La roulette cinese

Lunga e tortuosa è la via cinese al benessere. L’economia del colosso non sempre riesce a decollare, perchè si deve tener conto degli errori del passato e, di conseguenza, le strategie attuali segnano spesso il passo. La sfida, comunque, è quella di recuperare terreno nei confronti del mondo più evoluto. Intanto il cambiamento di rotta è evidente e il ricorso a termini quali «cambiamento» e «trasformazione», evidenzia che si punta ad un’inversione radicale nel percorso di sviluppo.

E così nonostante la presentazione dei programmi della nuova strategia economico-politica abbia sedato molti timori, l’attenzione rimane puntata sulle prossime manovre; i mesi a venire saranno decisivi per capire se vi è stata una svolta, un ribaltamento o un cambiamento direzionale nei trend economici, politici e sociali del paese. La partita del secolo, per Pechino, si gioca in questo campo.

Intanto si devono fare i conti con il contenimento dell’inflazione, con gli incentivi alla domanda interna, con la lotta alla corruzione, con l’aumento della spesa pubblica: il tutto con una crescita record pari all’otto per cento del pil. Si tenta, quindi, di liberare le energie del Paese.

C’è però un fatto particolare, di ordine strategico; il cambiamento dello schema di sviluppo economico – rispecchiando le convinzioni e le ambizioni del governo – evidenzia che la rinascita si è compiuta, che il Drago si è svegliato ed è pronto ad assumere le redini dell’economia mondiale. C’è una dichiarazione in merito di Wen Jibao: “Il 2009 – ha spiegato – è stato l’anno più difficile dall’inizio del nuovo secolo, con l’economia che, subendo l’impatto della crisi, è comunque riuscita a mantenere una crescita”. L’anno in corso, quindi, si prospetta come un momento decisivo per completare l’undicesimo piano quinquennale e per predisporre delle buone fondamenta per il dodicesimo. Che dovrebbe portare ad un riequilibrio dei dislivelli economici.

E’ vero che si tratta di altisonanti previsioni, che però non debbono far dimenticare – come sottolineano numerosi analisti – che anche il colosso asiatico ha dei punti deboli. Infatti, trent’anni dopo l’avvio delle riforme di Deng Xiaoping (che hanno trasformato la Cina da un’economia rigidamente pianificata in un socialismo di mercato più ricettivo nei confronti delle imprese straniere), il sistema resta tuttora un mondo che, sotto molto aspetti, fa storia a parte esponente pur sempre di una magnifica diversità.

Un esempio di ciò è quello che si riferisce ai primi sei mesi del 2009, quando la Banca centrale concesse 1.100 miliardi di crediti, una straordinaria iniezione di liquidità volta ad accelerare produzione e consumi. Si è poi visto che la risposta positiva c’è stata. Ma subito è venuta in primo piano la domanda: fino a quando durerà una ripresa trainata soltanto dal denaro pubblico? Ci si è così chiesti: può un Paese dove il reddito pro capite (in media seimila dollari l’anno) è meno di un sesto di quello americano e meno di un quinto di quello europeo, assumere la leadership dell’economia?

Si è visto, sempre in questo contesto, che dal punto di vista borsistico, negli ultimi anni, contrattazioni e volumi sono cresciuti a un ritmo esponenziale. Così come il numero delle società quotate – con gli investitori pressoché raddoppiati, fino a superare i cento milioni – contemporaneamente al rafforzamento delle principali piazze sono, come annuncia il quotidiano Xi Min Evening: Shanghai e Shenzhen.

Attualmente, quindi, l’economia e la società cinese si trovano di fronte – come sostiene il The Observer economica – ad un’ampia gamma di questioni ancora irrisolte. Che sono quelle che possono essere così individuate: speculazioni e corruzione, in parte dovute al fragile contesto legale e istituzionale e che non accennano a diminuire; le alterne vicende del settore petrolifero, che in passato ha goduto di ampi sussidi da parte dello Stato e che, nonostante i diversi propositi, non è riuscito a reincanalare le risorse pubbliche a beneficio delle classi meno abbienti; l’istituzione di un sistema di tipo meritocratico, enfatizzata e più volte promessa non si è mai realizzata ed è stata poi annoverata solo tra gli altri obiettivi fondamentali della «riforma di governo».

