La pax siriana che piace a Pechino

Annientare gli uiguri nell’area. Far fiorire i business sulla Via della Seta. Ecco perché la Cina vuole un ruolo nel riassetto del Paese. In chiave filoiraniana.

Lo scorso agosto Guan Youfei, direttore per la Cooperazione internazionale della Commissione militare centrale cinese, è volato a Damasco per un meeting con il ministro della Difesa siriano, Fahad Jassim al-Freij. «L’esercito cinese vuole continuare a rafforzare lo scambio e la cooperazione con l’esercito siriano», ha dichiarato il rappresentante cinese a margine di un incontro in cui si è parlato principalmente di sinergia militare e armamenti. Pochi mesi più tardi, a febbraio 2017, l’ambasciatore cinese a Damasco Qi Qianjin, ha siglato un accordo con la Siria per lo stanziamento di 16 milioni di dollari in aiuti umanitari.

La ricerca di un ruolo da protagonista
Siamo di fronte a un progressivo avvicinamento tra i due Paesi. Altri segnali poi dimostrano come la Cina stia provando a ritagliarsi un ruolo da protagonista nella questione siriana. Il veto cinese di febbraio a una risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’Onu che imponeva sanzioni al regime siriano per l’utilizzo di armi chimiche, ad esempio, ma anche una lunga intervista della Phoenix Television al presidente Bashar al Assad, che si è soffermato per lungo tempo sulla solida e longeva amicizia tra i due Paesi. A cosa è dovuto questo cambio di strategia, dopo anni di relativo assenteismo cinese nel conflitto?

L’annosa questione uigura
La ragione principale è di natura securitaria e riguarda la questione degli uiguiri. Secondo la Repubblica popolare, sono separatisti impegnati in un conflitto che dura ormai da oltre cinquant’anni. Si tratta di una popolazione turcofona e di religione musulmana che vive nella regione dello Xinjiang, l’estremo occidente della Cina, che lamenta di essere oppressa. Ma oggi non sarebbe più su quel territorio che si gioca la partita. La repressione del movimento passa infatti dai territori siriani e iracheni, dove vi sarebbero numerosi combattenti appartenenti alla minoranza cinese, quelli che Pechino chiama «l’armata cinese dello Stato islamico».

«Un nemico da annientare»
«L’ambasciatore siriano a Pechino poco tempo fa ha dichiarato che vi sono circa cinquemila combattenti con passaporto cinese in Siria. Vi sono sicuramente uiguri tra loro, ma il numero rimane imprecisato», ci spiegano Giovanni Andornino, professore di relazioni internazionali dell’Est Asiatico all’Università di Torino e Andrea Ghiselli, ricercatore del Torino World Affair Institute. «Non ci sono dubbi sul fatto che la Cina punti a mantenere un rapporto molto stretto con gli apparati di sicurezza siriani per trovare e catturare gli uiguri presenti nel Paese, un nemico che la Cina vuol vedere annientato».

Un’amicizia armata
Al di là della questione degli uiguiri però, il neo-attivismo cinese in Siria avrebbe anche ragioni economiche e geopolitiche. Come spiega su The Diplomat Samuel Ramani, ricercatore in relazioni internazionali all’Università di Oxford, «la Cina ha mantenuto un partenariato economico e di sicurezza con Damasco per decenni». Questo soprattutto nel campo militare: tra il 2006 e il 2010 la Cina è stata uno dei primi cinque fornitori di armamenti convenzionali alla Siria, mentre già negli anni Ottanta la Siria importava missili e altro materiale bellico di fabbricazione cinese. Oggi, a causa della guerra, l’economia siriana è in ginocchio e a risentirne sono tanto la produzione interna quanto le relazioni commerciali con gli altri Paesi.

Interessi commerciali
Nonostante ciò, in alcune aree le industrie vanno avanti: è il caso della filiera del sapone, un prodotto molto apprezzato in Cina e su cui ha messo gli occhi l’imprenditore Li Jianwei, che nel solo 2016 ha importato circa otto tonnellate di sapone siriano. Se i legami commerciali tra Cina e Siria hanno radici nel passato e si estendono fino al presente, l’interesse odierno di Pechino per la questione siriana va analizzato soprattutto in prospettiva futura.

Sulla via della seta
«I politici cinesi considerano la crisi siriana come un’occasione d’oro per promuovere un programma che sostenga l’influenza della Cina nel mondo in via di sviluppo», in particolare quello medio-orientale, spiega Ramani. Questo avrebbe un impatto forte in termini commerciali: la Siria si trova in effetti lungo la rotta della One Road, One Belt, quella nuova Via della Seta prospettata dal Presidente Xi Jinping e che attraverso investimenti internazionali per 900 miliardi di dollari costituirà il principale canale di commercio tra la Cina e il resto dell’Asia e l’Europa. La buona riuscita del progetto passa però da una stabilizzazione dell’area, ecco perché la Cina si è resa conto di non poter restare a guardare da lontano quello che è ancora il principale focolaio medio-orientale. L’obiettivo è contribuire a un cessate il fuoco definitivo, così da avere davanti a sé una scorrevole autostrada commerciale che parta da Pechino e arrivi fino in Europa, senza guerre di mezzo.

Lo sguardo al dopoguerra
Anche se in Siria regna ancora il caos, la Cina resta vigile così da poter sfruttare le opportunità future. Un attivismo in Siria oggi potrebbe tradursi in un ruolo di primo piano nella ricostruzione e nel sostegno all’economia del Paese domani, a guerra civile terminata. In questo caso l’occhio non è solo alla commesse per la ricostruzione di tutto quell’apparato infrastrutturale siriano andato distrutto in questi anni, ma anche al ricco tesoro energetico che giace nel suolo del Paese. Proprio a questo proposito, c’è un ultimo attore nello scacchiere che va preso in considerazione per comprendere l’attivismo cinese in Siria: l’Iraq. «La Cina non ha intenzione di farsi coinvolgere troppo nelle dinamiche del conflitto siriano, ma questo non significa che Pechino non abbia un esito preferito per la guerra», ci spiegano ancora Andornino e Ghiselli. «È ben possibile che una Siria filo-iraniana sia l’opzione più congeniale per la Cina ma ciò che più conta è che il Paese ritrovi una sua stabilità e cessi di minacciare la tenuta dell’Iraq, dove invece la Cina ha interessi economici ed energetici ingenti».

Un intreccio di interessi
I vari incontri tra rappresentanti dei due Paesi e i 16 milioni di dollari donati lo scorso febbraio dalla Cina alla Siria per fini umanitari sono dunque solo la punta dell’iceberg di un intreccio di interessi ben più ampio. «Aiutare il martoriato popolo siriano è un modo tutto cinese di difendere il proprio status di nuovo protagonista in Medio Oriente, in Europa, sul Mediterraneo», spiega il sinologo Adriano Madaro, sottolineando come la Cina guardi a quell’area nell’ottica di una grande pace eurasiatica, strettamente collegata all’esplosione degli interessi commerciali. «Se un tale progetto dovesse fallire, non si può immaginare quali sarebbero le conseguenze».


Fonte: Lettera 43, 16 luglio 2017

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