni”; il vescovo James Su Zhimin è ancora in carcere e nessuno sa se Cosmas Shi Enxiang è tuttora in prigione o è deceduto; il vescovo di Shanghai, Ma Daqin, è agli arresti domiciliari e non può esercitare il suo ministero episcopale; a dicembre un giovane sacerdote della Chiesa sotterranea, padre Pedro Yu Heping della diocesi di Ningxia, è stato ritrovato morto in circostanze misteriose. Per la polizia si tratta di «suicidio», ma non ci crede nessuno.

La palese violazione dei diritti umani fondamentali.

Gli aborti forzati sono teoricamente illegali in Cina, anche se di fatto spesso vengono praticati. A volte vengono sterilizzati anche gli uomini, come avvenuto a Li Defu. A rigor di legge, invece, le famiglie con più di un figlio dovrebbero pagare una multa ai governi locali, che devono usare quei soldi per migliorare i servizi pubblici a favore dei bambini. Ma secondo un’inchiesta condotta dall’avvocato Wu Youshui, i 16,5 miliardi di yuan (circa due miliardi di euro) raccolti nell’ultimo anno sono stati intascati da funzionari corrotti. Anche se il governo permette ad alcune coppie di avere un secondo figlio, in Cina i genitori devono comunque chiedere e ottenere il permesso di concepirlo dai quadri locali del partito comunista. Questo permesso non viene concesso a tutti, anche perché non tutte le famiglie hanno accettato le condizioni degli uffici di Pianificazione familiare. A molte donne, infatti, è stato proposto questo scambio: un permesso di nascita in cambio di una successiva sterilizzazione o adozione di una spirale intrauterina o, ancora, il pagamento di una multa. Si può comprendere come molte famiglie abbiano rifiutato lo scambio ma in almeno 14 regioni, senza permesso non si ottiene il certificato di nascita e senza certificato è impossibile trovare lavoro da adulti, visto che i datori lo richiedono, soprattutto ai migranti. Chi cerca di violare la legge e avere comunque un figlio può essere legalmente licenziato, secondo quanto previsto dalla legge in 16 province. Ma a scoraggiare molte persone sono anche le storie come quella di una donna single di 39 anni che ha fatto causa alle autorità del Guangdong. Gli ufficiali si sono rifiutati di riconoscere suo figlio perché non è sposata. L’unico modo per lei di vedersi riconosciuti i suoi diritti sono pagare 100 mila yuan, farsi sterilizzare e poi sposarsi. È facile capire dunque perché la nuova legge non stia portando al “baby boom” sperato. Afferma Yi Fuxian, esperto di politiche familiari cinesi all’Università del Wisconsin: «Se continuiamo a punire le famiglie che hanno molti figli e a premiare quelle che ne hanno pochi come ora, non saremo più in grado di incoraggiarle a fare figli in futuro. E quindi sarà molto difficile far salire il tasso di fertilità».

La Cina come economia di mercato: un pericolo per l’Italia e l’Unione Europea?

