La donna che ha denunciato i campi di lavoro di Masanjia muore in Thailandia

La donna cinese che ha contribuito a esporre l’abuso delle detenute nel famigerato campo di lavoro di Masanjia è morta di cancro in Thailandia, dove stava cercando di rifarsi una vita come rifugiato politico.

Hao Wei, nativa dalla provincia nordorientale di Liaoning, è fuggita dalla Cina con la figlia, arrivando a Bangkok lo scorso ottobre, dove le due han chiesto lo status di rifugiato alle Nazioni Unite.
“Aveva un linfoma, che era già in stadio avanzato quando è arrivata in Thailandia”, ha detto l’amico di Hao, Liu Shui a RFA giovedì. “Il suo cancro non è stato scoperto fino alla sua liberazione dal campo di lavoro rieducativo di Masanjia”.

“Ma non è voluta rimanere in Cina per ricevere le cure, a causa della persecuzione per mano del Partito Comunista Cinese”, ha dichiarato Liu. “Così è venuta in Thailandia”.

I richiedenti asilo politici cinesi continuano a fuggire in Thailandia, governata dalla giunta militare, malgrado una crescente predisposizione delle autorità locali di arrestare e rimpatriare i rifugiati, che ora si sentono sempre più vulnerabili.

Lo scorso novembre, gli attivisti di Chongqing, Dong Guangping e Jiang Yefei, sono stati rimessi alle autorità cinesi, un gesto che ha sollevato una forte critica da parte delle Nazioni Unite, che li aveva già classificati come veri e propri rifugiati politici.

Ora sono in una prigione criminale a Chongqing, accusati di sovversione, mentre le loro famiglie sono state trasferite in Canada.

Liu ha detto che la morte di Hao spaventa i rifugiati politici cinesi in Thailandia, che temono di poter essere vittima di un simile destino.

“Sono tutti molto spaventati, perché le autorità tailandesi non ci mostrano alcun tipo di pietà”, ha detto. “Se ci catturano, ci chiudono in un centro di detenzione per immigrati”.

“Quando è accaduto a Jiang Yefei, il Partito Comunista ha continuato a perseguitarlo anche dopo che è tornato a casa, ci rinchiuderanno allo stesso modo”, ha detto Liu.

Il rifugiato Ai Ming, che si trova in Thailandia, ha affermato che molti richiedenti asilo politico non hanno documenti di identità o di viaggio, quindi non sono in grado di lavorare mentre le loro domande sono esaminate dalle Nazioni Unite.

“Siamo tutti in condizioni precarie, tutti nella stessa barca”, ha detto Ai. “Tre di noi hanno preso la dengue, di cui io sono a conoscenza, e non hanno avuto alcun aiuto medico”.

“La Thailandia non è un firmatario della Convenzione internazionale sui rifugiati, per cui i rifugiati non hanno alcuna protezione giuridica qui, e non possiamo lavorare”.

Liu ha detto che la figlia di Hao è ora sommersa da fatture mediche dell’ospedale dove è stata curata la madre, che non è in grado di pagare.

La richiesta di Hao si basava su dieci anni di persecuzione da parte delle autorità dopo che la donna aver insistito a presentare i propri reclami contro i funzionari del governo locale e il trattamento dei detenuti a Masanjia.

Le ex detenute hanno parlato di una routine quotidiana fatta di torture e di abusi, di mancanza di cure mediche e faticosi straordinari a Masanjia, una struttura gestita dalla polizia, in cui sono inviate senza processo, per un periodo di quattro anni alla volta, donne considerate piantagrane dalle autorità.

Il congresso nazionale del popolo cinese (NPC) ha votato il 28 dicembre 2013 per porre fine al sistema delle pene amministrative, conosciute in cinese come “rieducazione attraverso il lavoro”, o laojiao, ma gli avvocati e le famiglie dei detenuti dicono che molti dei campi sono ancora in funzione con un nome diverso.

Traduzione di Andrea Sinnove, LRF Italia Onlus


Fonte: RFA, 28 settembre 2017

English Article: RFA, Woman Who Blew Whistle on Masanjia Labor Camp Dies in Thailand

 

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