La Cina ha trasformato il Tibet in un inferno

Dharamsala, India – Il Dalai Lama ha accusato la Cina di aver ucciso “centinaia di migliaia di tibetani” e aver trasformato la regione himalayana in un “inferno sulla terra”. In un discorso tenuto a memoria dei 50 anni dalla fallita rivolta contro l’occupazione cinese, il leader spirituale buddista ha ripetuto la sua richiesta di una “legittima e significativa autonomia” per il Tibet, pur lasciando a Pechino la sovranità.

Il 10 marzo 1959 a nove anni dall’invasione militare cinese, voluta da Mao Zedong, la ribellione della popolazione è stata soppressa nel sangue e il Dalai Lama è stato costretto a fuggire in India.

Parlando davanti a una folla di migliaia di fedeli, nella città sede del suo governo in esilio, il Dalai Lama ha ricordato la “serie di campagna repressive e violente” lanciate da Pechino. “Queste – ha aggiunto – hanno gettato i tibetani in abissi di sofferenze e durezze, da fare loro sperimentare l’inferno sulla terra. Il primo risultato di queste campagne è stata la morte di centinaia di migliaia di tibetani”

“Ancora oggi – ha aggiunto – i tibetani in Tibet vivono nel continuo terrore… La loro religione, cultura, linguaggio, identità sono vicini all’estinzione. Il popolo tibetano è bollato come criminale, che merita solo di essere messo a morte”.

La Cina considera l’occupazione del Tibet una “liberazione dalla schiavitù” e dall’oppressione feudale di signori e monaci e afferma di aver lavorato in modo incessante per lo sviluppo della regione, non ultimo con una ferrovia superveloce che unisce Pechino a Lhasa.

Il Dalai Lama ha detto che “molte infrastrutture e sviluppi…che sembrano aver portato progresso ai tibetani, sono in realtà fatti con l’obbiettivo politico di cinesizzare il Tibet”.

Il leader spirituale ha ricordato pure i fallimenti dei dialoghi fra il governo tibetano in esilio e Pechino e ha fatto memoria degli uccisi nello scorso anno, quando alcune manifestazioni non violente di tibetani si sono trasformate in scontri con la popolazione Han e con i militari cinesi portando alla morte di circa 200 persone e all’arresto di migliaia.

Da alcuni settori del suo governo vi sono pressioni per radicalizzare la lotta contro la Cina. Il Dalai Lama, rifiutando questa svolta violenta, afferma che i tibetani “cercano una legittima e significativa autonomia, un accordo che permetta ai tibetani di vivere all’interno della Repubblica popolare della Cina”. Pechino continua ad accusare il leader tibetano di volere l’indipendenza della regione. In questi giorni molti leader del Partito hanno approvato il pugno di ferro del governo contro quello che Pechino definisce “il separatismo” del Tibet. Lo stesso presidente Hu Jintao ha affermato: “Dobbiamo costruire una Grande Muraglia nella nostra lotta contro il separatismo e salvaguardare l’unità della madrepatria, portando la stabilità del Tibet verso una stabilità a lungo termine”.

fonte: AsiaNews, 10 marzo 2009

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