La lunga lista di violenze contro chiese domestiche, attivisti e prigioneri

Dopo 30 anni di riforme economiche, non cessano le violenze sistematiche contro chiunque mette in crisi il potere anche se iniquo. Violenze contro le chiese “domestiche”. Tolleranza zero verso chi fa petizioni o difende diritti economici. Torture per chi è in carcere.  Solo ieri il governo cinese ha festeggiato i 30 anni di riforme economiche, che hanno portato la Cina a divenire un gigante dell’economia. Ma sul lato delle libertà, il Paese – e il suo governo – sono ancora dei nani. Con l’avvicinarsi del Natale, la autorità intensificano le operazioni contro i cristiani sotterranei, irrompendo nei luoghi di preghiera, colpendoli e minacciandoli. Il 17 dicembre nel distretto di Pinghu a Yancheng (Jiangsu) circa 200 aggressori sono irrotti nella chiesa durante un incontro dei cristiani sotterranei, li hanno cacciati con la forza percuotendone almeno 10 e derubandoli di denaro e altre proprietà. Poi hanno chiusa la chiesa con un ordine di demolizione.Il pastore Ding della chiesa di Chengnan denuncia che un costruttore locale “vuole la terra dove abbiamo costruito la nostra chiesa” grazie a donazioni dei fedeli per oltre un milione di yuan. Prima il governo aveva offerto loro una somma ma, dopo il rifiuto, sono iniziate le aggressioni contro i fedeli. “Non si preoccupano chi sia il proprietario. Un vicesegretario del governo municipale guidava gli aggressori”. Hanno chiamato la polizia, ma non è intervenuta per riaprire e restituire loro la chiesa.Fonte : Asia News

Il 16 dicembre nel villaggio Taoling a Pushan (Nanyang nell’Henan) sono stati arrestati oltre 40 cristiani e 16 di loro sono stati condannati a detenzione amministrativa tra 10 e 15 giorni e a multe per “aver partecipato a incontri religiosi illegali”.

Sempre negli ultimi giorni nella contea di Dazhu (Sichuan) la polizia ha interrotto una celebrazione nuziale e arrestato per ore circa 30 persone “con l’accusa – racconta uno di loro a Radio Free Asia – di avere predicato il vangelo in modo illegale”. “Hanno portato via gli striscioni con scritto ‘Dio ama l’umanità’. Ci hanno identificati e intimato di frequentare solo le chiese riconosciute dal governo”.

Il governo colpisce in modo sistematico anche chi invoca la libertà di parola. Il gruppo Chinese Human Rights Defenders riferisce che è ancora detenuto Ji Sizun, arrestato l’11 agosto per “avere falsificato un timbro ufficiale”. Ji aveva chiesto di manifestare nella zona che Pechino ha deputato alle proteste, durante le Olimpiadi. Peraltro le autorità non hanno poi autorizzato alcuna dimostrazione, con pretesti formali.

Il 30 settembre è stato arrestato Zhou Yongjun, ex leader delle proteste studentesche del 1989, per anni vissuto in esilio e tornato per visitare la famiglia. L’accusa è di “spionaggio”, poi mutata in “frode finanziaria”.

Verso chi esercita il diritto di presentare petizioni al governo, c’è ormai tolleranza zero. Il 1 dicembre sono stati arrestati Tang Zhufang, Tang Tiemiao e Chen Zhuyong che hanno passeggiato per piazza Tiananmen con indosso magliette riportanti le loro petizioni contro espropri forzati nel distretto  di Tianxin a Changsha (Hunan). Più fortunati Cheng Xue, Dai Youping e Hu Li di Wuhan, che il 12 dicembre sono stati solo trattenuti per alcune ore e rispediti a casa; come pure è accaduto a Zou Guilan il 5 dicembre.

Non è tutelato nemmeno il diritto di proprietà. Il 10 dicembre ignoti picchiatori hanno malmenato 30 abitanti del villaggio Xinxin, a Qianjiang nell’Hubei, colpevoli di essersi opposti all’esproprio forzato di un terreno da parte del governo. Almeno 7 sono stati ricoverati in ospedale.

I detenuti subiscono torture e vessazioni. Yang Chunlin è stato arrestato da mesi per avere scritto in una petizione che “abbiamo bisogno di diritti umani, non di Olimpiadi”. Rinchiuso nel carcere di Xianglan (Jiamusi nell’Heilongjiang), ha detto alla sorella che egli è costretto a incollare fogli di cartone dalle 5 di mattina alle 8 di sera, per oltre 14 ore, con una piccola pausa per il pranzo.

Zhang Zilin, membro del gruppo pro-democrazia Pan-Blue Alliance of Chinese Nationalists, condannato il 22 febbraio a 2 anni di carcere per “truffa ed estorsione”, presso la prigione di Jishou (Hunan) è stato spesso percosso e costretto a lavorare oltre 13 ore al giorno.

Il marito di Liu Jie, condannata a 18 mesi di rieducazione-tramite-lavoro, veri lavori forzati, riferisce che le autorità le negano cure mediche adeguate per i suoi gravi problemi agli occhi.

Fonte : Asia News

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