La Cina in ballo tra low cost e sviluppo dei consumi

Bisogna aver paura della Cina? La domanda sorge spontanea considerando non solo le tante opportunità, ma anche i numerosi problemi che l’industria italiana deve fronteggiare in Asia. È questo lo spunto del recente dibattito in Assolombarda, centrato sull’ultimo libro dell’economista Carlo Mario Guerci, morto pochi mesi fa. Nessuna paura, stando alle sue tesi, perché le nostre aziende hanno già dimostrato che la collaborazione con la Cina può essere decisiva per la competitività sui mercati esteri.

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Abbondano i luoghi comuni sui cinesi e spesso c’è un fondo – anche consistente – di verità. L’abilità nella contraffazione, per esempio, così come la concorrenza sleale delle fabbriche che non rispettano le norme occidentali di tutela ambientale, sicurezza e salute dei lavoratori. Però la Cina è un gigante in rapida crescita e, quando la crisi economica finirà, questo avverrà grazie a Pechino. Il dragone diventerà la nuova locomotiva mondiale. L’ha dichiarato Beniamino Quintieri, Commissario dell’Expo Shangai 2010. Ricordando il rimedio approntato dal governo cinese contro la crisi: un piano da 600 miliardi di dollari (circa il 10% del Pil) per alimentare la domanda interna.

La Cina deve superare il suo modello economico basato sulle esportazioni. Queste creano occupazione e immense riserve di liquidità in dollari (finanziando così il disavanzo corrente degli Stati Uniti). I cinesi, infatti, sono dei campioni dell’assemblaggio: un dato che fa riflettere è che il 28% dell’export deriva dai prodotti hi-tech, ideati dalle multinazionali in altri paesi e inviati a Pechino solo per il confezionamento, senza (o quasi) valore aggiunto. La leva magica del mercato cinese è quindi la domanda interna, finora troppo compressa per viaggiare insieme al ritmo frenetico della produzione.

Le famiglie – ha continuato Quintieri – devono risparmiare per la vecchiaia, mancando un’assistenza sanitaria adeguata e un sistema delle pensioni in linea con i paesi occidentali. Ci vuole più welfare per sbloccare i consumi; se poi le aziende cinesi non sono ancora pronte per soddisfare i bisogni del crescente mercato interno, è per la difficoltà nel trasformare la ricerca tecnologica in prodotti commerciabili. Qui c’è il paradosso che la Cina è uno dei paesi dove si svolge più attività R&S ma rimanendo ancorati a una produzione di beni standard assai poco innovativi (o alla contraffazione).

E qui c’è anche la maggiore opportunità per le imprese manifatturiere italiane. Che sono brave a mutare idee e progetti in prodotti industriali e di design. Difatti, il 71% delle aziende che dal 2002 al 2008 si è rivolto al Desk Italia-Cina di Assolombarda, è del settore manifatturiero. Di questa fetta, il 57% si riferisce al metalmeccanico e il 20% al chimico; il 9% riguarda invece il sistema moda. Poi gli aiuti diretti dello stato fanno la loro parte, soprattutto per lo sviluppo delle infrastrutture, come le centinaia di chilometri di autostrade e gallerie evocati da Giorgio Squinzi di Mapei. Una manna per chi sforna prodotti chimici per l’edilizia; o per chi costruisce camion.

Paolo Monferino di Iveco ha riassunto in tre obiettivi la strategia del gruppo in Cina: si tratta, certamente, di presidiare nuove quote in un mercato immenso e in continua espansione. Ma non finisce qui, perché Iveco utilizza i fornitori cinesi anche per i suoi modelli europei; inoltre, sfrutta la gamma di veicoli commerciali realizzati in Cina – più semplici e meno costosi di quelli destinati ai clienti occidentali – per vendere camion anche nell’Africa del Nord e in Medio Oriente. In queste aree geografiche, Iveco ha perso progressivamente il suo ruolo dominante, a vantaggio dei concorrenti giapponesi e coreani, proprio perché non riusciva più a commercializzare veicoli a prezzi bassi. La Cina, anche in questo caso, ha dato una mano.

Il sole24ore, 10 aprile 2009

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