La Cina produce tè verde con pesticidi e la Francia, pur sapendo, lo vende con l’ok del governo per piazzare a Pechino aerei e auto

Sullo stile francese sono stati scritti centinaia di libri. Dalla moda all’arredamento, dalla cucina all’abbigliamento, tutti concordi nell’esaltare la grandeur di quello stile: «Inarrivable!». Ma ora ecco un libro controcorrente, scritto da un manager francese, dove si sostiene che di inarrivabile, nello stile francese applicato al commercio internazionale, c’è solo la faccia tosta.

L’autore del libro («Siete pazzi a mangiarlo!», Piemme), Christofe Brusset, si presenta così:

«Per quasi vent’anni ho lavorato per grandi aziende del settore agroalimentare, molto note e tutte ampiamente fornite di certificazioni e marchi di qualità, ma la cui etica era solo di facciata. Per queste società, il cibo non ha nulla di nobile: si tratta unicamente di un business, di un mezzo per fare soldi, sempre più soldi. Potrebbero fabbricare altrettanto bene, o altrettanto male, pneumatici o computer».

Fare soldi con il cibo, spiega Brusset, è sempre più facile per le multinazionali. Grazie alla libertà di commercio su scala mondiale, il cibo non è mai stato così abbondante, e così a buon mercato. Un progresso non privo di rischi per i consumatori. «L’utilizzo ad alte dosi di molecole chimiche (pesticidi, fungicidi e altri trattamenti agricoli, antibiotici promotori della crescita e ormoni di sintesi per il bestiame, additivi alimentari) inquina l’ambiente e avvelena lavoratori e consumatori». Nel suo libro, Brusset racconta decine di casi che l’hanno portato a queste conclusioni. E capitolo dopo capitolo, si scopre che la Cina, grazie alla mondializzazione dell’agroalimentare, è diventata il «paradiso della corruzione e del suo corollario, la frode».

Il caso del tè verde cinese è da brividi. Un giorno Brusset si trova a colloquio con Daniel, un collega specializzato nel commercio del tè, soprattutto tè verde cinese e tè nero dell’Iran o dell’Africa. Daniel si dice preoccupato. «Ho in magazzino 300 tonnellate di tè verde cinese, del Gunpowder, pieno di pesticidi, a livelli da ammazzare un cavallo». Tutto qui?, gli risponde Brusset per tranquillizzarlo. «Abbiamo sempre trovato un sacco di pesticidi nel tè cinese, di solito molto al di sopra della norma, tutti lo sanno e nessuno ha mai trovato nulla da ridire». In effetti, spiega il libro, in Francia i controlli sanitari sui cibi importati sono sempre stati un po’ laschi, e convincere i funzionari pubblici a chiudere un occhio non è mai stato un problema. Le bustarelle sono sempre state, come altrove, una parte dello stile francese. Ma in questo caso c’era un imprevisto.

I funzionari dell’antifrode erano arrivati all’improvviso nel magazzino, avevano prelevato i soliti campioni, ma poi, invece di dare il consueto via libera alla vendita, avevano bloccato tutto. E il manager del tè verde cinese era disperato: se la sua azienda fosse stata costretta a distruggere 300 tonnellate di tè inquinato dai pesticidi, lui sarebbe stato licenziato e l’azienda avrebbe accusato un buco pazzesco nel bilancio.

Ma le cose, per sua fortuna (e nostra disgrazia), andarono diversamente. Dopo qualche settimana, con grande sorpresa di Daniel e dei capi della sua azienda, le autorità sanitarie francesi diedero il via libera alla vendita del tè verde inquinato. Il motivo? L’autore del libro racconta di averlo scoperto qualche tempo dopo, durante un colloquio confidenziale con il funzionario pubblico dell’antifrode che aveva compiuto i controlli sul tè verde cinese.

Quei controlli erano stati disposti a livello europeo e si erano svolti in contemporanea in tutti gli Stati membri Ue. Visti i risultati, pessimi, tutti i servizi antifrode dei vari Paesi Ue avrebbero dovuto bloccare i lotti di tè cinese inquinato, distruggerli e vietare per il futuro la loro importazione. Ma quando la questione arrivò «ai piani alti del governo francese, si decise che fosse urgente non fare nulla».

La giustificazione: «La cosa più importante era non contrariare la Cina, perché continuasse a comprarci un po’ di aerei e non bloccare alle frontiere il vino francese, le auto tedesche e il formaggio olandese. Il problema era noto a tutti in Europa, ma nessuno voleva innescare una guerra commerciale con un partner così potente e irascibile». Conclude Brusset: «Per quanto mi riguarda, bevo solo tè biologico ed evito come la peste i prodotti alimentari cinesi. Non ci tengo a beccarmi un cancro, anche se è per una causa tanto nobile, come sostenere il commercio mondiale e l’amicizia tra i popoli».

Doveroso post scriptum: il governo italiano sa qualcosa dei controlli fatti all’epoca anche in Italia sul tè verde cinese? Anche da noi è stato consentito vendere tè cancerogeno per non ostacolare il commercio con la Cina? Se frode c’è stata, quanto dovremo aspettare per dire: «C’è un giudice a Berlino»?

Italia Oggi,28 dic.2017

Condividi:

Stampa questo articolo Stampa questo articolo
Condizioni di utilizzo - Terms of use
Potete liberamente stampare e far circolare tutti gli articoli pubblicati su LAOGAI RESEARCH FOUNDATION, ma per favore citate la fonte.
Feel free to copy and share all article on LAOGAI RESEARCH FOUNDATION, but please quote the source.
Licenza Creative Commons
Quest'opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale 3.0 Internazionale.