“La notte che vidi dei cinesi liberi”

Ha cinquantasei anni, e di questi dieci li ha passati nel Regno Unito, a Londra, dove vive, dove ha sposato una cittadina britannica, dove sono nati i suoi primi due figli e dove stanno per nascergliene altri due, gemelli. Eppure lo scrittore cinese Ma Jian, di cui Feltrinelli ha pubblicato in questi giorni il libro «Pechino è in coma», il primo romanzo sulla rivolta studentesca di Tienanmen, non sa una parola d’inglese. Ma Jian abita dentro una bolla di cupe ossessioni, ed è difficile immaginarlo ilare, disteso, marito e padre sereno, come certo sarà in circostanze domestiche e quotidiane che l’intervistatore, però, stenta a raffigurarsi. «Il mio corpo è fuori dalla Cina, ma il mio spirito è là – dice attraverso la voce dell’interprete -. L’Occidente mi ha dato spazio per vivere, per mantenermi, ma sono ancora costretto a raccontare quello che ho vissuto dall’interno. Ancora oggi respiro in un incubo, non riesco ad avere un’esistenza pulita, sgombra».

Mette a disagio, Ma Jian. A differenza di tanti, scrittori e non, che hanno creduto in un sogno politico, hanno provato ad attuarlo e poi sono stati costretti ad assistere alla degenerazione del sogno in incubo (ma intanto il ricordo del sogno ancora li illumina, lo slancio, la generosità della prima ora scalda i loro cuori e alimenta l’illusione di poter ricominciare, e questa volta senza fare sbagli), a differenza di questi Ma Jian è nato e cresciuto provando raccapriccio e ribrezzo per la Cina comunista, «orrenda fin dall’inizio. Avevamo una repubblica con qualche commercio che cominciava a fiorire, con qualche evoluzione politica che si profilava, e tutto è finito, schiacciato». Fino a trent’anni Ma Jian ha fatto il pittore – che genere di pittura? «Astratta, più o meno» -, poi, un giorno, di colpo, ha smesso: «Vaggiavo in campagna quando sono capitato in un villaggio, e poco discosto dal villaggio c’era un edificio abbandonato che per parecchio tempo era servito da prigione per politici e comuni. Sono entrato, e sui muri ho visto imprecazioni oscene, urli di disperazione, motti di speranza e di sfida scritti col fango, col sangue, con lo sterco. Di fronte all’eloquenza esplosiva di quelle scritte la mia pittura m’è sembrata inutile, senza senso. Non ho più toccato il pennello». Diventa scrittore. È il 1987, Ma Jian sceglie l’esilio a Hong Kong; alla notizia della rivolta studentesca, però, rientra a Pechino. Per tre mesi sarà tra gli occupanti di piazza Tienanmen, ma non vedrà la repressione perché deve correre al capezzale del fratello, in coma dopo un incidente.

«In piazza Tienanmen per la prima e unica volta nella mia vita ho visto un popolo di cinesi liberi. Poi è passato il terrore e nessuno è più stato né libero né sicuro. Solo mio fratello che è sepolto vivo, pensavo, è sicuro». Senta, io sono stata inviata a Pechino nel febbraio del 1990, appena dopo la sospensione della legge marziale. L’impressione era che il regime avesse colpito duro, senza pietà, ma che il momento cruento fosse finito. Non c’era caccia implacabile, persecuzione di massa. Non si respirava il terrore. «Si ricorda la frase di Deng: facciamone fuori duecentomila per tappare la bocca a tutti gli altri? Il partito comunista cinese sa bene come terrorizzare le persone, come fargli “interiorizzare” il terrore. Il terrore di occuparsi di politica, di mettere in discussione il regime. È un terrore così profondo che la gente non l’avverte nemmeno più. Semplicemente una parte della loro personalità si è ottusa, atrofizzata». I sensori restano vigili, comunque, annota Ma Jian: «Recentemente, a Londra, ho incontrato un gruppo di studenti cinesi, sa, quel tipo di giovani che pensano: la storia è roba di mamma e papà, io me ne frego. I figli della nuova Cina, quelli che si ubriacano dello status di cittadini della nuova “superpotenza mondiale”. E però, quando gli ho detto: fotografatemi pure, fatemi tutte le domande che volete, scrivete pure di me sui giornali studenteschi, loro non hanno voluto. E se ci pescano con le sue foto, hanno detto, che facciamo? E se leggono che abbiamo parlato con lei? Meglio stare prudenti, girare alla larga. Visto? Il terrore funziona sempre».

Alla fine di «Pechino è in coma», il protagonista Dai Wei, uno studente che nella repressione di Tienanmen ha ricevuto una pallottola in testa e da allora è in stato vegetativo apparente (ma tutto il libro, invece, è scritto attraverso i suoi ricordi di un tempo e le sue osservazioni attuali, perché dentro lo scafandro del corpo il cervello lavora), il protagonista, dicevamo, si risveglia. La metafora è trasparente, e parrebbe di buon auspicio. Eppure, c’è da dubitarne. «Domani sarai fuori dalla tua tomba di carne, – conclude lo scrittore, contemplandolo nell’ultima pagina del libro -, ma dove?». In un gran brutto posto, povero Dai Wei, sembra che suggerisca. D’altra parte, quando uno si risveglia, è pieno di energia. Di voglia di cambiare. Ce la farà, Dai Wei, a sconfiggere la disperazione del suo autore?

Maria Giulia Minetti, La Stampa 31 maggio 2009

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