La sete delle campagne cinesi è anche colpa del decollo economico

Le catastrofi naturali sembrano avere una sadica predilezione per la Cina. Alluvioni, terremoti e carestie si ripetono ciclicamente. E ora la siccità al nord, “la peggiore degli ultimi 50 anni” secondo il governo di Pechino.

Negli ultimi mesi, in almeno 8 province settentrionali e orientali le piogge sono diminuite anche tra il 70 e il 90 per cento. Sono a rischio quasi 10 milioni di ettari di grano cosiddetto ‘invernale’, quello cioè piantato in autunno e che dovrebbe essere pronto tra maggio e giugno. Si tratta del 43 per cento dell’intero raccolto cinese, da cui dipende la sopravvivenza di milioni di contadini, già danneggiati dalla crisi. Le autorità locali hanno proclamato lo stato di emergenza a “livello 2” mentre venerdì il ministero delle finanze ha sbloccato 86,7 miliardi di renminbi (circa 9 miliardi di euro) per le regioni colpite.

E’ notizia delle ultime ore che il governo di Pechino ha messo in campo l’esercito per far fronte alla piaga della siccità. Secondo la CNN, i militari avrebbero sparato dei razzi con sostanze chimiche contro le nuvole per innescare delle piogge sulle regioni più assetate. Ma il risultato è stato qualche scarsa pioggerella.

L’emergenza al nord, in realtà, è solo l’ultimo capitolo di una sfida antichissima tra i cinesi e l’acqua, sfida costellata di scelte ingegnose ma anche di tragici errori. Secondo la leggenda, ad inventare l’irrigazione fu Yu il Grande, che regnò in Cina 4.000 anni fa. Nel medioevo, poi, i cinesi furono capaci di costruire il Grande Canale da Pechino a Hangzhou, lungo 1.700 chilometri. Oggi in Cina si contano più di 20mila grandi dighe, la metà di quelle costruite in tutto il mondo. A dare impulso ai primi progetti fu Mao, diviso tra titanismo sfrenato e necessità di garantire acqua alla sua nazione, che dispone del 7 per cento delle riserve idriche del pianeta ma ha il 20 per cento della popolazione mondiale.

Tuttavia, nel nord oggi piagato dalla siccità il peccato originale fu proprio di Mao, che all’epoca del grande balzo in avanti (fine anni Cinquanta) sacrificò foreste, pascoli e campi coltivati senza badare alle conseguenze ambientali. Ad esempio Chifeng, nella sterminata regione della Mongolia interna, mille anni fa aveva il 96 per cento del territorio ricoperto di foreste. Oggi il deserto ha conquistato il 51 per cento dell’area. La sabbia, intanto, è arrivata minacciosa a soli 70 chilometri da Pechino. Fin dagli anni Ottanta il governo ha cercato di contrastare questa emergenza, facendo piantare milioni e milioni di alberi a volontari, galeotti e persino a chi era stato imprigionato per le rivolte di piazza Tienanmen. In anni più recenti la Cina ha chiesto aiuto persino al genio di Venanzio Vallerani, agronomo umbro ottuagenario che salva la terra dalla desertificazione piantando il 20 per cento di larici, un altro 20 per cento di mandorlo selvatico e il restante 60 per cento con arbusti. Nonostante gli sforzi, il 40 per cento del territorio cinese potrebbe presto essere arido.

La voragine ambientale nella quale la Cina è precipitata, però, si deve soprattutto al secondo balzo in avanti, quello segnato dalla conversione di Deng Xiao Ping al capitalismo. La Cina, negli ultimi 30 anni, è stata protagonista della crescita economica più straordinaria della storia dell’umanità e ha raggiunto obiettivi prodigiosi: oggi vanta il secondo Pil dopo quello americano, ha salvato milioni di persone dalla povertà, può esibire livelli di eccellenza in tanti settori industriali e tecnologici. Ma, come già accadde con Mao, ha completamente trascurato la tutela dell’ambiente. Nella gestione delle delicatissime risorse idriche, così, si è innescato un cortocircuito fatale. Mentre nelle grandi città si ammassavano sempre più persone, e sempre più “assetate”, veniva modificato il corso di fiumi interi per soddisfare la crescente richiesta d’acqua. Emblematico il caso di Pechino, che negli anni ha letteralmente succhiato acqua a tutte le province limitrofe. Oggi, soprattutto dopo lo sforzo delle Olimpiadi, molte campagne sono allo stremo.

Contemporaneamente il governo ha autorizzato un numero impressionante di dighe, alcune in aperto contrasto con le più elementari regole di buon senso. A cominciare dal progetto della famosa diga delle Tre Gole, sogno proibito di tutti i leader cinesi del Novecento, approvata nel 1992, anche se la Banca mondiale non diede il suo assenso per gli alti rischi ambientali. Il governo cinese andò avanti comunque e nel 2006 ha inaugurato la diga più grande del mondo, alta 185 metri, con un bacino di 660 km. Questa moderna Torre di Babele nel cuore della Cina è stata costruita per evitare le piene del fiume Azzurro e produrre energia idroelettrica. Ma gli effetti negativi sono stati decisamente superiori: più di un milione di sfollati, 116 città sommerse, frane e terremoti in continuazione. Persino il regime delle precipitazioni è stato modificato. Le piogge si stanno trasferendo sempre più a sud: a Shanghai, celebre per l’inverno mite e una brevissima stagione delle piogge in primavera, ormai piove tutto l’anno.

Il resto lo ha fatto l’inquinamento, campo nel quale la Cina ha superato persino gli Stati Uniti. Ogni anno il gigante asiatico perde circa il 10 per cento del Pil (quasi 200 miliardi di dollari) per danni ambientali. Ma non è solo una questione di soldi. L’aria delle metropoli è malata e la (poca) acqua disponibile è tossica. Ecco perché la maggior parte dei progetti ambientali in Cina riguarda la bonifica delle falde acquifere. Era ora.

fonte: www.loccidentale.it,  10 febbraio 2009

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