La guerra di Google senza armi e senza regole

La vicenda di Google in Cina è un episodio che apre gli occhi sull’esistenza di una nuova dimensione geopolitica nella quale le regole sono ignote, i rapporti di forza restano tutti da valutare e i confini tra pace e guerra appaiono confusi.
Il confronto tra il governo cinese e l’azienda fondata da Sergey Brin e Larry Page resta senza vincitori fintantoché non si stabilisce qual è la partita. È un confronto tra democrazia e autoritarismo, libertà e censura? È una battaglia per la conquista del softpower nel mondo? È una questione di affari?
Il gioco di Google è inafferrabile, condotto sul confine tra la razionalità del business e l’ingenuità visionaria dei costruttori di una tecnologia che non cessa di aprire strade inaspettate. Sergey Brin ne è convinto: «La storia non è finita». Intanto Hillary Clinton, segretario di stato americano, ripete la sua risposta: «La libertà di espressione su internet è un principio fondamentale della politica estera degli Stati Uniti». La Cina replica con il portavoce del ministero degli Esteri, Qin Gang: la vicenda Google deve restare commerciale e non diventare politica.

Ma gli Stati Uniti incalzano. Hanno nominato Howard Schmidt alla guida delle attività per la cybersicurezza americana. E studiano la creazione di una figura di “ambasciatore” che coordini la politica estera americana su internet. Il che dimostra, se non altro, il peso strategico che internet ha raggiunto dal punto di vista geopolitico.
Su internet, in effetti, si è sviluppato un ambiente operativo per sostenere le cause più nobili, per diffondere informazione e conoscenza, ma anche per attuare sofisticatissime attività di spionaggio, terrorismo, controinformazione. I protagonisti sono certamente gli stati, autoritari e democratici, nelle loro varie e non sempre coordinate articolazioni, insieme a multinazionali, organizzazioni di attivisti, bande criminali, reti terroristiche. Un contesto tecno-caotico, le cui vicende restano per la maggior parte del tempo oscure e che i fatti, come quello di Google, s’incaricano talvolta d’illuminare parzialmente.

Luca De Biase

Fonte: Il Sole24Ore, 24 marzo 2010

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