La Cina e i diritti umani: la libertà di avere un figlio, la libertà di informare

Feng Jianmei è poco più che ventenne, sposata con Deng Joyuan, al settimo mese di gravidanza. Il problema è che Feng è già mamma di una bambina di cinque anni e il Paese in cui vive, la Cina, non le concede la scelta di avere un secondogenito. La sua condizione infatti è in netto contrasto con la legge sul figlio unico, introdotta sul finire degli anni ’70 per la realizzazione del benessere economico e sociale della collettività e il miglioramento della felicità delle famiglie.

Feng ha infranto la legge e deve pagarne le conseguenze: gli esponenti locali del Partito irrompono in casa sua mentre il marito è assente, la caricano su una macchina e la portano in un ospedale sottoponendola a un aborto forzato. Il tutto testimoniato da una foto che ha sconvolto il mondo: lei stesa sul letto di un ospedale con accanto il cadavere di quello che sarebbe stato il suo secondo figlio.

Gli aborti forzati affliggono il Paese. Non hanno solo ripercussioni sullo stato fisico e mentale delle donne che li subiscono, ma coinvolgono ogni aspetto della società. Rappresentano un freno alla crescita demografica, causano una diminuzione della forza lavoro, aumentano il divario tra maschi e femmine e consegnano al Paese una popolazione vecchia.

La politica di pianificazione familiare ha impedito la nascita di 400 milioni di bambini, costringendo giovani donne all’aborto e alla sterilizzazione forzata, senza contare il numero delle violente azioni punitive contro la cerchia dei familiari e le sanzioni che ammontano a 10 volte lo stipendio annuale di un lavoratore.

Grazie a Chen Guangcheng gli abusi commessi da parte del governo per far rispettare la legge sul figlio unico sono stati resi noti e hanno colpito la sensibilità pubblica internazionale. Già quando era giovane Chen Guangcheng aveva avuto il coraggio di ribellarsi contro il corrotto governo locale per rivendicare i propri diritti, diventando un punto di riferimento per gli abitanti della contea di Linyi.

Nel 2004 il governo cinese raccomanda alle autorità locali di far rispettare la legge sul figlio unico. È da questo momento che il segretario della contea di Linyi decide di promuovere o degradare gli esponenti del Partito in base alla loro capacità di applicare o meno la legge. Ed è in questo periodo che una donna di 33 anni, Du Dehong, costretta alla sterilizzazione, decide di rivolgersi a Chen Guangcheng.

Chen inizia così un viaggio nei villaggi vicini per raccogliere i racconti delle donne che hanno subito la stessa sorte, che culmina con una causa al governo e la pubblicazione di un articolo che riporta le testimonianze delle donne contro la violenza del governo. Chen viene segregato in casa con la moglie, minacciato, prelevato da casa e picchiato. Viene in seguito arrestato e infine condannato a 4 anni e 3 mesi di carcere con l’accusa di avere «distrutto delle proprietà» e «riunito una folla per intralciare il traffico».

Una volta uscito di prigione, Chen inizia a vivere sotto stretta sorveglianza 24 ore su 24, costretto in casa fino a che riesce a trovare rifugio negli Stati Uniti. Pochi giorni dopo la fuga dai domiciliari forzati e illegali, la polizia irrompe nella casa del fratello, Chen Guangfu, senza mandato di perquisizione. E senza identificarsi, gli agenti gli mettono un cappuccio in testa, lo legano e lo caricano su una macchina per rilasciarlo dopo tre giorni di interrogatori, schiaffi e calci per ottenere informazioni sulla fuga del fratello.
Nella vicenda viene coinvolto anche Chen Kegui, il figlio di Chen Guangfu, che nel corso dell’irruzione della polizia ha ferito un agente nel tentativo di difendersi. Le autorità comunicano al padre di ritenerlo responsabile dell’accaduto e che tentare di assumere un avvocato per dimostrare che il figlio aveva agito per autodifesa si rivelerà inutile. In seguito, infatti, l’avvocato incaricato per la difesa di Chen Kegui si è visto revocare la licenza ed è stato sostituito da un avvocato d’ufficio.

Di poche settimane fa la condanna di Chen Kegui, dopo che l’accusa di omicidio volontario è stata trasformata in lesioni intenzionali. La pena è di tre anni e tre mesi per aver ferito con un coltello alcuni agenti del governo. La famiglia non solo non ha saputo del processo fino a poche ore prima dell’inizio, ma non ha nemmeno potuto testimoniare o assistervi. Oltre a non aver avuto notizie di Chen in sette mesi di prigione.

“Mio figlio è innocente. Questa è una vendetta del governo per la fuga di Chen Guangcheng”, dirà il padre dopo la sentenza. Anche secondo Amnesty International, la vicenda fa pensare a un atto giudiziario di rappresaglia nei confronti di Chen Guangcheng.

Se vuoi firmare l’appello per Chen Kegui, che non può ancora incontrare i suoi avvocati né i familiari ed è a rischio tortura o maltrattamenti in custodia.

Katia Marinelli

Fonte: Sdfamnestyinternational, 9 gennaio 2013

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