La persecuzione religiosa in Tibet

Il Tibet e’ una regione dell’Asia centro orientale dalla storia millenaria. I tibetani erano un popolo nomade dedito alla pastorizia, ma già dall’anno 100 a.C. le varie tribù iniziarono la coltivazione di orzo e riso diventando così un popolo stanziale che si sarebbe riunificato  in uno stato unico fin dall’inizio del VII secolo. E’ in questo periodo che vengono gettate le basi della cultura tibetana. Fu inventata una nuova scrittura, mutuata da quella indiana ed il Tibet conobbe un periodo di grande civilizzazione e di grande potenza. Il buddismo fu introdotto dalla vicina India nell’ VIII secolo e si diffuse molto rapidamente fino ad assumere nel secolo XI un ruolo centrale nella vita sociale, politica e culturale del paese. Nel XIII secolo i Mongoli conquistarono un vasto  impero in questa regione ed il Tibet divenne uno stato vassallo nel 1207, ma non fu mai assoggettato all’impero mongolo. Cominciarono così periodiche invasioni di varie etnie mongole con interferenze nelle nomine dei Dalai Lama, ma comunque il Tibet rimase ancora indipendente fino al 1720, quando i cinesi, spaventati dall’invasione del popolo mongolo Dzungar, occuparono Lhasa e si instaurarono in Tibet. E’ da allora che i cinesi cominciano ad avere mire annessionistiche sulla regione tibetana ed a considerarsi, così, sovrani del Tibet, e questo protettorato durerà fino al 1911. Anche se nel 1914 gli inglesi, governatori dell’India, tentano di estendere al Tibet il loro protettorato costringendo il governo tibetano a sottoscrivere accordi commerciali, fino al 1949 il ” Paese delle nevi” gode dell’indipendenza. I tibetani stampano moneta e francobolli e si autogovernano sotto la guida politica e spirituale del Dalai Lama. Ma nel 1950 l’esercito della neonata Repubblica Popolare Cinese entra in Tibet occupandolo militarmente ed annettendolo definitivamente nel 1957. Il 10 marzo del 1959 il risentimento contro il governo cinese spinge il popolo tibetano alla rivolta contro l’occupazione, ma la sommossa viene soffocata nel sangue e la brutale repressione costringe il Dalai Lama alla fuga ed all’esilio con circa centomila fedeli. Centinaia di monasteri furono distrutti e ci furono centinaia di migliaia di morti. La regione fu assoggettata al regime comunista e conobbe, oltre che l’occupazione, gli stessi episodi bui della recente storia cinese, come la rivoluzione culturale del 1966. Un quinto della popolazione, un milione e duecentomila tibetani, sono morti durante l’occupazione cinese, migliaia di dissidenti e prigionieri per motivi religiosi sono stati costretti al lavoro forzato nei laogai. Il governo cinese ha avviato  una politica di insediamento, favorendo il trasferimento in Tibet di coloni cinesi e nello stesso tempo con campagne di sterilizzazioni delle donne in età fertile e con gli aborti forzati perché il potere cinese vuole che la popolazione cinese diventi maggioritaria. Anche la millenaria cultura tibetana sta sparendo perché e vietato l’insegnamento della storia del paese e del buddismo e non c’e’ nessuna libertà religiosa. La quasi totalità dei seimila monasteri sono stati distrutti e devastati ed in quelli ancora aperti ci sono solo falsi monaci esclusivamente per scopi turistici. Il pacifico Tibet e’ diventato una vastissima base militare che ospita missili a testata nucleare anche perché in Tibet ci sono numerose miniere di uranio dove lavorano quasi esclusivamente operai tibetani. La popolazione che vive vicino alle base nucleari e’ esposta all’inquinamento radioattivo come tutte  le coltivazioni e gli allevamenti che sono le uniche fonti di sostentamento dei contadini tibetani. Grandi sono le risorse minerarie che sono d’interesse per il governo comunista. La deforestazione forzata e l’inquinamento della regione stanno distruggendo irrimediabilmente le risorse naturali e il già fragile ecosistema. Benché uno dei motivi dell’occupazione del Tibet sia anche il controllo dei più grandi fiumi di questa parte dell’Asia – Bahmaputra, Indo, Sutle, Mekong, Yarlung Tsangpo – questi sono sempre più inquinati con grave danno per tutto il continente asiatico. Nel 2008 nella provincia di Yushu un terremoto ha distrutto migliaia di abitazioni ed il governo cinese, approfittando di questa situazione, ne ha impedito la ricostruzione per colonizzare il territorio stesso, causando così un alto tasso di nomadismo.
Nonostante la Costituzione cinese stabilisca che la libertà di credo religioso sia uno dei diritti fondamentali e che il governo cinese rispetta e protegga il diritto di libertà e di culto, ogni espressione religiosa è repressa dal governo stesso. Soprattutto per i tibetani, la cui religione è una delle più potenti espressioni della cultura e della politica. Per Amnesty International la grande maggioranza dei prigionieri tibetani sono suore e monaci buddisti. Dall’invasione del Tibet, circa 6.000 istituzioni religiose sono state distrutte (anche se ricostruite successivamente per motivi turistici) e migliaia di monaci sono stati arrestati e costretti a fuggire. Il Centro Tibetano per i Diritti Umani e per la Democrazia continua a documentare la diffusa repressione della libertà religiosa in Tibet.  Nel 1996 la Cina lanciò la campagna “Colpisci duro” contro le istituzioni religiose tibetane con un programma di rieducazione patriottica; ad oggi i funzionari governativi controllano migliaia di monaci e religiosi, costringendoli a disconoscere il Dalai Lama e a riconoscere invece il Panchen Lama, designato da Pechino. Dall’inizio della campagna ci sono stati, secondo le fonti tibetane in esilio, migliaia di espulsioni di monaci dai monasteri ed arresti; i monaci arrestati hanno la proibizione di pratiche religiose in carcere. Dal marzo 2009 si sono susseguite ben 44 auto immolazioni per la libertà religiosa e per protesta contro il governo cinese, la maggior parte delle quali auto-inflitte da religiosi.