Premesso che le imprese cinesi in Italia rappresentano ormai un preoccupante 36%, chiediamoci come mai i cinesi continuano ad aprire aziende ed affari vari in Italia nonostante la forte tassazione e i legacci burocratici ai quali invece devono sottostare i commercianti italiani. Connivenze politiche? Più che plausibile. La Guardia di Finanza svolge un lavoro enorme e meritorio ogni qualvolta scopre irregolarità di ogni tipo: contabili, legali, sanitarie, ecc…Quindi la situazione italiana è già di per se un esempio emblematico del problema che la Cina potrebbe rappresentare per l’intera economia dell’ “Unione” Europea. Prendiamo in serio esame la situazione: più che un partner strategico la Cina è un partner economico pericoloso per i rischi che rappresenta e soprattutto porta in Europa. E’ questa la visione del Parlamento europeo, come evidenziato nello studio su “gli investimenti cinesi nell’Unione europea” realizzato dal servizio ricerca dello stesso Parlamento. Lo studio evidenza pro e contro della presenza di investitori cinesi in Europa. Se di buono c’è che la loro attività stimola l’occupazione (gli investimenti cinesi danno lavoro a 45mila europei in tutta l’Ue) e “aiuta l’accesso europeo in Cina”, per contro la forte presenza cinese nell’economia comunitaria la espone a “diversi” rischi, in primo luogo l’esposizione alla volatilità macro-economica cinese. Gli investimenti cinesi in Europa risentono dell’andamento economico cinese e delle politiche economiche cinesi, e in tale ottica al Parlamento europeo non sfugge il rischio legato a un possibile trasferimento dell’attività cinese dall’Ue alla Cina. Il rischio, in sostanza, è che i cinesi rilevino settori prodottivi e aziende europee per poi trasferirle in Cina, con i conseguenti aumento della disoccupazione e perdita economica dovuta alla mancata imposizione fiscale. Un caso emblematico per il servizio ricerca del Parlamento europeo è quello di Volvo. Il marchio automobilistico svedese acquisito da Ford nel 2010 è stato venduto dalla casa statunitense ai cinesi di Geely per 1,8 miliardi di dollari. L’operazione nell’immediato ha permesso di salvare 16mila posti di lavoro nell’Ue, ma poi Volvo ha visto la propria quota di mercato ridursi e i propri profitti diminuire per effetto della gestione cinese. Come mai? L’investitore cinese ha iniziato a dirottare la produzione a casa propria. Geely ha deciso di continuare a produrre e vendere Volvo in tutto il mondo ma allo stesso tempo ha aperto stabilimenti in Cina e creato una rete di concessionarie. Questo per motivi di costi, ovviamente. In Cina si possono applicare modelli di lavoro e previdenziali ben al di sotto degli standar europei. Un altro rischio legato alla presenza cinese in Europa non a caso è quella di un impatto negativo sui sistemi di welfare europei. I cinesi potrebbero scardinare i modelli dell’Ue imponendo condizioni peggiori. Ma non finisce qui. Da un punto di vista industriale l’Ue ha tutto da rimetterci. Gli europei che hanno investito in Cina hanno avuto problemi nella protezione delle tecnologie fondamentali da riproduzione o copia, e lo stesso problema può riproporsi laddove attività europee siano rilevate da investitori cinesi. Vista la crisi da cui si fa fatica a uscire per il Parlamento c’è il rischio di una competizione al ribasso tra gli stati membri dell’Ue pur di attrarre gli investimenti cinesi. Uno scenario da scongiurare, anche perchè se i paesi dell’Ue diventassero dipendenti dagli investimenti cinesi la Cina potrebbe minacciare di negarli e influenzare così le politiche dell’Unione europea. La Cina è membro dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (Wto), con lo status di “economia in fase di transizione”, dal 2001. Da tempo afferma che secondo i protocolli dell’organizzazione allo scattare dei 15 anni dall’ingresso, l’11 dicembre 2016, le dovrebbe essere garantito lo status di economia di mercato. Questo avrebbe un forte impatto sulle politiche anti-dumping che proteggono i mercati europei. Il dumping si ha quando un Paese vende all’estero prodotti a un prezzo più basso di quelli che pratica nel proprio mercato interno, cosa che, se provata, consente di imporre dei dazi alle importazioni. Nel caso della Cina però, che non è considerata un mercato libero, il prezzo viene calcolato in base a quello di Paesi terzi per evitare distorsioni, ma se verrà riconosciuta l’economia di mercato tutto questo cambierà.
“Le conseguenze del riconoscimento alla Cina dello status di economia di mercato sarebbero devastanti”, ha avvertito Guido Nelisse del sindacato europeo IndustriAll che ha spiegato che nel colosso asiatico la produzione di acciaio “è quadruplicata negli ultimi dieci anni e senza misure anti-dumping tra 20 anni non ci sarà più una produzione di acciaio europea”. “La loro sovrapproduzione – ha contiuato – è tale che da sola potrebbe rimpiazzare tutto il nostro mercato, e i loro prezzi sono calati del 50%, e il tutto grazie all’aiuto dell’economia socialista guidata dallo Stato”. “Alcuni dati dimostrano che l’eventuale concessione dello status comporterebbe un aumento dal 25 al 50 % dei prodotti cinesi, con una riduzione del Pil dell’1-2 % rispetto al sistema industriale europeo. Sono in pericolo 3 milioni di lavoratori europei”, ha messo in guardia l’eurodeputato del Ppe Salvatore Cicu secondo cui “l’Europa gioca una scommessa di serietà e dovrà agire in maniera cauta, mantenendo attenzione e trasparenza”, in quanto “è in gioco l’equilibrio mondiale”.

“L’Unione” Europea procede in ordine sparso?

Ma a quanto pare tra i Paesi dell’Ue le posizioni sono diverse, e questo non aiuterà a far fronte all’avanzata del colosso asiatico. “La Germania ad esempio è a favore della Cina”, ha affermato il Verde lussemburghese Claude Turmes che riferendosi alle importazioni di pannelli fotovoltaici, con l’Europa sempre più invasa da quelli cinesi che hanno un prezzo inferiore ha spiegato che “i macchinari che li producono sono tedeschi e le industrie tedesche stanno guadagnando una valanga i soldi grazie a Pechino”. E questo ammorbidirebbe di molto le posizioni di Berlino in materia. Ma se gli Stati membri si muovono ognuno secondo i propri interessi, più compatti sembrano essere gli eurodeputati che al dibattito, dai 5 Stelle, ai socialisti, ai Verdi e al Ppe, si sono mostrati compatti nel dire “No” allo status di economia di mercato per la Cina. “Sono contento di questa posizione trasversale”, ha concluso Borrelli, “su alcuni temi dobbiamo togliere le bandierine e fare squadra per portare a casa risultati per il nostro continente”.
Ma la Cina non rappresenta un pericolo solo di carattere economico, ma anche politico e religioso qualora prendesse il sopravvento come economia di mercato, perché potrebbe esportare i suoi metodi “repressivi” anche in Europa che, a quel punto, si troverebbe sotto schiaffo. E’ questo che rischiamo? E di certo la mancata compattezza europea non aiuta.

di Cinzia Palmacci, Notizie Geopolitiche, 12/02/2016

Condividi:

Stampa questo articolo Stampa questo articolo
Condizioni di utilizzo - Terms of use
Potete liberamente stampare e far circolare tutti gli articoli pubblicati su LAOGAI RESEARCH FOUNDATION, ma per favore citate la fonte.
Feel free to copy and share all article on LAOGAI RESEARCH FOUNDATION, but please quote the source.
Licenza Creative Commons
Quest'opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale 3.0 Internazionale.