La Cina vuole investire nella Siria

Imprese cinesi pubbliche e private sono intenzionate a fare il loro ingresso in Siria per imporsi come attore industriale principale della rinascita della Siria post-bellica, grazie a investimenti che andranno a interessare il settore energetico, stradale, ferroviario e della distribuzione dell’acqua: in pratica, le infrastrutture basiche per uno Stato che esce da anni di guerra. L’annuncio è arrivato direttamente dall’ambasciatore siriano a Pechino, Imad Moustapha, a margine di un incontro tenuto dalla China-Arab Exchange Association. L’ambasciatore ha anzi tenuto a ricordare che la Cina, insieme alla Russia e all’Iran, sarà uno dei primi Stati ad essere favoriti nella ricostruzione del Paese e che il governo di Damasco ha tutto l’interesse affinché il gigante cinese investa in Siria.

L’annuncio ha un’importanza fondamentale nella geopolitica del conflitto siriano e dimostra due dati incontrovertibili: il primo è che la Cina ha interesse alla fine del conflitto siriano; il secondo è che la Siria ha legami con il governo di Pechino, nonostante la mancata partecipazione attiva dei cinesi nella guerra. Per quanto riguarda l’interesse cinese in Siria, è chiaramente dettato dalla possibilità di investire ed espandere il proprio mercato in un Paese che, prima della guerra, era a margine degli investimenti di Pechino. Un progetto industriale di circa due miliardi di dollari rappresenterebbe non soltanto l’ingresso delle industrie cinesi in uno Stato fondamentale del Mediterraneo Orientale e del Medio Oriente, ma anche la dimostrazione dell’importanza della Cina per i Paesi più poveri di garantire infrastrutture e servizi contro un blocco occidentale che conduce alla guerra. Come in Africa, così anche in Medio Oriente la Cina ha la possibilità di mostrarsi un Paese che ha interesse nel mostrarsi interessato nell’investimento, e non nella pura e semplice politica di conquista.

Dal punto di vista siriano, avere una Cina interessata a investire nel proprio Paese significa moltissimo sia dal punto di vista economico sia dal punto di vista politico e della stabilità sul futuro. A livello economico, sei anni di guerra hanno devastato completamente ogni settore industriale ed economico della Siria di Bashar Al Assad. Di quello Stato non rimane nulla, e questo si ripercuote anche sulle enormi difficoltà nella ricostruzione. Avere un gigante economico capace di investire circa due miliardi di dollari in un parco industriale e nelle infrastrutture primarie dl Paese, significa garantire alla propria popolazione una vita quantomeno dignitosa dopo anni di sangue. A questa necessità economica, si aggiunge la possibilità per la Siria di avere un prezioso alleato nello scacchiere geopolitico mondiale, sia per quanto riguarda la propria stabilità sia per quanto riguarda la propria integrità territoriale.

La Cina non ha interesse né in una Siria destabilizzata e lacerata da conflitti interni e da movimenti islamisti, né ha interesse nel vedere una Siria “balcanizzata” in cui gli investimenti diventano difficili anche dal punto di vista logistico. Se Pechino ha deciso di investire nella ricostruzione siriana, lo fa perché vuole che la Siria sia unitaria e slegata dall’islamismo radicale, che rappresenta quanto di più distante dalle logiche di governo della Cina. E del resto, è un circolo vizioso che sia a Damasco sia a Pechino conoscono perfettamente: senza investimenti la stabilità siriana sarebbe messa a repentaglio, perché la povertà genera ribellioni e le ribellioni, in quel Paese, significano radicalismo islamico. L’unico modo per garantire certezza di sopravvivenza alla Siria, è investire nel suo futuro; e l’unico Paese in grado di garantire investimenti consistenti e che ha sempre sostenuto, pur soltanto politicamente, il governo di Assad è quello cinese. L’Occidente, con la scelta di far cadere Assad e di sostenere i ribelli, si è automaticamente escluso dalla ricostruzione siriana, in caso di ripristino del governo del clan alauita. La Russia, dopo aver speso enormi quantità di denaro per la guerra, ha ottenuto in ogni caso il mantenimento delle proprie basi militari nel Mediterraneo Orientale, che per il Cremlino erano fondamentali. L’Iran, se Assad rimane, ha mantenuto e rafforzato un’alleanza che è basilare per la politica estera di Teheran nel Medio Oriente e per la sua volontà di affacciarsi nel Mediterraneo. L’unico Stato che può garantire la ricostruzione siriana, senza avere troppi problemi sia politici che economici, resta la Cina, il cui apparato industriale è estremamente voglioso di confrontarsi in nuovi mercati.

La Nuova Via della Seta, progetto di natura industriale, politica e infrastrutturale, sarebbe la piattaforma ideale su cui costruire questa collaborazione fra Pechino e Damasco. La Cina ha bisogno di stabilità in Medio Oriente e di sbocchi nel Mediterraneo che, attualmente, possono essere garantiti solo da Israele. Avere un solo Stato però può essere limitante, soprattutto se continuamente circondato da instabilità e guerre. Proprio per questo motivo, ad agosto, rappresentanti di decine d’industrie cinesi visiteranno le maggiori città sotto il controllo del governo di Assad, Damasco, Homs e Aleppo, in primis, per studiare le possibilità di investimenti nella ricostruzione. Il futuro della Siria passa anche per la convergenza d’interessi con il drago cinese.


Fonte:Gli occhi della guerra, Lorenzo Vita, 11 luglio 2017

Condividi:

print print
Condizioni di utilizzo - Terms of use
Potete liberamente stampare e far circolare tutti gli articoli pubblicati su LAOGAI RESEARCH FOUNDATION, ma per favore citate la fonte.
Feel free to copy and share all article on LAOGAI RESEARCH FOUNDATION, but please quote the source.
Licenza Creative Commons
Quest'opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale 3.0 Internazionale.