Da notare il testamento di Tawu Jamphel immolatosi a Nuova Delhi il 16.3.2012 (http://www.sangye.it/dalailamanews/?p=4539).

Pubblichiamo anche alcuni dati su una recente intervista a Ghesce Lobsang Soepa (monaco buddista esiliato):
Ghesce Lobsang Soepa è nato nel Kham (Tibet), regione tibetana; nel 49, dopo l’occupazione cinese, la sua famiglia è stata espropriata di tutti i suoi possedimenti sia agricoli che di bestiame. I suoi fratelli più grandi sono stati costretti a lavorare come braccianti per il governo cinese; Ghesce invece, dopo aver frequentato 3 anni di scuola elementare, è entrato in monastero mandato da suo padre che lo voleva proteggere dalle prevaricazioni cinesi. Vivendo in monastero fino a 18 anni, ha potuto imparare la cultura e la storia tibetana (insegnata nei monasteri fino agli anni ’80 – mentre ora gli studenti tibetani e i religiosi studiano il mandarino e la cultura cinese). A 18 anni è riuscito, pagando una guida, a fuggire in India attraversando di notte la catena montuosa dell’Himalaya. Lui è stato uno dei pochi che è riuscito a portare a termine la spedizione, visti i numerosi tentativi di fuga falliti a causa del freddo, di incidenti o della fuga delle stesse guide. Dopo la fuga, la sua famiglia è stata sotto stretta sorveglianza del governo cinese. Nel 2011, ad agosto e novembre, proprio nel Kham ci sono state due auto immolazioni che hanno visto la morte di due dissidenti: per questo ora l’intera regione è così controllata dalle truppe cinesi, dove è stata tolta addirittura acqua e luce nei monasteri ed il 6 luglio (compleanno del Dalai Lama) hanno impedito i tradizionali festeggiamenti.

Zinzina Pincelli