La confessione del regista cinese «Denunciai mio padre a Mao»

Pechino, Cina — «Onora il padre e la madre» non era un comandamento del Libretto rosso. Fra il 1966 e il 1976 in Cina la rivoluzione divorava se stessa e i figli divoravano i padri, il conflitto generazionale tracimava nel conflitto di classe e viceversa. C’era anche Chen Kaige quando Mao Zedong lanciò la Grande Rivoluzione culturale. Oggi ha 56 anni e un ricordo atroce. Ne aveva 14. «Anch’io denunciai mio padre, lo accusai di produrre arte sovversiva». Il regista di Addio mia concubina lo ha raccontato alla Cnn, aggiungendo un tassello al lento processo metabolizzazione che la Cina compie su quel periodo. «Sentivo che stavo facendo qualcosa di sbagliato. Se non l’avessi saputo, allora me lo sarei potuto perdonare».

Invece lo sapeva. E nella sua intervista, Chen non esita a mostrare il rimorso per un gesto che rovesciava tragicamente uno dei precetti cardinali del confucianesimo, la pietà filiale. L’esercizio della memoria accompagna Chen. L’intervista rivela all’audience globale verità che finora il regista riservava alla penna. Lo fa mentre è tornato personaggio pubblico con il nuovo film dedicato alla vita Mei Lanfang, leggendario attore dell’Opera di Pechino, celebre per il suo patriottismo durante l’occupazione giapponese. Nell’89 Chen aveva pubblicato in Giappone L’epoca in cui ero una Guarda rossa in cui rievocava l’episodio delle accuse al padre. Un memoir che in Cina è uscito soltanto lo scorso gennaio, edito dall’Università del Popolo con un titolo diverso (Ricordi della mia gioventù). La scrittura è un filtro clemente e le sue pagine restituiscono più dettagli di quanti Chen abbia confidato alla Cnn. C’è la professoressa che gli dice come il padre non sia iscritto al Partito comunista. Lui che a casa parla con la madre, e viene a sapere che nel 1939 il papà, allora diciannovenne, si era iscritto al Kuomintang, il Partito nazionalista di Chiang Kai-shek, arcinemico dei comunisti nonostante l’alleanza contro i giapponesi.

La scena successiva, nel resoconto scritto, sembra una sceneggiatura. Il padre venne trascinato davanti alla folla per uno dei micidiali processi pubblici cui venivano sottoposti tutti coloro che fossero stati identificati come reazionari, spie, borghesi, controrivoluzionari, nemici del popolo in genere, sedute di autocritica che finivano in un trionfo di violenza. Chen salì sul palco, spinse il padre e lo colpì, «anche se non so dire con quanta forza. Né quali parole pronunciai». In quel momento, all’improvviso «capii che era un uomo che amavo veramente». Che poi il padre avesse ammesso di essere un agente del Kuomintang, che quella sera a casa non osassero guardarsi in faccia, ora conta poco: «Capii che era davvero mio padre». Su di lui il regista vuole girare un film, quasi una riparazione postuma. Non si ritrova solo, Chen. L’odio per i padri non trascurò nessuno. In un paradossale contrappasso odiava suo padre Lin Xiaolin, figlia di Lin Biao, estensore del Libretto rosso. Odiava il padre Zhang Hanzhi, donna emancipata e celebre che insegnò inglese a Mao e che fu madre — bizzarrie del destino — dell’ex moglie dello stesso Chen Kaige. Spariti i palchi eretti dalle Guardie rosse per i processi improvvisati e per il gioco crudele a chi fosse più rivoluzionariamente puro, Chen Kaige sa che per l’autocritica oggi la ribalta globale è lo schermo della Cnn. Per guardare indietro va benissimo, quasi come un film.

Il Corriere della Sera, 13 marzo 2009

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