Ed ora – come rilevano vari analisti liberi e anticonformisti – c’è sul tappeto la questione relativa al sistema burocratico intrappolato in una ragnatela di relazioni politiche che lasciano proliferare la cattiva amministrazione e impediscono qualsiasi ingerenza e iniezione di nuove risorse umane dall’esterno.

Altro problema sul tappeto è poi quello relativo al dilagare del fenomeno della «fuga dei cervelli». Per non parlare del fatto che si è in presenza di una questione preoccupante: maggiori sono gli anni di scolarizzazione e più elevata è la percentuale di disoccupati. In questo contesto risulta che le pastoie burocratiche, le lungaggini procedurali e la mancanza di motivazione da parte dei pubblici dipendenti sono ancora fenomeni ampiamente diffusi. E ancora: nessun passo in avanti è stato compiuto per accrescere la trasparenza e la responsabilità del governo; non è stato avviato alcun programma di sostegno alle piccole e medie imprese che continuano pertanto ad operare su un terreno incerto; il contesto infrastrutturale per le attivita imprenditoriali è ancora decisamente carente rispetto non solo a quello dei paesi sviluppati, ma anche a quanto offerto nelle economie emergenti. C’è così una grande mescolanza di interessi ed è una sorta di melting pot economico.

A questa ipertrofia affaristica non è però corrisposto – come fanno notare molti economisti, e non solo occidentali – un consolidamento del sistema dei controlli e della trasparenza. L’estrema volatilità (scrive il China news digest) lo dimostra. Nell’autunno 2007 il listino di Shanghai ha raggiunto il suo massimo storico, guadagnando qualcosa come il seicento per cento, per poi lasciare sul campo in pochi mesi il settanta per cento e quindi riguadagnare il novanta per cento nel giro di soli sette mesi. Stessa cosa nel 2009: alla battuta d’arresto di agosto, che ha ricacciato l’indice indietro di oltre venti punti percentuali, è seguita una graduale ripresa autunnale.

Oltre al piano finanziario c’è poi quello dell’economia reale. La Cina continua a essere una società segnata da profonde differenze di reddito tra la città e la campagna, tra est e ovest, tra fascia costiera e regioni interne. Le statistiche fornite dal Governo mostrano come il processo di modernizzazione, pur salvando dalla miseria quattrocento milioni di persone, abbia creato due Cine. Nel 2009, il reddito annuo pro capite dei residenti nelle città è stato pari a 17.175 yuan (circa 2.500 dollari) contro i 5.153 yuan (750 dollari) dei residenti nelle aree rurali e montagnose.

C’è dunque – come nota il Beijing Daily – una Cina ricca, composta da una classe media emergente, che lavora e ha una vita dignitosa (12.000 dollari l’anno il reddito pro capite), e da una classe di quei cittadini, molto più ricchi, che hanno saputo sfruttare l’onda della modernizzazione. C’è poi però la Cina povera, quella dei contadini e dei pastori che vivono nelle campagne e in montagna con meno di un dollaro al giorno. Il problema è che questa seconda Cina è quella più numerosa, due terzi della popolazione.

Da queste analisi che circolano a Pechino risulta un dato evidente: la crisi globale dimostra che le regole della finanza mondiale non possono essere riscritte senza tenere conto della Cina. Resta da capire dove voglia andare Pechino, verso quale tipo di sviluppo, e se ci voglia andare da sola, accogliendo l’ipotesi di un duopolio con gli Stati Uniti e di un dialogo più aperto con le ex potenze occidentali, o imboccando la strada della fuga solitaria. Il grande gioco continua. La roulette cinese potrebbe riservare nuove sorprese.

Giuseppe Zaccagni

Fonte: Finanza in Chiaro, 21 marzo 2010

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